9 dicembre forconi: operazioni
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martedì 21 agosto 2018

LA VERA STORIA DEI LEGAMI TRA "THE DONALD" E MOSCA INIZIA NEGLI ANNI ’80, QUANDO LA MAFIA SOVIETICA ACQUISTA CINQUE APPARTAMENTI DELLA "TRUMP TOWER"

PARLA CRAIG UNGER, L’AUTORE DI “HOUSE OF TRUMP, HOUSE OF PUTIN” 
I RAPPORTI DI STONE E MANAFORT CON PUTIN E QUEL VIAGGIO A SAN PIETROBURGO CON IVANA NEL 1987…
Marilisa Palumbo per il “Corriere della Sera”

La Trump Tower non è solo il luogo del discusso incontro organizzato da Donald junior con i russi durante le presidenziali del 2016: il grattacielo sulla 5th Avenue è stato per trent' anni protagonista degli opachi legami del presidente americano con Mosca.

È quello che racconta Craig Unger in House of Trump, House of Putin (in uscita in Italia per la Nave di Teseo il 6 settembre prossimo), in cui il famoso giornalista investigativo americano scava indietro nel tempo fino a prima della caduta dell' Unione sovietica per dimostrare come Trump sia da decenni una «risorsa» per i russi.

«Penso che sia stato compromesso già negli anni Ottanta», racconta al Corriere Unger dalla sua casa di Tribeca. Nel 1984 un affiliato della mafia sovietica acquista cinque appartamenti per sei milioni di dollari nella Trump Tower in quella che - spiega l' autore - è solo la prima di una serie di operazioni di riciclaggio di denaro attraverso i casinò e le proprietà immobiliari del futuro presidente.

LA COPERTINA DEL DAILY NEWS SU TRUMP E PUTINLA COPERTINA DEL DAILY NEWS SU TRUMP E PUTIN
Ma cosa ha a che vedere questo con l' ascesa politica di Trump? «La mafia russa - ragiona Unger - è un attore statale». O più precisamente «un altro ramo del Kgb», come dice Oleg Kalugin, una delle fonti principali del libro, ex capo del controspionaggio di Mosca e a un certo punto superiore di Putin quando il futuro presidente russo lavorava nei servizi.

È legandosi a loro che Trump si sarebbe scoperto alle manovre dell' intelligence nemica. Ma non di solo riciclaggio si tratta. Nel libro Unger si dilunga su un incontro di Trump con l' ambasciatore russo alle Nazioni Unite Yuri Dubinin e sua figlia Natalia Dubinina. È il 1986, i due vengono ricevuti nella Trump Tower, si dicono impressionati dall' edificio e chiedono al magnate di costruirne uno simile a Mosca.
trump putin helsinki 4TRUMP PUTIN HELSINKI



L' anno dopo Trump e la prima moglie Ivana partono per la Russia. «Secondo Kalugin - dice Unger - durante quel viaggio organizzato dalla Intourist, la principale agenzia turistica sovietica, è molto probabile che il Kgb abbia riempito le suite di Trump di cimici e telecamere per sorprenderlo in attività compromettenti».

DONALD E IVANA TRUMP NEL 1987 VISITANO SAN PIETROBURGODONALD E IVANA TRUMP NEL 1987 VISITANO SAN PIETROBURGO
Nel frattempo, è il 1988, «The Donald», che secondo il giornalista era «una delle strade esplorate dai russi per infiltrare la politica americana» annusa per la prima volta l' ipotesi di correre per la presidenza quando va in New Hampshire, uno dei primi Stati a votare nelle primarie. A due mesi dal ritorno dalla Russia, Trump si era messo in contatto con lo stratega politico Roger Stone, la cui firma di lobbying era famosa per aiutare i dittatori.

«Lui e Manafort - ricorda Unger - si facevano chiamare la lobby dei torturatori». Paul Manafort (ex capo della campagna di Trump, ora in attesa del verdetto nel processo per evasione fiscale e truffa scaturito dalle indagini di Mueller), avrebbe poi rappresentato Yanukovich «facendo di fatto i servizi di Putin».

Nel libro molto spazio è dedicato a queste ambigue figure che popolano il passato e il presente del presidente: «A introdurre Trump a Stone e Manafort fu Roy Cohn, una forza oscura che lavorava con Reagan, ma anche con la mafia».
Viktor Yanukovich PutinVIKTOR YANUKOVICH PUTIN

Secondo Unger fu lui ad impartire a Trump «l' etica del crimine organizzato, quella che vediamo in azione in questi giorni con la revoca delle credenziali di sicurezza a Brennan e altri, per esempio».

donald trump paul manafortDONALD TRUMP PAUL MANAFORT
La domanda che non trova risposta nel libro di Unger è se Trump sia stato e sia consapevole di essere uno strumento nelle mani di Mosca. «Le vendite cash attraverso fonti anonime si sono ripetute almeno 1300 volte, non poteva non saperne niente», dice Unger, che racconta anche di come la mafia russa abbia salvato Trump dal fallimento dopo i flop di Atlantic City. Accuse enormi, in parte anche già note.
ROGER STONEROGER STONE

Eppure l' opinione pubblica sembra distratta. «Il problema è che i social hanno marginalizzato i media professionali, molte persone anche in buona fede finiscono sui siti manovrati da Mosca». Solo l' impeachment, secondo Unger, potrebbe cambiare le cose: «Oggi su questa storia ognuno ascolta la sua bolla.

Quello che spero accada con l' incriminazione è che il Russiagate diventi uno spettacolo, uno psicodramma in diretta tv che porti finalmente a una narrativa condivisa». In caso contrario il rischio, conclude senza giri di parole, «è di scivolare in un regime autoritario».

Fonte: qui

mercoledì 5 ottobre 2016

I video di Al Qaeda? Li produceva il Pentagono

Al-QaedaI video di Al Qaeda?

Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell’agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all’anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.

Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al Qaeda erano “made in USA”.

A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un’ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.

La storia è intrigante, quasi da film. Siamo a Londra. Wells, un video operatore free lance, nel maggio del 2006 viene contattato con la prospettiva di un contratto in Medio Oriente e al primo colloquio si accorge che il committente è molto particolare. Non è la solita società di produzione ma l’ambiente in cui viene accolto è militare; anzi di intelligence militare. Viene scortato da guardie armate all’ultimo piano di un palazzo. Il colloquio è breve e gli comunicano subito l’assunzione perché hanno fatto delle verifiche sul suo conto e lo hanno trovato «pulito». Tempo 48 ore e si trova a Baghdad in una base ultraprotetta, una centrale dove vengono pianificate operazioni di guerra psicologica, in gergo le psyops, alcune delle quali tradizionali.

“Dovevamo produrre filmati “bianchi” ovvero nei quali la fonte era dichiarata, tendenzialmente si trattava di spot contro Al Qaeda”, spiega Wells.

Ma altre erano decisamente meno trasparenti. “La seconda tipologia era ‘grigia': finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe”.

E poi c’era quella “nera” in cui la paternità dei video era “falsamente attribuita”.

Insomma false flag, che Wells spiega così: “Producevamo finti filmati di propaganda di Al Qaeda, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un’incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L’obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra” perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l’interesse mediatico. Dunque non solo a Baghdad, ma anche “in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti”.

Capito?

Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all’interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l’autenticità.

Wells conferma modalità che gli esperti di spin conoscono bene. Il mandato viene affidato da un governo a società di consulenza esterne per aggirare la legge, evitare il controllo di commissioni parlamentari e proteggere le istituzioni nell’eventualità che queste operazioni vengano scoperte e denunciate dalla stampa, cosa che peraltro non accade quasi mai. I fatti svelati dal Bureau of Investigative Journalism infatti risalgono al periodo 2006-2011; nel frattempo la Bell Pottinger è passata di mano e le truppe americane si sono ufficialmente ritirate dall’Iraq. Lo scoop è sensazionale ma difficilmente assumerà rilevanza internazionale perché riguarda un passato lontano e infatti la maggior parte dei grandi media lo ha ignorato.

idraulicoIntendiamoci. Il fatto che in un contesto di guerra, seppur particolare come quella al terrorismo, si possano concepire operazioni di questo tipo non sorprende.

Lo insegnano, da secoli, Sun Tzu e Machiavelli. Il problema è che di solito sono limitate al teatro di guerra, mentre negli ultimi anni hanno assunto una valenza globale.

Quella propaganda non è rivolta solo agli iracheni e agli attivisti di Al Qaeda ma anche ai cittadini del resto del mondo, persino agli americani nonostante la legge statunitense lo vieti espressamente.

Ed è diventata sistematica. Sappiamo che la guerra in Iraq è stata proclamata su accuse inventate a tavolino.

Sappiamo che i report sull’andamento della lotta ai talebani in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell’esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell’ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.

La frequenza e l’opacità di questi episodi pone un problema di fondo, molto serio: quello dell’uso e soprattutto dell’abuso delle tecniche di psyops, che non può diventare un metodo implicito di governo attraverso il condizionamento subliminale ed emotivo delle masse. Non nelle nostre democrazie.

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