9 dicembre forconi

martedì 16 aprile 2019

Incendio alla cattedrale di Notre Dame. I vigili: "Il resto della struttura è salvo"

Parigi e i parigini entrano in una notte lunga, triste e terribile, illuminata dalle fiamme che divorano da oltre cinque ore Notre Dame e hanno causato il crollo della guglia centrale, di due terzi del tetto, il danneggiamento di una delle torri e il ferimento grave di un vigile del fuoco.
"La nostra Storia brucia", ha detto Emmanuel Macron, mentre 400 pompieri tentano di salvare quel che resta del simbolo della capitale francese - celebrato da poeti, scrittori, pittori, musicisti - e di un pezzo fondamentale del patrimonio culturale del pianeta. "La ricostruiremo - ha aggiunto Macron, accorso sul posto -facendo partire da domani una raccolta fondi". 
Le cause dell'incendio, hanno spiegato i pompieri, sono "potenzialmente legate" al cantiere di ristrutturazione della guglia gotica, dalla quale nei giorni scorsi sono state tirate giù 16 statue di stagno. L'incendio si sarebbe sviluppato da un'impalcatura. Giovedì scorso una gru alta 120 metri era stata utilizzata per rimuovere le statue collocate da 150 anni, destinate al restauro.
VIDEO: Preghiere per Notre Dame
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È stata un'operazione complessa, durata circa dieci ore, durante le quali le statue di Gesù, dei 12 apostoli e i simboli degli evangelisti - ognuna alta tre metri e 250 chilogrammi di peso - sono state prima 'decapitate' e poi sospese dalla gru alla base del collo.
Le statue sono l'opera del celebre architetto Geoffroy-Dechaume, che si è raffigurato con le sembianze di San Tommaso, il patrono degli architetti. La rimozione delle statue - che avrebbero dovuto tornare al loro posto entro il 2022 - rientrava nel vasto cantiere di ristrutturazione della guglia, crollata dopo un'ora e quindici minuti circa dall'inizio dell'incendio. Il cantiere era stato affidato alla società Socra, della regione del Perigord (sudovest), autorevole nel suo settore anche a livello internazionale.
La procura della capitale francese ha aperto una inchiesta per "distruzione involontaria a mezzo di incendio". Il disastro, in poche parole, non sarebbe doloso. La pista di un incendio accidentale è al momento quella che "attira l'attenzione degli investigatori nello stato attuale dell'indagine", ha detto una fonte vicina al fascicolo. L'inchiesta è stata affidata alla Direzione Regionale della Polizia Giudiziaria

"La struttura che resta è salva"

La struttura di quel che resta di Notre Dame di Parigi è "salva". Lo hanno affermato i vigili del fuoco. L'intera struttura, hanno aggiunto i vigili del fuoco, è adesso "preservata".
La prossima ora e mezza sarà cruciale per gli sforzi di salvare quel che rimane della cattedrale di Notre Dame, aveva detto poco prima il comandante generale della Brigata dei vigili del fuoco di Parigi Jean-Claude Gallet, citato dalla Cnn.
"C'è il rischio che la grande campana cada. E se cade la campana, è la torre che collassa. Ci sono pompieri dentro e fuori. La prossima ora e mezza sarà cruciale. Dobbiamo vincere questa battaglia e fermare l'ampliamento delle fiamme. L'azione più efficace è dall'interno. Non siamo sicuri di essere in grado di fermare l'allargamento del rogo alla torre nord".
Eventualità che ora sembra scongiurata. Il comandante ha spiegato che la prima chiamata parlava di fiamme in alto: "stiamo portando in salvo i pezzi d'arte più preziosi, che sono stati messi al sicuro".     

"Un terribile incendio è in corso nella Cattedrale di Notre-Dame di Parigi". Lo scrive su Twitter il sindaco della capitale francese, Anne Hidalgo. I vigili del fuoco, aggiunge, "stanno cercando di controllare le fiamme. Si lavora in stretta collaborazione" con la Diocesi di Parigi. "Invito tutti - conclude - a rispettare il perimetro della sicurezza!".
Un giornalista Le Figaro Wladimir Garcin, riferisce nella diretta sul sito del giornale parigino che un comandante della polizia gli ha detto che l'incendio dovrebbe durare: "Brucerà a lungo".
"È orribile vedere l'enorme incendio della Cattedrale di Notre Dame a Parigi", scrive costernato su Twitter il presidente americano Donald Trump. "Forse gli aerei cisterna antincendio potrebbero essere utilizzati per spegnerla. Deve agire velocemente!"
In un tweet che sembra una risposta a Donald Trump, che aveva suggerito il getto di acqua da aerei, la protezione civile francese ha spiegato che una procedura simile "potrebbe far collassare l'intera struttura insieme con i vigili del fuoco che stanno in questo momento dando il meglio per salvare Notre Dame".

   

Le reazioni in Italia

 "Terrificante incendio alla cattedrale di Notre Dame, crollata la guglia. Un pensiero e un abbraccio al popolo di Parigi. Dall'Italia tutta la nostra vicinanza e tutto l'aiuto che potremo dare". Lo scrive il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, su Twitter.  
"Sono vicino al popolo francese per questo terribile incendio che ha colpito la cattedrale di Notre Dame, patrimonio dell'umanita' tutta. Per Parigi e la Francia il supporto e il sostegno di tutto il governo italiano". Ha scritto invece, sempre su Twitter, il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio.  Fonte: qui

ECCO LE PRIME IMMAGINI DALL’INTERNO DELLA CATTEDRALE DI NOTRE DAME DOPO L’INCENDIO

GLI INTERROGATIVI SUBITO DOPO IL DISASTRO: PERCHÉ NON SI È RIUSCITI A SPEGNERE PRIMA L'INCENDIO? DI CERTO NON SI POTEVA INTERVENIRE CON I CANADAIR: OGNI AEREO HA UN CARICO DI 5 MILA LITRI D'ACQUA, E AVREBBE DOVUTO LANCIARE DA UN'ALTEZZA DI ALMENO 800 METRI. UNA BOMBA SIMILE AVREBBE DISTRUTTO ANCHE QUEL POCO CHE FORSE SI È SALVATO 

A RALLENTARE L’INTERVENTO HA CONTRIBUITO IL CANTIERE PIAZZATO INTORNO ALLA GUGLIA A 92 METRI DA TERRA, UN'ALTEZZA PROIBITIVA PER UN INTERVENTO TEMPESTIVO ED EFFICACE

IL FUOCO SAREBBE PARTITO PROPRIO DA UN'IMPALCATURA, IN UN ORARIO IN CUI PERÒ...

Francesco Giambertone per il “Corriere della Sera”

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Se lo chiede l' uomo della strada che vede in tv le immagini del disastro nel cuore di Parigi, se lo chiede anche l' inquilino della Casa Bianca, a migliaia di chilometri da lì, e nonostante il ruolo non resiste alla tentazione di improvvisarsi pompiere su Twitter: perché - scrive Trump - non usano degli aerei per spegnere il fuoco? Il suggerimento rimbalza fino in Francia e solleva già polemiche, che la Protezione civile francese deve domare come se le fiamme, quelle vere, non bastassero: i Canadair, spiegano, «rischierebbero di distruggere tutto» con una bomba d' acqua troppo potente per una cattedrale con novecento anni di Storia.
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È l' unica certezza, per ora, in un turbine di domande che da oggi - finito il calcolo dei danni - vorticheranno sulla Francia: perché non si è riusciti a spegnere prima l' incendio? I parigini e le centinaia di turisti hanno assistito per troppi minuti allo spettacolo del fuoco che devastava il tetto della cattedrale, abbatteva la guglia, faceva collassare la copertura. Non si sa cos' abbia fatto scoppiare il fuoco, probabilmente un incidente: sarà la procura di Parigi a chiarire le responsabilità.

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E a stabilire se c' entri qualcosa quel cantiere così unico, piazzato intorno alla guglia a 92 metri da terra, un' altezza proibitiva per un intervento tempestivo ed efficace: «Siamo bravi quando possiamo entrare nell' edificio e lavorare dall' interno - racconta un ex funzionario della Protezione civile italiana, Piero Moscardini - ma in una situazione del genere non potevano fare più di così. I pompieri sparavano acqua con lo snorkel, un cannone: al tetto quasi non ci arrivavano».

Alla Parigi ancora in lacrime qualcuno dovrà spiegare se esisteva o meno un adeguato piano anti-incendio, per uno dei monumenti più importanti e fragili d' Europa, già bersaglio delle mire dei terroristi. Dovrà chiarire se in quel cantiere sono state seguite tutte le norme di sicurezza e sulla prevenzione, se ci fosse o meno un addetto a controllare che la ditta utilizzasse i materiali giusti, e se i fondi stanziati fossero sufficienti. Risposte che spetteranno, inevitabilmente, anche alla politica. Mentre Macron, a tarda sera, può solo complimentarsi coi cinquecento pompieri applauditi dalla folla: «Coraggio leonino, grande professionalità e tenacia: grazie».
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Sui siti francesi c' è spazio anche per il tweet della belga Opaline Meunier, consigliera comunale, che scatena la rabbia bipartisan: «Sono mattoni. Si ricostruiranno. Non ci sono feriti. Ci sono così tanti altri drammi per cui mi piacerebbe vedere qualcuno piangere». Lo cancellerà, comunque troppo tardi.

TRE NODI
Francesco Giambertone per il “Corriere della Sera”

GLI AEREI NON SERVIVANO SAREBBE STATA UNA BOMBA
Sull' incendio divampato a Notre Dame non potevano intervenire i Canadair, gli aerei utilizzati spesso per spegnere i roghi nei boschi, al contrario di quanto suggerito su Twitter da Donald Trump. «Ognuno di quei velivoli - spiega al Corriere Piero Moscardini, ex funzionario della Protezione Civile - ha un carico di 5 mila litri d' acqua, e avrebbe dovuto lanciare da un' altezza di almeno 800 metri. Non si può sganciare una bomba simile su un edificio: avrebbe distrutto anche quel poco che forse si è salvato».

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Inoltre, con una tale colonna di fumo non ci sarebbe stata la visibilità necessaria a uno sgancio preciso, e si sarebbero messe in pericolo le vite di chi si trovava intorno all' edificio. Nemmeno gli elicotteri, che aiutarono a domare il fuoco che devastò La Fenice di Venezia nel 1996, avrebbero potuto fare nulla: «Era del tutto impossibile operare dall' alto». La Protezione civile

IL TELAIO DEL TETTO IN LEGNO: BASTAVA SOLO UNA SCINTILLA
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Il motivo principale per cui l' incendio è divampato così velocemente è l' enorme quantità di legno del XIII secolo presente nella struttura della cattedrale, in particolare nel telaio di sostegno della copertura del tetto: il punto che ha preso fuoco più in fretta ed è collassato sulla navata della chiesa. «Si tratta di legno vecchio, secco, è bruciato tutto violentemente», racconta Piero Moscardini, ex funzionario della Protezione Civile. «In uno scenario del genere basta veramente una scintilla».

Anche il portavoce di Notre-Dame, Andre Finot, ha dovuto ammettere che «della struttura in legno non rimarrà nulla». L' incendio si è sviluppato intorno alle impalcature montate per i lavori di restauro: strutture composte per la maggior parte in metallo, ma non è escluso che anche lì vi fossero delle travi in legno - quelle su cui avrebbero potuto passare gli operai - e che potrebbero aver contribuito ad alimentare le fiamme. L' inchiesta della procura chiarirà anche questo.
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FUOCO DALLE IMPALCATURE? GLI OPERAI NON C' ERANO
È possibile che il cantiere di ristrutturazione della guglia gotica - crollata per l' incendio - abbia avuto un ruolo. Secondo le prime indicazioni dei pompieri (ancora da confermare) il fuoco sarebbe partito proprio da un' impalcatura, in un orario in cui però il cantiere - posizionato a circa 90 metri da terra - non era in funzione. I lavori sono gestiti dalla società Socra, della regione del Périgord, attiva anche a livello internazionale.

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La ristrutturazione, iniziata mesi fa, si era resa necessaria per far fronte ai danni sempre più gravi portati dall' acqua e dall' inquinamento a una struttura vecchia di 856 anni a cui il restauro del 1844, con l' utilizzo di pietre di bassa qualità e di cemento, non aveva portato grandi benefici. Con i nuovi lavori si sarebbe dovuto sostituire il piombo del tetto e restaurare le grandi statue di rame collocate da 150 anni a un' altezza di 120 metri.
E proprio l' altezza a cui è divampato il fuoco ha reso una situazione critica quasi impossibile da gestire per i pompieri.

Fonte: qui


lunedì 15 aprile 2019

IL DOSSIER DEGLI 007: SEIMILA PROFUGHI PRONTI A PARTIRE PER L’ITALIA DALLA LIBIA

NELLE INFORMATIVE CONSEGNATE AL PREMIER GIUSEPPE CONTE I RISCHI CHE IL CONFLITTO SCATENI I GRUPPI COLLEGATI ALL’ISIS 
L’INTELLIGENCE: “TEMIAMO CHE DIVENTI UNA NUOVA SIRIA”
Fiorenza Sarzanini per www.corriere.it

HAFTAR E GIUSEPPE CONTEHAFTAR E GIUSEPPE CONTE
La maggior parte vive ammassata nei centri di detenzione dove l’acqua e il cibo sono sempre più scarsi. Altri sono stipati negli edifici e nelle baracche sulla costa. E poi ci sono i detenuti stranieri. Tutti in attesa di riuscire a liberarsi e partire. L’intensificarsi dei combattimenti per la conquista di Tripoli rende più concreto e drammatico il pericolo che la catastrofe umanitaria coinvolga direttamente l’Italia. Perché è nel nostro Paese che i profughi cercheranno di arrivare in qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo.

I rischi su quel che potrà accadere sono stati più volte evidenziati dall’intelligence nei report riservati consegnati in queste ore al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma anche nel corso dell’audizione di fronte al Copasir del direttore dell’Aise — l’agenzia per la sicurezza all’estero — Luciano Carta. E paventano la possibilità che ci siano almeno 6.000 stranieri determinati a imbarcarsi pur di sfuggire all’inferno libico. Tra loro moltissime donne e bambini. Senza tralasciare i rischi legati al terrorismo, il pericolo che la guerra civile scateni una nuova offensiva dei gruppi legati all’Isis.

al serraj haftar giuseppe conteAL SERRAJ HAFTAR GIUSEPPE CONTE
Gli incontri segreti
Nelle ultime settimane ci sono stati diversi incontri tra emissari del governo italiano e le due parti in conflitto. Il dialogo è sempre rimasto aperto sia con il presidente del governo riconosciuto Fayez al Sarraj, sia con il generale Khalifa Haftar in una posizione «dove tutti — viene sottolineato — sono a conoscenza del nostro operato e soprattutto dell’attività di mediazione che cerchiamo di portare avanti, consapevoli che un conflitto provocherebbe conseguenze disastrose non soltanto nell’area, ma anche negli Stati del Mediterraneo, primo fra tutti l’Italia».

conte haftarCONTE HAFTAR
Ecco perché il nostro Paese continua a porsi come interlocutore in un’attività di mediazione che al momento trova «sponda leale nella Germania». E se il trascorrere delle ore fa aumentare il rischio di guerra, la tela che si sta tessendo serve a tentare di mettere in sicurezza le aziende che operano in Libia, tenendo conto che soltanto alcune hanno deciso di evacuare il personale.

Ma soprattutto perché appare più che mai necessaria la protezione dalle interferenze estere. Non a caso durante la riunione urgente che si è svolta venerdì a palazzo Chigi è stata ribadita la volontà di tenere fede a tutti gli impegni presi anche dai governi precedenti, compresa quell’autostrada che deve attraversare la Libia. Un affare che confermerebbe il ruolo chiave dell’Italia nella gestione delle «commesse».
NAUFRAGIO DI UN BARCONE IN LIBIANAUFRAGIO DI UN BARCONE IN LIBIA

Scafisti e milizie
Con il conflitto in corso e le milizie impegnate a difendere le postazioni, il controllo del territorio inevitabilmente rimane appannaggio della criminalità. Ma è pur vero che senza gli aiuti «esterni» — vale a dire finanziamenti e approvvigionamento dei mezzi — organizzare le partenze in queste ore appare complicato. Ecco perché «i trafficanti di uomini stanno cercando di organizzarsi nel reperimento di barche e gommoni», in modo da prepararsi al trasporto dei profughi in fuga.

Una situazione che lo stesso Conte ha ben presente, non a caso ha ribadito di voler «coordinare ogni iniziativa», comprese quelle legate all’arrivo delle navi nei porti italiani. Ieri il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha voluto ribadire la «linea dura» ma appare pressoché scontato che — in caso di guerra — potrebbe essere necessario non soltanto autorizzare gli sbarchi e prevedere corridoi umanitari.
NAUFRAGIO DI UN BARCONE IN LIBIANAUFRAGIO DI UN BARCONE IN LIBIA

Ai 6.000 profughi che sono già chiusi nei centri e nelle prigioni, bisogna infatti aggiungere altre migliaia di persone che erano giunte dal deserto proprio per intraprendere il viaggio verso l’Europa. Senza tralasciare — è questa l’altra incognita — la capacità della Guardia costiera libica di tenere sotto controllo quel tratto di mare, ma soprattutto la certezza che Tripoli certamente non possa essere considerato «porto sicuro».

L’esercito e l’Isis
Secondo le informazioni a disposizione dell’Aise, «Haftar può contare su un esercito composto da 25mila persone, tra loro anche molti ragazzini». Ma con l’avanzare verso la capitale può avere problemi logistici, le ultime informazioni giunte dal campo parlano di «numerose “tecniche” — i pick up utilizzati dai soldati ed equipaggiati con le mitragliatrici — rimaste ferme perché senza carburante». Proprio su queste difficoltà si cercherà di fare leva a livello diplomatico per cercare di scongiurare il conflitto finale. L’intelligence evidenzia nei dossier «la presenza tuttora massiccia di gruppi presenti nel Paese e direttamente collegati all’Isis, determinati a sfruttare la situazione di caos, pronti a trasformare la Libia nella nuova Siria».

Fonte: qui

TRUMP TELEFONA AD HAFTAR E SI CONGRATULA

Notizia: Trump ringrazia il  Gen Haftar  di “mettere in sicurezza le risorse petrolifere della Libia” mentre infuria la battaglia per Tripoli.  Il presidente USA ha parlato al telefono con Haftar all’inizio della settimana. Nel comunicato della Casa Bianca, si legge che “ha riconosciuto il ruolo significativo del feldmaresciallo (sic) Haftar  nella  lotta al terrorismo e  nel mettere  in sicurezza le risorse petrolifere della Libia”.
Si noti   che ai primi di aprile invece Mike Pompeo  aveva  dichiarato: “Ci opponiamo all’offensiva militare delle forze di Khalifa Haftar e  sollecitiamo l’immediata fermata a queste operazioni militari contro la capitale libica , “Pompeo ha detto in quel momento”.
Domani i media vi diranno che Trump ha  così punito l’Italia per la nostra adesione alla Nuova Via della  Seta. Magari il motivo vero è  che: Khalifa Haftar ha l’appoggio di Egitto, Russia, Francia; è sostenuto dai sauditi perché il “governo” Sarraj  è una enclave dei Fratelli Musulmani che loro  temono ed odiano, stesso motivo per cui al Cairo Al-Sisi preferisce la vittoria di Haftar. I sauditi, si sa, possono aver messo una buona  parola a Washington, dove hanno qualche amico (uno di nome Jared). Per di più, a Washington si sono ricordati che Haftar ha vissuto per  un ventennio negli USA (dopo  un tentativo andato a male di rovesciare Ghedafi), abitava a due passi da Langley  ed era l’agente della Cia sulla Libia.  Alla Cia si saranno ricordati di  avere ancora il suo numero, e Trump ha alzato il telefono.  Perché continuare ad essere  ostili?  Se Haftar sta vincendo, perché non riprendere i contatti?
Invece il governo Gentiloni ha sostenuto Al Serraj  su istruzioni di Obama  e di Hillary Clinton. Istruzioni ampiamente scadute, ma il nostro ministro degli esteri appartiene a quella covata, e continua ad eseguirne gli ordini. E’ una delle incredibili continuità del  governo “del cambiamento”.  Lo abbiamo riempito di motovedette perché   ci salvi dai gommoni degli scafisti. In  pratica sosteniamo la Fratellanza Musulmana in Libia. “Sosteniamo” del resto è una parola grossa. L’ ultima  lezioncina che si può apprendere è che  quando non si ha una forza armata, e quel poco l’abbiamo sparso nel mondo secondo i comandi della NATO, dell’ONU, della UE, quindi de-nazionalizzati, in quelle aree non si conta nulla.

Resta da  dire che Haftar ha più forti e solide le relazioni internazionali, di quanto ne abia all’interno.  Quasi metà dei gruppi armati nell’ovest della Libia non  sono alleati né di Sarraj né di  HAftar, ed anche i rispettivi “eserciti”  sono composti di multiple e disparate milizie.
Secondo una valutazione risalente al 2014, la Libia aveva allora circa 1.600 gruppi armati. Per questi gruppi, far parte di una potente coalizione impedisce ai rivali locali di acquisire influenza politica, militare e territoriale. La coalizione tra gruppi armati è quindi un fattore chiave per gli sviluppi sul terreno.
Non c’è “un” conflitto in Libia, ci sono più conflitti interconnessi e disconnessi. Il nostro primo avviso evidenzia quattro importanti teatri. In tutti i teatri, ci sono molte linee di faglia locali e interessi in gioco;

La principale frattura nazionale è tra il governo di National Accord (GNA) e l’esercito nazionale libico (LNA , ossia HAFTAR  ). La posizione militare della LNA è migliorata. L’uomo forte della LNA Khalifa Haftar riceve sempre più riconoscimenti diplomatici internazionali;
La Libia è principalmente una preoccupazione per l’Europa a causa delle pressioni migratorie e della minaccia terroristica. È improbabile che la Libia diventi presto un nuovo conflitto geopolitico per procura, dato che l’amministrazione Trump non ha preso grande interesse mentre il coinvolgimento russo è limitato, cauto ed economicamente motivato. I libici generalmente considerano il coinvolgimento esterno con sospetto;
L’Europa è stata divisa nel suo approccio alla Libia e una politica europea veramente integrata non è decollata. Ufficialmente, l’UE segue il processo di mediazione guidato dall’ONU. L’ex colonizzatore italiano ha sostenuto la GNA (principalmente per ridurre la migrazione) mentre la Francia ha sostenuto Haftar (principalmente per contrastare il terrorismo) che ha portato a tensioni tra entrambi i paesi dell’UE e conflitti locali in Libia;
Sono coinvolti anche attori regionali. Dei vicini della Libia, la Tunisia e l’Algeria adottano un approccio alla “grande tenda”, cercando un accordo integrale, mentre l’Egitto sostiene la LNA in vari modi. Inoltre, la spaccatura del Golfo ha un impatto sul conflitto con la parte saudita / emiratina che sostiene la LNA e la parte del Qatar / Turchia che sostiene tacitamente la GNA.

Fonte: qui

domenica 14 aprile 2019

LE BUFALE SULLA CARNE - DAGLI 80 CHILI DI MANZO PRO CAPITE MANGIATI OGNI ANNO, AI 1500 LITRI DI ACQUA NECESSARI PER PRODURRE UN ETTO FINO ALLA CARNE CHE FA VENIRE IL CANCRO: ECCO COSA NON STA IN PIEDI E LE ESAGERAZIONI

Attilio Barbieri per “Libero quotidiano”

La carne fa male. Fra le tante bufale amplificate a dismisura dai social media, in testa Facebook, questa è una delle più clamorose. Alimentate da un sottobosco di pubblicazioni e blog che fanno dello scandalo fine a sé stesso la loro principale ragion d' essere, le balle sul consumo di carne godono pure di una sorta di extraterritorialità che deriva loro dall' essere falsamente «pro ambiente» e vagamente politically correct.
carne grassa 2CARNE GRASSA 2

Così, quando ho ricevuto un accurato studio condotto nell' ambito del progetto Carni Sostenibili, non ho resistito ad approfondirlo. Scoprendo che la maggior parte delle argomentazioni su cui poggia la campagna contro la carne sono bufale clamorose. Cinque su tutte, che impazzano da anni su web e social. Vediamole una per una.

Prima bufala: in Italia mangiamo 79,1 chilogrammi di carne all' anno. Troppa! Non è vero che il consumo di carne pro capite dei nostri connazionali ammonti a poco meno di 80 chili l' anno. Per un semplice motivo: questa stima prende in cosiderazione anche le parti non edibili dei capi macellati, vale a dire tendini, ossa, grasso e cartilagini. Se si escludono gli scarti le cifre cambiano e si scopre che in media il consumo reale è di circa 37,9 Kg di carne all' anno. Dunque meno della metà. Fra l' altro, considerando soltanto la carne bovina, il consumo reale scende a 29 grammi al giorno pro capite, una quantità ben al di sotto delle raccomandazioni dell' Organizzazione mondiale della sanità, l' Oms, che fissano a 100 grammi il consumo giornaliero di carne rossa.
carne grassa 1CARNE GRASSA 1

Seconda bufala: la carne fa venire il cancro, lo dice l' Oms! Anche questo è falso. Nel 2015, l' Oms attraverso la Iarc, l' Agenzia per la ricerca sul cancro, ha analizzato il rischio di sviluppare il tumore al colon in presenza però di un consumo giornaliero pari a 50 grammi di carne trasformata (ad esempio sotto forma di salumi) e 100 grammi di carne rossa. Ecco, con queste dosi il rischio cresce di circa il 18% per le carni trasformate e del 17% per le carni rosse. Ma se si riportano i calcoli ai nostri consumi medi effettivi, i rischi diventano trascurabili.

Terza bufala: la produzione di carne non è sostenibile. Servono 15.000 litri d' acqua per produrne un chilo di carne bovina. Nulla del genere! La stima, infatti, si basa sul concetto di «impronta idrica» elaborato dal Water Footprint Network sull'«acqua virtuale», messa in gioco in tutto il processo produttivo. In pratica pure quella usata nella coltivazione dei foraggi e nei cereali necessari all' alimentazione del bestiame, oltre all' acqua impiegata in fase di macellazione o per depurare gli scarichi di produzione. In pratica si calcola pure l' acqua piovana senza la quale il foraggio e il grano non crescerebbero.
carne crudaCARNE CRUDA

Negli allevamenti italiani più efficienti, invece, il consumo effettivo di acqua è di 790 litri per chilo di carne. In quelli meno efficienti, che però stanno scomparendo, arriva al massimo a 7mila litri. Quarta bufala: gli allevamenti inquinano più dei trasporti! Falso pure questo. Se si considera il solo settore zootecnico, cioé gli allevamenti, in Italia il contributo totale ai gas serra è del 4,4%, come certifica un report dell' Ispra, l' Istituto superiore per lo studio e la ricerca ambientale, pubblicato nel 2017.

Un viaggio aereo Roma-Bruxelles, ad esempio, genera più emissioni del consumo di carne di un italiano per un anno intero. Oltre all' anidride carbonica, un altro gas sotto accusa per i cambiamenti climatici è il metano, prodotto in natura dal metabolismo di alcuni batteri definiti «metanogeni», presenti nell' apparato digerente dei ruminanti e nelle acque stagnanti, ad esempio le risaie. Ma la quantità di metano prodotta così è trascurabile rispetto a quella ottenuta con lo sfruttamento dei pozzi petroliferi.

carne rossa 1CARNE ROSSA 1
Quinta bufala: la carne contiene ormoni e antibiotici; mangiarla è pericolosa! Questa è forse la bufala di più lunga durata visto che ci affligge da tempo immemorabile. Il trattamento di animali con gli ormoni è vietato in Europa da quasi quarant' anni e da oltre un decennio è proibita pure la somministrazione di antibiotici a scopo preventivo. Non è un caso se l' Unione europea ha bloccato a partire dal 1988 l' import di carne bovina da Stati Uniti e Canada, due Paesi in cui gli ormoni sono ammessi.

Negli allevamenti l' uso di antibiotici è permesso soltanto a scopo di cura, previa prescrizione del veterinario. Gli animali che li abbiano assunti possono essere macellati soltanto dopo che sia trascorso il tempo necessario a smaltire le sostanze contenute nei farmaci. Infine tre numeri per capire la portata delle bufale sull' alimentazione. Se è vero che 9 italiani su 10 parlaro abitualmente di cibo, oltre 7 si informano prevalentemente su internet. Ma appena 6 su 100 lo fanno sui siti di giornali e istituzioni.

Fonte: qui

Sanità, l’apertura del M5S ai fondi privati per me è un tradimento politico


Nel mio precedente post che denunciava l’apertura del M5S alle mutue (fondi sanitari privati), molti sono stati i commenti: alcuni di questi chiedevano maggiori spiegazioni. Precisiamo che la proposta del M5S – che per me vale come un vero e proprio tradimento politico – è contenuta nell’articolo 5 della bozza di patto per la salute che la ministra Giulia Grillo ha sottoposto alle regioni per giungere a un’intesa. Non si capisce bene se è una proposta personale della Grillo o una proposta del M5S, qualcuno ci spiegherà. L’articolo 5 dice sostanzialmente che:
1. i fondi integrativi (mutue) sono complementari al Ssn, cioè sono parte di esso avendo lo stesso scopo di garantire la tutela della saluteQuindi si tratta di istituire quella che in gergo si chiama “seconda gamba”, dando attuazione alla proposta dell’ultimo governo Berlusconi di sostituire il sistema pubblico universalistico e solidale con un sistema multipilastro (un po’ di pubblico, un bel po’ di mutue, e anche da un bel po’ di assicurazioni private);

2. si deve rivedere la normativa attualmente in vigore per incrementare, attraverso maggiori incentivi fiscali, le prestazioni integrative facendole diventare sostitutive. Cioè lo Stato, oltre a finanziare il sistema pubblico, deve finanziare le mutue private;
3. si permette ai fondi di utilizzare anche le strutture pubbliche.
Queste le cose principali. La ragione politica di questo inaccettabile ribaltone, si legge testualmente nell’articolo 5, riguarda la “sostenibilità del sistema e l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse pubbliche”. Prima di commentare l’articolo 5 (in questo post mi limiterei a ciò) vorrei ricordare due cose:
1. l’attuale sanità pubblica, invidiata da tutto il mondo, è nata dal fallimento del precedente sistema mutualistico e in particolare per risolvere i due grandi problemi che accompagnano da sempre questo tipo privato di tutela: l’insostenibilità finanziaria che causò il default delle mutue (sono sistemi che tendono a costare sempre di più e in ragione di ciò a dare sempre di meno); l’inadeguatezza dell’assistenza sanitaria (lo scopo per questi sistemi è il profittonon la soddisfazione dei bisogni: per fare profitto essi non garantiscono mai il giusto riconoscimento delle reali necessità di cura del malato);

2. la legge di riforma del 1978 con la quale abbiamo istituito il Ssn – e quindi superato le vecchie mutue, con l’articolo 46 – prevedeva comunque la libertà per chiunque di farsi una mutua volontaria, ma vietava la possibilità per le mutue di avere finanziamenti sia privati che pubblici (con un Ssn non ha senso finanziare con degli incentivi forme di tutela privata concorrenti con il pubblico).
Ciò detto torniamo all’articolo 5:
1. i fondi integrativi, se si limitassero a passare quello che lo Stato non passa (per esempio odontoiatria, oculistica ecc.), potrebbero essere perfino un’estensione dell’universalismo, ma il problema è che essi puntano deliberatamente a scalzare lo Stato per privatizzare il mercato della salute, cioè nei fatti sono fondi sostitutivi, che vogliono marginalizzare il ruolo del pubblico o almeno tagliargli l’erba sotto i piedi. Ammettere questi fondi, che ora con un eufemismo si chiamano “complementari”, significa fare cittadini di serie A (con due tutele: quella di diritto e quella per reddito) e cittadini di serie B (con un’unica tutela pubblica marginale e definanziata). I fondi in sostanza significano ingiustizie diseguaglianze. E pessima medicina;
2. non è vero che i fondi – come è scritto nell’articolo 5 – perseguono scopi di salute pubblica, perché la tutela della salute per questi sistemi è strumentale al conseguimento del profitto. Con i fondi, in parte i soldi dei premi e degli incentivi vanno ad assicurare le prestazioni agli iscritti, in parte vanno all’intermediazione finanziaria: cioè a presidenti, consigli di amministrazione, apparati, prebende varie. Cioè, a un vasto sistema parassitario di cui fanno parte purtroppo anche il sindacato e vari co-gestori;
3. permettere ai fondi di usare i servizi pubblici significa fare delle convenzioniche è un altro modo per fare cittadini di serie A (quelli che pagano) e cittadini di serie B (quelli che sono assistiti per diritto). Se penso allo stato dei nostri ospedali mi vengono i brividi. L’ospedale convenzionato darà la precedenza ai fondi e i poveracci dovranno mettersi in fila. Penso alla propaganda della ministra Grillo sulle liste di attesa.
Mi fermo qui, saranno i lettori a farsi un’opinione. Conto comunque di tornare sull’argomento per informarvi sulle altre gravi ricadute della proposta Grillo. Ribadisco ciò di cui sono convinto:
1. non è vietato fare le mutue ma chi le vuole se le deve pagare;
2. se ho dei soldi da spendere per la salute io preferisco spenderli per garantire i diritti delle persone, non per garantire la speculazione e il parassitismo;
3. i problemi di sostenibilità sono risolvibili in tanti modi diversi senza per questo dover sfasciare nulla, cioè la privatizzazione come soluzione è una folliaesaspera i problemi di sostenibilità, accresce nel tempo il costo dei premi e nel tempo dà sempre di meno;
4. gli incentivi già oggi riconosciuti a tutte le forme di mutua ammontano a una cifra pazzesca – che però nessuno ha calcolato con esattezza – che paghiamo con le nostre tasse. Io propongo di togliere gli incentivi al privato e con i soldi che recuperiamo di riformare il nostro sistema pubblico, per renderlo maggiormente adeguato alle nostre esigenze;
5. l’ultima considerazione è tutta politica. Se il M5S approverà le proposte della ministra Grillo, allora dovremmo ammettere che questo movimento ci ha truffati, intendendo distruggere la sanità pubblica e quindi l’articolo 32 della Costituzione, andando oltre il neoliberismo di Berlusconi e del Pd.
10 Aprile 2019


Docente all'Università Tor Vergata di Roma, esperto di politiche sanitarie

Il Fatto Quotidiano