9 dicembre forconi: paradisi fiscali
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lunedì 23 settembre 2019

L'EUROPA HA UNA SERPE IN SENO DI NOME LUSSEMBURGO E CI PENSA IL FMI A RICORDARCELO. LA LAGARDE SI PORTERÀ DIETRO QUESTO REPORT DURISSIMO ANCHE ALLA BCE? LO INVIERÀ ALL'AMICA URSULA?

INTANTO SEGNATEVI QUESTO DATO: IL PARADISO FISCALE CHE HA DATO I NATALI A JUNCKER (600MILA ABITANTI) ATTRAE PIÙ INVESTIMENTI STRANIERI DEGLI STATI UNITI (DI 330 MILIONI). TRADOTTO: 4 TRILIONI DI DOLLARI SOTTRATTI AL FISCO DEGLI ALTRI PAESI PER SFAMARE QUALCHE MIGLIAIO DI BISOGNOSI BANCHIERI E TRIBUTARISTI APPOLLAIATI SULLA ROCCA
Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi per ''Il Sole 24 Ore''

Le multinazionali alimentano ogni giorno i paradisi fiscali con iniezioni di miliardi di dollari, mandano in tilt medie e piccole imprese e aumentano il monopolio dei mercati.
jean claude junckerJEAN CLAUDE JUNCKER
Nelle stesse ore in cui il Capo dello Stato Sergio Mattarella lanciava il suo grido d'allarme contro gli squilibri fiscali nella Ue, che favoriscono le multinazionali e albergano nei paradisi fiscali europei, il Fondo monetario internazionale (Fmi) dava alle stampe un report sui lati nascosti e bui dell'economia mondiale. Avvalorando le parole di Mattarella ma su scala mondiale.

Le parole di Mattarella e il caso Shell in Olanda
«Vanno fatti passi avanti per una fiscalità europea che elimini forme di distorsione concorrenziale e affronti il tema della tassazione delle grandi imprese multinazionali, per un sistema più equo e corretto», ha scritto Mattarella nel suo messaggio, letto dall'ex premier Enrico Letta il 7 settembre nel corso del Forum Ambrosetti a Cernobbio (Como).
Chissà se il Presidente della Repubblica Mattarella aveva in mente il caso dell'Olanda che, in queste ultime ore, continua a destare l'attenzione di tutto il mondo, ancora una volta per il caso di una multinazionale che lì viene ospitata.

CHRISTINE LAGARDECHRISTINE LAGARDE
Il 4 settembre il presidente del Partito socialista (Sp) olandese, Lilian Marijnissen, ha infatti affermato che la situazione fiscale del colosso petrolifero anglo-olandese Shell, in Olanda è fuori dal mondo. Nel corso di un programma televisivo, la parlamentare socialista ha detto che Shell paga meno del valore di un giro di birre al pub. «Paghi più tasse per un round con i tuoi amici sulla terrazza, di quanto Shell non paghi per i miliardi di profitti che la compagnia guadagna nei Paesi Bassi», ha affermato.
sergio mattarellaSERGIO MATTARELLA

Jan Van de Streek, professore di diritto tributario societario, ha sottolineato che Shell paga solo l'imposta sulle società. La multinazionale ha recentemente annunciato che sono stati conclusi accordi con le autorità fiscali per l'imposta sugli utili. Di conseguenza, il colosso petrolifero nel 2017 non ha pagato alcuna imposta sugli utili realizzati nei Paesi Bassi.

Vincent Kiezenbrink ricercatore per il network Tax Justice, conferma la dichiarazione di Marijnissen: «Shell ha stretto accordi con il governo. Ciò consente di detrarre le perdite provenienti dai progetti stranieri dagli utili realizzati nei Paesi Bassi». Secondo Kiezenbrink, Shell ha realizzato un utile di 1,7 miliardi di euro nel 2017 (ultimo dato disponibile). In precedenza, la società aveva annunciato che il profitto era stato completamente azzerato dalle perdite all'estero. «E dato che non è possibile riscuotere tasse su zero euro l'affermazione che un round di birre su una terrazza è più tassato del profitto di Shell è quindi corretta», ha concluso Kiezenbrink.
christine lagardeCHRISTINE LAGARDE

SEMPRE PIÙ IN ALTO
Gli investimenti diretti esteri “fantasma” superano quelli autentici. Miliardi di dollari (scala Sx) e percentuale delle entrate globali degli investimenti esteri diretti (scala Dx) Nota (*): Investimenti diretti esteri Fonte: Damgaard, Elkjaer, and Johannesen (forthcoming)

Secondo il Fondo monetario internazionale, però, c'è qualcosa che non va se solo si considera che il Lussemburgo, con appena 600mila abitanti, attrae 4 trilioni di dollari (ovvero 6,6 milioni pro-capite), quanto gli Stati Uniti e molto più della Cina.
In pratica, dunque, afferma l'Fmi, gli investimenti diretti esteri sono diventati investimenti finanziari tra imprese che appartengono allo stesso gruppo multinazionale e la maggior parte di questi sono “investimenti fantasma” poiché passano attraverso scatole vuote, le cosiddette “corporate shell”, che non hanno attività, non conducono operazioni finanziarie e, piuttosto, servono solo a nascondere le attività della holding, condurre operazioni finanziarie infragruppo o gestire asset intangibili per ridurre al minimo la tassazione globale.
selmayr junckerSELMAYR JUNCKER

L'Fmi calcola che finora su 40 trilioni di dollari di investimenti diretti esteri veicolati nel mondo, quelli “fantasma” valgono 15 trilioni di dollari – che è come a dire il Pil annuale di Cina e Germania messe insieme – quasi la metà dei quali tra Lussemburgo e Olanda. Se si aggiungono Hong Kong, British Virgin Islands, Bermuda, Singapore, le Isole Cayman, Svizzera, Irlanda e Mauritius, ecco che questi 10 Paesi ospitano complessivamente l'85% degli investimenti fantasma.

Multinazionali “avvinghiate” ai profitti
Mattarella ha focalizzato il suo sguardo sull'Unione europea, già messa sotto la lente dalla stessa Commissione di Bruxelles che nel marzo 2018 aveva stigmatizzato le politiche fiscali di sette paesi della Ue: Lussemburgo, Belgio, Olanda, Irlanda, Malta, Cipro e Ungheria. In questi paesi “Fiume di denaro” ha iniziato un viaggio per raccontare in che modo lo squilibrio fiscale incide sulla libera concorrenza e il libero mercato.

juncker da una parte presidente della commissione dall altra premier lussemburgheseJUNCKER DA UNA PARTE PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DALL'ALTRA PREMIER LUSSEMBURGHESE
Ci ha poi pensato il Fondo monetario ad allargare lo sguardo al mondo intero, evidenziando ancor di più lo squilibrio. «Come regola generale – scrive infatti Nicholas Shaxson nel numero di settembre della rivista F&D dell'Fmi – più è grande la multinazionale, di cui alcune detengono centinaia di filiali offshore, tanto più pervicacemente è avvinghiata al sistema offshore e tanto più vigorosamente lo difende ma anche i governi più forti difendono questo sistema perché hanno un proprio tornaconto».

Ed eccoli lì i Paesi che beneficiano dell'immobilismo mondiale – da qualche anno contrastato da timide politiche comuni adottate in ambito europeo e mondiale – contro l'aggressività fiscale. Tax Justice mette nell'elenco dei beneficiari dell'elusione fiscale delle tasse societarie, in primis Isole Vergini britanniche, poi Bermuda e Isole Cayman. L'indice di opacità finanziaria elaborato dallo stesso network mette in lista la Svizzera, seguita da Stati Uniti e Isole Cayman: sono loro al top per quote di ricchezza privata proveniente dall'estero.
Le grandi imprese Usa “in paradiso”
I conti sono presto fatti. La rivista statunitense Fortune, nel 2017 (ultimo dato disponibile) ha stimato che le principali 500 imprese a stelle e strisce da sole detenevano in quell'anno oltre 2,6 trilioni di dollari nei Paesi offshore, sebbene una piccola quota fosse rientrata l'anno successivo grazie alla riforma fiscale Usa del 2018.

Il costo per i Governi di tutto il mondo è altissimo: tra i 500 e i 600 miliardi di dollari all'anno solo da mancati introiti fiscali da tassazione sulle imprese. Delle entrate tributarie perse, le economie a basso reddito ne contano circa 200 miliardi, una cifra superiore ai circa 150 miliardi di dollari che questi Paesi ricevono ogni anno dai programmi di sviluppo e assistenza proveniente dai Paesi esteri. E, contemporaneamente, una cifra percentualmente superiore a quanto detenuto nei centri finanziari offshore dalle economie degli Stati più avanzati.
il porto franco all aeroporto di lussemburgoIL PORTO FRANCO ALL'AEROPORTO DI LUSSEMBURGO

In altre parole, tanto più sono poveri i Paesi, tanto più cresce il rischio che i capitali volino verso i paradisi fiscali. E per farsi capire, l'Fmi usa un paradosso: fermiamoci a pensare quanti ricchi nigeriani possono avere soldi custoditi a Ginevra o a Londra e, viceversa, quanti svizzeri o inglesi ricchi possano avere proprietà finanziarie a Lagos. I Paesi offshore drenano risorse ai poveri e li riversano ai ricchi. Una sorta di Robin Hood al contrario.

Nei Paesi offshore fino a 36 trilioni di dollari
Il dato del tesoro nascosto fuori dai naturali confini nazionali da persone fisiche è sicuramente sottostimato visto che nel 2016 l'economista americano James S. Henry ha stimato che, complessivamente, nei paradisi fiscali nel 2014 era stipata un'astronomica cifra calcolata tra i 24 e 36 trilioni di dollari. Di quei 24/36 trilioni di dollari, ben 12,1 provenivano dai Paesi in via di sviluppo (rispetto agli 8,9 del 2010) , anche grazie al ruolo svolto da governi corrotti a danno del proprio Paese. Secondo l'economista francese dell'Università californiana di Berkeley Gabriel Zucman, nel 2017 le persone fisiche hanno espatriato 8,7 trilioni di dollari nei paradisi fiscali (mentre erano 5,6 trilioni nel 2007, pari al 10% del Pil mondiale, la metà dei quali in Svizzera).
I REALI DEL LUSSEMBURGOI REALI DEL LUSSEMBURGO

Il sistema offshore sta crescendo, scrive l'Fmi. Quando un Paese dà vita a una nuova scappatoia fiscale o ad un accordo segreto tra le parti che sono in grado di attrarre risorse mobili, altri Paesi copiano o li superano, in una corsa al ribasso.

Questo ha contribuito a un drammatico calo nella media delle aliquote di imposta sulle società, che sono diminuite della metà, dal 49% del 1985 al 24% oggi. Per le multinazionali statunitensi, il profitto aziendale transitato nei paradisi fiscali è passato da un 5%-10% stimato nel 1990 all'attuale 25-30% (fonte: Cobham and Jansky 2017).
L'Ocse, comunque, stima che a luglio 2019, ben 90 Paesi hanno condiviso informazioni su 77 milioni di conti correnti per un valore di 4,9 trilioni di dollari e in questo modo i depositi nei paradisi fiscali sono diminuiti tra il 20 e il 25% e le voluntary disclosures hanno generato 95 miliardi di dollari di tasse in più per i membri del G20.

I danni all'ecosistema
Il danno che molte multinazionali apportano all'ecosistema fiscale, economico e finanziario mondiale è enorme anche se si prendono in considerazione altri parametri.
Le multinazionali, scrive Shaxons per l'Fmi, sono in grado di manipolare i cosiddetti “transfer prices” delle transazioni fra le diverse filiali collocate nei diversi Paesi, facendo scivolare i profitti verso gli Stati a bassa tassazione. In altre parole, un'impresa può detenere un brevetto in un Paese a bassa tassazione e caricare royalties esorbitanti del prodotto nei Paesi a alta tassazione, in modo da massimizzare i profitti nei Paesi a bassa tassazione.

La cooperazione internazionale sta facendo il possibile e così l'Ocse, proprio in questi mesi, sta tirando le somme del progetto Beps diretto proprio alle multinazionali, che violano sempre più il principio della libera concorrenza. Se è vero che il progetto ha provato ad aumentare la trasparenza è anche vero che, ultimamente, è visto come un fallimento della stessa Ocse, soprattutto nei confronti dell'economia digitale. Gli stessi Stati Uniti – ricorda l'Fmi – hanno tardivamente riconosciuto che, con il calo dell'economia e degli scambi tradizionali, avrebbe senso spostare la tassazione laddove avvengono le vendite dei prodotti.
rutteRUTTE

Mercati emergenti, come Colombia, Ghana e India, che hanno guadagnato peso nell'economia mondiale a partire dal 2016, spingono per un nuovo approccio. E così la stessa Ocse ha cominciato a riconsiderare il sistema, anche se alcuni Paesi in via di sviluppo spingono a favore di una formula che prenda in considerazione anche il personale impiegato, i mezzi e le infrastrutture, il che darebbe loro maggiori diritti di tassazione.

Il cambio di passo
Questo modo di ragionare – sottolinea ancora l'Fmi – rappresenta un passo avanti rispetto all'ortodossia del principio della libera concorrenza. E così nel gennaio di quest'anno, la diga ha cominciato a cedere. Per la prima volta l'Ocse ha ammesso che bisogna trovare una soluzione che vada oltre il principio della libera concorrenza. A marzo, Christine Lagarde, all'epoca direttore generale dell'Ocse e dal 1° novembre di quest'anno designata a diventare presidente della Banca centrale europea, ha definito il modello in corso datato e dannoso per i Paesi a basso reddito e ha sottolineato la necessità di andare verso una formula che premi l'allocazione delle risorse.

A maggio, ecco il terzo step dell'Ocse: una road map che si propone una riforma che si regga su due pilastri: 
1) determinare dove devono essere pagate le tasse e su quali basi e quale quota di profitto debba essere tassata su quelle basi; 
2) portare le multinazionali a pagare un livello minimo di tasse. Il professore Reuven Avi Yonah dell'Università del Michigan ha detto che il progetto è «estremamente radicale» e che sarebbe stato «del tutto inconcepibile» fino a cinque anni fa.
MERKEL RUTTEMERKEL RUTTE

Troppo presto per dire se il vento sta girando. La stessa Fmi si limita a sottolineare che siamo all'inizio di un cambiamento che potrebbe essere epocale e pone l'accento sul fatto che le prove di forza tra Paesi non saranno più e soltanto tra ricchezza e povertà ma anche contribuenti e tra quelli che traggono profitto dal sistema attuale.

Il caso svizzero
Siamo, dunque, solo all'inizio della riforma per la tassazione delle imprese, a partire dalle multinazionali. Nessuno sa quali saranno i colpi decisivi e l'Fmi ricorda il caso, sorprendente, del segreto bancario svizzero. Nel corso degli anni, soprattutto Germania e Stati Uniti hanno provato, con scarso successo, a portare il Paese elvetico verso una maggiore trasparenza finanziaria. Nel 2009, quando gli Usa scoprirono che alcuni banchieri svizzeri avevano aiutato clienti americani a evadere le tasse, il Dipartimento della Giustizia ha cambiato strategia: l'obiettivo non era più lo Stato (la Svizzera in questo caso) ma i banchieri e le banche e così la Svizzera fece importanti concessioni contro il segreto bancario. La lezione che se ne trae, scrive l'Fmi, è che ogni responso internazionale deve includere sanzioni forti contro i privati, inclusi gli studi di consulenza e i professionisti, avvocati e commercialisti inclusi, quando facilitano attività criminali come, appunto, l'evasione fiscale.

Fonte: qui

domenica 10 marzo 2019

BRUXELLES CI ROMPE LE PALLE SUI CONTI, MA SUI PARADISI FISCALI IN EUROPA, CIOE’ OLANDA, LUSSEMBURGO E IRLANDA, NON DICE NULLA


OLANDA, LUSSEMBURGO E IRLANDA, HANNO FATTO PERDERE ALL’ITALIA 6,5 MILIARDI DI ENTRATE FISCALI (SI TRATTA DELLO 0,36% DEL PIL, PIÙ O MENO IL COSTO DEL REDDITO DI CITTADINANZA) 

CON LA LORO FISCALITA’ ED ACCORDI PRIVILEGIATI ALLE MULTINAZIONALI, HANNO DRENATO CAPITALI AGLI ALTRI PAESI (35 MILIARDI SOLO A NOI, FRANCESI E TEDESCHI) 


TRA I FURBETTI CI SONO ANCHE CIPRO E MALTA…

Marco Bresolin per “la Stampa”

I paradisi fiscali costano all' Italia 6,5 miliardi di euro l' anno. E nell' 80% dei casi si trovano all' interno dell' Unione europea. Lussemburgo, Olanda e Irlanda sono i principali Paesi destinatari dei trasferimenti di capitali delle grandi multinazionali, richiamati da un trattamento di favore che l' Ue ancora non riesce a contrastare.
paradisi-fiscaliPARADISI-FISCALI

Martedì l' Ecofin analizzerà nuovamente la situazione a poco più di un anno dalla pubblicazione del primo elenco Ue di "giurisdizioni fiscali non cooperative", la cosiddetta blacklist dei paradisi fiscali. Per l' occasione un rapporto di Oxfam fa il conto di quanto costa il "fuoco amico" per i governi europei. Soltanto nel 2015 più di 20 miliardi di euro di ricavi sono sfuggiti alla lente del Fisco italiano. E così sono sfumate imposte per 6,5 miliardi. Si tratta dello 0,36% del Pil, più o meno il costo del reddito di cittadinanza.

paradiso fiscalePARADISO FISCALE
Le perdite per Francia e Germania sono addirittura superiori in termini assoluti, visto che il rapporto di Oxfam stima minori entrate fiscali pari a 10,1 miliardi di euro per Parigi e addirittura 15 miliardi per Berlino. Se si aggiungono anche i 3,5 persi dalla Spagna si arriva a quota 35,1 miliardi di euro: soldi scippati alle prime quattro economie dell' Eurozona che in realtà non finiscono ai concorrenti, ma vanno quasi totalmente in fumo. I principali tre paradisi fiscali europei offrono "tax ruling" e accordi privilegiati alle multinazionali che trasferiscono lì i loro profitti (circa 187 miliardi di euro l' anno), applicando aliquote molto basse.

Nel dicembre del 2017 l' Ue ha adottato per la prima volta una lista nera dei paradisi fiscali, ma ha deciso di passare sotto la lente soltanto i Paesi extra-Ue. Secondo Oxfam, se la lista fosse estesa anche agli Stati membri ce ne sarebbero cinque che non rispettano i criteri utilizzati per giudicare gli altri paradisi fiscali: oltre a Lussemburgo, Olanda e Irlanda andrebbero inseriti anche Cipro e Malta.
MARTIN SELMAYR E JEAN CLAUDE JUNCKERMARTIN SELMAYR E JEAN CLAUDE JUNCKER

La Commissione europea - attraverso raccomandazioni - ha più volte sollevato la questione con i Paesi in questione. Anche Belgio e Ungheria sono già stati oggetto di richiami, ma le politiche fiscali restano di competenza nazionale e così Bruxelles non ha strumenti per intervenire. La Commissione ha cercato di aggirare gli ostacoli, affrontando il problema dal punto di vista della concorrenza sleale.

L' Antitrust Ue è intervenuta per sanzionare le multinazionali, obbligandole a restituire le imposte dovute ai governi con cui avevano siglato accordi (emblematico il caso dei 14 miliardi che Apple è stata costretta a versare all' Irlanda). Ma questo non ristabilisce certo l' equilibrio e non aiuta gli altri Paesi a recuperare le perdite.

fiscoFISCO
Il rapporto stima che ogni anno 600 miliardi di dollari di profitti vengono portati verso paradisi fiscali, il 30% dei quali all' interno della Ue. Per i Paesi sviluppati questo si traduce in una perdita annua di circa 100 miliardi di dollari.

Al momento gli Stati sulla lista nera Ue sono soltanto cinque: Samoa americane, Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini americane. Altri 63 sono sulla lista grigia, il che vuol dire che si sono impegnati in qualche modo per rimediare alla situazione. Secondo Oxfam, l' Ecofin dovrebbe aggiungere altri 18 Paesi alla blacklist, ma depennarne parecchi da quella grigia, che scenderebbe a quota 32. In particolare potrebbero essere cancellati nove Stati che secondo l' ong sono "dei veri e propri paradisi fiscali", tra cui le Bahamas, le Bermuda, le Cayman e Panama.


Fonte: qui

lunedì 21 gennaio 2019

NEGLI ULTIMI 12 ANNI LE SOCIETÀ OFFSHORE SI SONO AGGIUDICATE 2 MILIARDI DI APPALTI PUBBLICI ITALIANI


LO STUDIO CHE TRACCIA LE SEDI DEI VINCITORI DEI BANDI DI GARA: LA METÀ PROVENGONO DA SVIZZERA E HONG KONG 
L’EUROPA A PAROLE FA LA GUERRA AI PARADISI FISCALI, MA IN UN DECENNIO HA FATTO USCIRE 56 MILIARDI
Giorgia Pacione Di Bello per “la Verità”
paradiso fiscalePARADISO FISCALE

Gli appalti pubblici piacciono alle società offshore. In Italia, secondo lo studio «Tenders in Eu: how much goes to tax havens», pubblicato da Datlab (società di analisi dati focalizzata sul settore degli appalti pubblici) negli ultimi 12 anni aziende con sede diretta o indiretta in paradisi fiscali hanno vinto gare pubbliche per 2,13 miliardi di euro. Le aziende che hanno maggiormente vinto risultano essere collegate con due centri offshore in particolare: la Svizzera (per 1 miliardo di ricavi) e HongKong (per 194 milioni di ricavi). Ma l' Italia non è l' unico Paese a livello europeo che ha fatto vincere società collegate a paradisi fiscali attuali o passati.

Lo studio stima infatti che l' Unione europea abbia fatto guadagnare a queste aziende circa 56 miliardi di euro, negli ultimi dodici anni. Quota che risulta essere più che raddoppiata nell' ultimo decennio.

Entrando nel dettaglio. A livello Ue, il Paese che ha fatto vincere il maggior numero di gare pubbliche a società offshore è stato il Regno Unito, seguito dalla Spagna, dalla Polonia, dall' Estonia, dal Portogallo e dai Paesi Bassi. L' Italia, a livello europeo, si posiziona invece al nono posto, tra la Lituania e la Svezia.

APPALTI PUBBLICIAPPALTI PUBBLICI
È stato dunque tracciato come nel Regno di sua maestà Elisabetta II il 13,4% degli appalti sia stata vinta da società che si appoggiano ad un paradiso fiscale per una somma superiore ai 10 miliardi di euro. Nel caso inglese le società che più spesso vincono le gare hanno legami con le Bermuda, le Isole vergini inglese e la Svizzera. Al secondo posto, nel Portogallo, ben distanziato dal Regno Unito, solo il 6% degli appalti è stato vinto da questo genere di società. Le somme rimangono però molto alte. Si parla infatti di circa due miliardi di euro di guadagno.

appalti PUBBLICIAPPALTI PUBBLICI
In questo caso, come per l' Italia, le società hanno legami in particolar modo con la Svizzera. A livello generale si osserva dunque che il paradiso fiscale maggiormente collegato alle società offshore vincitrici risulta essere proprio la Svizzera (45%), il che non sorprende più di tanto visti i suoi legami economici con l' Unione europea e la posizione geografica privilegiata. Al secondo posto le Bermuda (12%) seguite dalle Isole Vergini (11%), Cayman (8%), Curacao (5%), Qatar (4%), Hong Kong (4%), Emirati Arabi Uniti (3%), Liechtenstein (2%) e Corea del Sud (1,5%).

Se si guarda invece all' andamento delle vincite, si può notare come nel corso degli ultimi 12 anni la percentuale di gare vinte da società che hanno legami con i paradisi fiscali ha visto un momento di calo tra il 2008 e il 2009, dove hanno ottenuto solo il 3% delle vittorie.
soldi in svizzera 7SOLDI IN SVIZZERA
La risalita c' è stata tra il 2010 e il 2011, quando la percentuale è salita al 4,5%. Dal 2011 in poi le percentuali sono rimaste costanti intorno al 4%. Ma nel 2017 c' è stato di nuovo un picco, facendo arrivare i valori ad un +5,2%.

Se si osservano invece i nomi dei paradisi fiscali che maggiormente risultano essere coinvolti si può notare come tutti rientrino all' interno della lista dei paradisi fiscali dell' Unione europea (lista nera e grigia), pubblicata a fine 2017 e poi svuotata sistematicamente nel corso del 2018. Eppure, nonostante ciò, la stessa Europa ha fornito per gli ultimi 12 anni, 56 miliardi di euro a questi stessi paradisi fiscali.

soldi in svizzera 6SOLDI IN SVIZZERA
Se in molti campi può essere difficile limitare l' intromissione di paradisi fiscali, il settore degli appalti pubblici dovrebbe invece essere più facilmente controllabile. E questo perché il governo nazionale potrebbe infatti spingere l' azienda in questione a trasferirsi fuori dal paradiso fiscale, dove ha la residenza, se vuole partecipare ad una determinata gara.

Inoltre, a livello europeo con la nuova direttiva contro il riciclaggio di denaro l' esclusione di queste aziende dovrebbe essere ancora più semplice, dato che si parla di dare il via ai registri pubblici dei beneficiari.

necker island paradiso fiscaleNECKER ISLAND PARADISO FISCALE
Questo comporterebbe dunque che ogni Paese dovrà avere un registro dove vengono segnati i reali nomi dei proprietari effettivi di tutte le aziende presenti in quella giurisdizione. E in questo modo si potrà sapere esattamente a chi è intestata una determinata società e in quale Paese. I ricercatori dello studio hanno dunque chiesto, alla luce di ciò, se fosse dunque possibile escludere automaticamente tutte le società, collegate a paradisi fiscali, dalle gare pubbliche.

L' Ue, stando a quanto riportato nello studio, non ha risposto né «sì» né «no». Ha infatti ammesso, cautamente, che ci sarebbe questa possibilità, ma prima di escludere un' azienda bisognerebbe dare modo alla società in questione di dimostrare che è in regola dal punto di vista fiscale e legale. Si lascia dunque alla buona volontà di ciascun Stato membro decidere se estromettere le società collegati a paradisi fiscali o se chiudere un occhio in alcuni casi.

Fonte: qui

lunedì 6 novembre 2017

STA PER ARRIVARE UNO TSUNAMI DI FANGO MONDIALE: I ‘PARADISE PAPERS’!

CI SONO RIVELAZIONI SUGLI AFFARI NEI PARADISI FISCALI DI 120 POLITICI DI TUTTO IL MONDO, IMPRENDITORI E ISTITUTI RELIGIOSI, GLI INVESTIMENTI ALLE CAYMAN DELLA REGINA ELISABETTA, I RAPPORTI DEI MINISTRI DI TRUMP CON LA RUSSIA E L'ELUSIONE FISCALE COLOSSI APPLE E NIKE 

I SEGRETI SONO NASCOSTI NEI 13 MILIONI DI DOCUMENTI RICEVUTI DALLA TESTATA TEDESCA “SUDDEUTSCHE ZEITUNG”. L'INCHIESTA COINVOLGE ANCHE MOLTI IMPRENDITORI E AZIENDE ITALIANE CHE OPERANO IN SETTORI SENSIBILI E STRATEGICI. 

VOLETE SAPERE TUTTO? DOMENICA 12 NOVEMBRE ALLE ORE 15,30 SINTONIZZATEVI SU RAITRE PER LA PUNTATA DI “REPORT”. ALTRI DOCUMENTI SARANNO RIVELATI DA “L’ESPRESSO” - ECCO IL VIDEO TRAILER

PARADISE PAPERS - REPORT E ESPRESSO

Comunicato stampa

INCHIESTA PARADISE PAPERSINCHIESTA PARADISE PAPERS
Rivelazioni sugli affari nei paradisi fiscali di 120 politici di tutto il mondo, imprenditori, reali e istituti religiosi. I segreti sono nascosti nei 13 milioni di documenti acquisiti dalla testata tedesca “Suddeutsche Zeitung” e dal consorzio internazionale di giornalismo investigativo.
Dopo il clamore dei “Panama papers” l’inchiesta svela i nomi dei clienti degli studi legali off-shore Appleby e Asiaciti. Svelati anche i dati dei registri aziendali di 19 paesi off-shore come Bermuda e Cayman.
INCHIESTA PARADISE PAPERSINCHIESTA PARADISE PAPERS

Nei documenti riservati emergerebbero i rapporti tra la Russia e il ministro per il commercio, Wilbur Ross, uno dei più stretti collaboratori di Trump. Ross ha partecipazioni nella società di trasporti Navigator Gas. Avrebbe ricevuto circa 68 milioni di dollari dalla Sibur azienda di energia che ha tra gli azionisti Kirill Shamalov, genero di Putin.

Nei “Paradise papers” emergerebbero anche gli affari di Stephen Bronfman responsabile della raccolta fondi del premier canadese Justin Trudeau, che ha fatto della lotta all’evasione il cavallo di battaglia della campagna elettorale. Proprio la società di investimenti di Bronfman, la Claridge’s, avrebbe aiutato altri imprenditori a spostare milioni di dollari nei paradisi fiscali con lo scopo di evitare di pagare tasse in Canada, Stati uniti e Israele.

INCHIESTA PARADISE PAPERSINCHIESTA PARADISE PAPERS
Tra le carte anche i meccanismi societari che avrebbero consentito ai colossi Apple, Nike, Uber di risparmiare sulle tasse e gli investimenti nelle Cayman della regina Elisabetta. L’inchiesta è stata condotta da 382 giornalisti di 96 testate di tutto il mondo. I segreti che riguardano imprenditori e aziende italiane, che operano in settori sensibili e strategici, saranno svelati in esclusiva per la televisione italiana dalla trasmissione di Raitre “Report” e per la carta stampata dal settimanale “l’Espresso”. 

Fonte: qui

domenica 4 dicembre 2016

“FOOTBALL LEAKS” - L’INCHIESTA DI “EL MUNDO” E “DER SPIEGEL” SCOPERCHIA UN GIRO DI CONTI OFFSHORE PER NASCONDERE CENTINAIA DI MILIONI DI EURO AL FISCO

CERVELLO DELL'OPERAZIONE IL PROCURATORE JORGE MENDES 

COINVOLTI ANCHE MOURINHO, CRISTIANO RONALDO E MOLTI CLUB TRA CUI JUVENTUS, MILAN, INTER, ROMA, NAPOLI E TORINO


Annalisa Grandi per www.corriere.it
mourinho festeggia in pigiamaMOURINHO FESTEGGIA IN PIGIAMA

José Mourinho e il denaro nascosto in Nuova Zelanda utilizzando conti intestati alla moglie. Cristiano Ronaldo e 150 milioni di euro nascosti in paradisi fiscali, tra cui le Isole Vergini britanniche, per non pagare al fisco le tasse sui proventi dei diritti di immagine. È un terremoto, quello che lo spagnolo «El Mundo» e il tedesco «Der Spiegel» definisce «Football Leaks»: milioni di file che rischiano di sconvolgere il calcio internazionale, svelando affari offshore di alcuni dei nomi e dei volti più noti del mondo del pallone.

Due i nomi su tutti, quelli di José Mourinho e Cristiano Ronaldo, ma ad essere coinvolti sarebbero anche club italiani, Juventus, Inter, Milan, Roma, Napoli e Torino. Un’inchiesta frutto del lavoro di indagine da parte dell’Eic, Europea Investigative Collaboration, una rete di 60 giornalisti di tutta Europa.

cristiano ronaldo lacrime di gioiaCRISTIANO RONALDO LACRIME DI GIOIA
Il «cervello» dell’intero sistema sarebbe l’agente Jorge Mendes, il procuratore sportivo più potente al mondo. Portoghese, si occupa dal 2004 tra gli altri proprio di José Mourinho e Cristiano Ronaldo. Con la sua consulenza, i due, secondo i file di «Football Leaks», sarebbero riusciti a nascondere denaro al fisco per milioni di euro.

MOURINHO E I CONTI OFFSHORE
Nel caso di Mourinho, la rete tracciata da Eic porta fino dalle Isole Vergini Britanniche, paradiso fiscale nei Caraibi, fino alla Nuova Zelanda. Nel 2004, anno del suo ingaggio al Chelsea, Mou trasferisce i diritti di immagine alla società Koper Services, con sede proprio nel paradiso fiscale. Qui finiscono praticamente in toto oltre 2 milioni di euro tra il 2004 e il 2009.

JORGE MENDESJORGE MENDES
Nel 2008 la rete dalle isole Vergini Britanniche si sposta in Nuova Zelanda, dove il tecnico costituisce il Kaitaia Trust, una fondazione di cui sono beneficiari la moglie e i figli. Qui finisce a partire da quell’anno il denaro che arriva alla Koper Services. Tra il 2010 e il 2015 l’allenatore riceve altri 8 milioni di euro sempre per i diritti di immagine dal Real Madrid. Su quei soldi, il tecnico risulta abbia pagato solo il 6% di tasse.

CRISTIANO RONALDO E I 150 MILIONI DI EURO
Cristiano Ronaldo è l’altro grande nome che compare nello scandalo «Football Leaks». L’asso del Real Madrid, tre volte Pallone d’Oro, avrebbe nascosto in paradisi fiscali almeno 150 milioni di euro, anche questi derivanti dai diritti d’immagine. Tutto inizia, secondo quanto si legge su «El Mundo», nel 2009, prima del suo arrivo a Madrid. Ronaldo trasferisce i suoi diritti di immagine alla società Tollin Associates, con sede nelle Isole Vergini Britanniche. Qui finiscono in cinque anni quasi 75 milioni di euro.
jorge mendes cristiano ronaldoJORGE MENDES CRISTIANO RONALDO

Nel 2015 altre due società, sempre con sede nel paradiso fiscale, acquisiscono i diritti di immagine del giocatore portoghese, fino al 2020, per altri 75 milioni di euro. L’operazione viene gestita da Mint Capital, società legata a Peter Lim, uomo d’affari di Singapore. Il totale: 150 milioni, per cui il tre volte Pallone d’Oro ha pagato meno del 4% di tasse al fisco spagnolo.

LA REPLICA: «SEMPRE AGITO CON MASSIMA PROFESSIONALITÀ»
Il tecnico e il calciatore portoghese però respingono al mittente le accuse tramite il comunicato della società di Mendes Gestifute che garantisce di aver «sempre agito con il più alto grado di professionalità» e nella massima collaborazione «con le autorità dei Paesi in cui opera».
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Né Cristiano Ronaldo, né Mourinho, si legge nel comunicato, «sono coinvolti in atti giudiziari che riguardano la Commissione frode fiscale». Nel testo si parla anche di un attacco informatico di cui sarebbero state vittime alcune aziende legate al mondo del calcio nel marzo 2016, «Le società si sono rivolte alla Corte di giustizia spagnola che ha vietato la pubblicazione di informazioni ottenute in seguito a questo attacco hacker».

L’ITALIA
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Ma nei file di «Football Leaks» ci sarebbero riferimenti anche ad alcuni club di serie A italiani: Juventus, Milan, Inter, Roma, Napoli, Torino. Anche qui si parla di decine di milioni di euro finite in paradisi fiscali. «I pagamenti effettuati alle società controparti sono quelli previsti nei contratti sottoscritti - fa sapere la Roma, contattata dall’«Espresso» - sempre conformi alla normativa sportiva. Gli eventuali successivi trasferimenti di denaro effettuati dalle società controparti ad altre società non ci sono noti. Tra l’altro riteniamo anche che i trasferimenti di denaro dalle società controparti ad altre società non debbano essere neanche di nostro interesse».

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