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lunedì 20 maggio 2019
martedì 31 luglio 2018
L’Europa svolta a destra: così i giovani leader popolari vogliono rottamare la Merkel e prendersi tutto
Segnatevi questo nome, Pablo Casado Blanco, perché ne sentirete parlare. Avvocato, 37 anni, è il nuovo leader dei popolari spagnoli, a sorpresa, dopo aver sconfitto Soraya Sáenz de Santamaria, la candidata favorita. Segnatevelo, perché Pablo Casado Blanco non è che l’ultimo dei leader che spostano a destra il baricentro dei partiti conservatori d’Europa. Un altro, l’ennesimo, che non si alleerebbe mai più coi socialdemocratici. Un altro, l’ennesimo, che prelude all’apertura verso la fine dell’era delle grandi coalizioni. E l’inizio, più che probabile, dell’alleanza politica tra i popolari e le destre nazionaliste europee, in vista delle elezioni europee del prossimo anno.
Casado rappresenta l’identikit perfetto del giovane leader popolare europeo: nazionalista, securitario, identitario nella difesa dei valori tradizionali. Come lui, c’è Matteo Salvini, che sebbene non sia (ancora?) della famiglia popolare, è ormai nei fatti l’unico leader del centrodestra italiano. C’è Sebastian Kurz, alla guida del governo austriaco grazie all’alleanza con l’ultradestra del Fpoe, la prima coalizione azzurro-nera dell’europa occidentale. C’è Laurent Wauquiez, l’uomo scelto dai Republicains francesi per contrastare Emmanuel Macron, molto duro su immigrazione, sicurezza e identità francese. C’è Kiryakos Mitsotakis il leader di Nea Demokratia che veleggia stabilmente dieci punti sopra Alexis Tsipras, attaccandolo proprio sul tema dei richiedenti asilo.
È una sfida che si rivolge soprattutto contro Angela Merkel: è lei il nemico, il totem da abbattere, per questa giovane generazione di leader conservatori. Non solo perché a essere messa in discussione è la sua eredita politica – le grandi coalizioni, le porte aperte, l’asse con Macron, una maggiore unificazione europea – , ma anche perché non c’è altro argine al loro strapotere.
Forse è ancora presto per parlare di internazionale nazionalista, del blocco politico della Fortezza Europa, destinato a presidiare le frontiere anziché abbatterle, a rimettere in discussione diritti e libertà, anziché estenderli, a legittimare le destre più destre del blocco di Visegrad, a partire da quel Vikor Orban che rappresenta il pioniere della svolta a destra dei popolari europei, un modello vincente, quasi l’ideologo della svolta autoritaria e securitaria dei suoi giovani leader. A farla finita con la stagione delle grandi coalizioni e della contrapposizione tra élite e populisti, che troverebbero sintesi in un’agenda politica securitaria e nazionalista.
È una sfida che si rivolge soprattutto contro Angela Merkel: è lei il nemico, il totem da abbattere, per questa giovane generazione di leader conservatori. Non solo perché a essere messa in discussione è la sua eredita politica – le grandi coalizioni, le porte aperte, l’asse con Macron, una maggiore unificazione europea – , ma anche perché non c’è altro argine al loro strapotere. Non lo sono i socialdemocratici di sicuro, in crisi d’identità, quasi ovunque all’opposizione, o al governo da posizioni di minoranza come in Spagna. E non può esserlo Emmanuel Macron, in difficoltà a casa propria e senza alcun alleato o sponda europea da contrapporre al blocco conservatore.
È una sfida che ha spettatori più che interessati. L’America di Trump, ovviamente, ben contenta che in Europa si affermi un’agenda politica simile alla sua, che il progetto di maggior integrazione (soprattutto militare) venga ucciso in culla, e che la vittoria delle giovani destre europee levi la leadership popolare alla sua acerrima nemica, e l’egemonia europea alla Germania, che con la sua forza sui mercati esteri crea non pochi problemi all’economia americana. E la Russia di Vladimir Putin, che non vede l’ora che il destino europeo finisca nelle mani di leader amici come Salvini, Orban e Kurz.
L’ultima sfida dell’eterna cancelliera, insomma, sarà la più difficile e cruciale della sua carriera: se tra poco meno di un anno Merkel riuscirà a resistere a casa propria e a imporre ai suoi alleati di partito un’alleanza centrista, coi socialisti e con un futuribile blocco liberal-democratico guidato da Macron, probabilmente l’Unione Europa riuscirà a proseguire nel suo cammino di progressiva integrazione. Anzi, scommettiamo noi, finirà per accelerarlo. Se invece vinceranno loro, i giovani leoni popolari, sarà tutta un’altra storia. La battaglia è cominciata. E non è cominciata bene.
Da: Linkiesta
lunedì 25 settembre 2017
L’incoronazione di Di Maio
Fiesta Grande a Rimini per l’incoronazione di Di Maio, primo presidente dell’impero dei 5 Stelle, l’Imperatore resta, volenti o nolenti,Beppe Grillo. Cosa farà lo “sfaccendato” Giggino, definizione del governatore De Luca, non lo sappiamo, probabilmente non lo sa neppure lui. E’ un problema che hanno tutti i movimenti che passano dalla fase di lotta a quella di governo e dall’allegra anarchia, alla gerarchia. Del resto che cosa accadrà non lo sanno neppure i partiti tradizionali, che a giudicare dal casotto anti-grillino che si legge e si vede in Tv, devono essere assai preoccupati. Vediamo se i timori agitati oggi, sono più realistici, degli eccessivi entusiasmi di ieri.
Si dice che Di Maio non ha l’esperienza per governare.
Probabilmente è vero, ha trent’anni anni, un’età in cui molti giovani, se non raccomandati o non emigrati, iniziano lavori precari, insomma è in linea con i suoi coetanei, certo come canterebbe Bennato “Giggino è contento non si è mai laureato” e questo non depone a favore, ma non è così grave. Il ministro della Pubblica Istruzione, Fedeli, non si è neppure diplomata e molti giovani del Pd come unico lavoro conoscono quello di assessore, compreso il figlio di De Luca, il censore di Giggino. Semmai Di Maio per rappresentare un movimento di rottura, è troppo paraculo, vedi Cernobbio e il bacio alla teca col sangue di S Gennaro, non sembra un genio, ma non lo è neppure Renzi, di cui si cantano sulla Tv di Stato le lodi di statista, pure ora che sembra un pugile suonato. Almeno pare che il grillino tenga una famiglia più tranquilla.
Certo i grillini non stanno dando grandi prove amministrative, ma riconosciamo che hanno ereditato situazioni fallimentari, come Livorno, Roma e prima Parma e non è detto che ne escano male, il tempo è galantuomo, soprattutto per chi non ruba.
Pure a Roma, dove hanno il massimo dei problemi e il cavallo più debole, giudico che stiano facendo meglio di chi li ha preceduti, che la Capitale l’hanno distrutta, lasciandola in un mare di debiti, corruzione e appalti truccati, per ora la Raggi se non fa nulla di buono, non fa neppure nulla di male. Per loro fortuna non vinceranno in Sicilia, dove il Pd e Crocetta cercano di comprare i voti, con ottanta euro ai ventiduemila forestali, più del Canada, se l’esperienza di governo è questa, meglio la Raggi.
Confesso per evitare fraintendimenti, che non sono grillino, ma neppure porto il pensiero all’ammasso e dico che se i grillini fanno paura per la loro inadeguatezza, gli altri partiti fanno schifo per come hanno governato fino ad ora. Per questo non vorrei che i grillini diventassero come gli altri, anche se mi rendo conto che difficilmente accederanno al governo. La loro diversità sarebbe uno stimolo al cambiamento, una possibilità di rompere il duopolio del potere, del resto il mestiere si impara, l’onestà no, devi avercela nel codice genetico. Certo non tutti i politici sono ladri, ma il sistema favorisce i corrotti. Allora, dopo la Fiesta Grande, suoni la Campana per Di Maio e sebbene non scaldi gli animi, sebbene sembri un ragiunat, gli auguriamo di sorprenderci in positivo, il Paese ne ha bisogno.
Fonte: qui
domenica 1 gennaio 2017
IL PENTAGONO: “AL BAGHDADI È VIVO E GUIDA ANCORA L’ISIS"
A INIZIO DICEMBRE ERANO CIRCOLATE VOCI SULLA MORTE DEL LEADER DELLO STATO ISLAMICO
Da www.ansa.it
Il leader dell'Isis, Abu Bakr al Baghdadi, è ancora vivo nonostante i ripetuti sforzi della coalizione a guida Usa di ucciderlo e le voci circolate a inizio dicembre che lo davano per morto. Lo ha detto il portavoce del Pentagono, Peter Cook, alla Cnn. Secondo Cook, le agenzie di sicurezza Usa "pensano che Baghdadi sia vivo e guidi ancora" lo Stato Islamico.
"Siamo ovviamente facendo tutto il possibile per tracciare i suoi spostamenti. Se ne avremo l'opportunità tenteremo in ogni modo di processarlo come merita. Stiamo facendo il possibile e stiamo impiegando molto tempo su questo fronte", ha detto Cook. A inizio mese, gli Usa hanno raddoppiato la taglia su Baghdadi portandola a 25 milioni di dollari. Non è chiaro se il leader si nasconda a Baghdad, dove proclamò il califfato nel 2014. L'ultima apparizione, solo vocale, è stata in un video messaggio a novembre dove incitava i suoi a combattere per difendere la capitale irachena.
mercoledì 14 settembre 2016
L'UNIONE EUROPEA? E' UN'INVENZIONE DELLA CIA!
LO RIVELANO GLI ATTI DESECRETATI DEL "NATIONAL ARCHIVES USA"
DA SCHUMAN A MONNET: ERANO TUTTI FINANZIATI CON I DOLLARI DI WASHINGTON
I documenti dei National Archives Usa, desecretati negli ultimi anni, dimostrano che furono il segretario di Stato diEisenhower, John Foster Dulles, e la Cia (Central Intelligence Agency), all’epoca diretta da suo fratello Allen, a “creare” l’Europa e a spingere la Gran Bretagna a farsi carico del disegno europeo, per giocare un ruolo antisovietico negli anni Cinquanta e Sessanta, cruciali per la Guerra Fredda.
I carteggi sono entrati nel dibattito inglese dalla primavera scorsa e hanno favorito la campagna pro-Brexit, con interventi pubblici sui quotidiani di alcuni professori di storia delle Università di Warwick, Oxford ed Lse, favorevoli alla Brexit. Uno di loro, Alan Sked, docente di Storia internazionale presso la London School of Economics, è stato il fondatore di Ukip (Partito per l’indipendenza del Regno Unito), sposando una posizione che si può giudicare in parte antiamericana.
Da un punto di vista complessivo, i documenti dimostrano che si è chiuso un periodo storico e che la Brexit porterà a ridisegnare, e probabilmente a rafforzare, il rapporto privilegiato tra Usa e Regno Unito.
Tornando ai documenti dei National Archives (consultabili a questi due indirizzi web qui e qui), questi provano i finanziamenti al Centro studi del francese Jean Monnet, che giocò un ruolo fondamentale per far entrare nella Cee la Gran Bretagna, oltre a essere, insieme al connazionale Robert Schumann, uno dei padri fondatori dell’Europa e delle istituzioni comunitarie.
In pratica, gli atti declassificati degli Archivi Nazionali dimostrano che i servizi segreti americani organizzarono una campagna, negli anni Cinquanta e Sessanta, per porre le basi di un’Europa unita, e fondarono e diressero il Movimento federalista europeo.
Un memorandum del 26 luglio 1950 (firmato dal generale Donovan, capo dell’Oss, precursore della Cia) dava istruzioni per mettere in atto una campagna per promuovere la creazione del Parlamento europeo.
Il principale strumento di influenza americana fu il Comitato americano per l’Europa unita che finanziò il Movimento europeo, l’organizzazione federalista più importante negli anni del Dopoguerra. Nel 1958, per esempio, fornì il 53.5 per cento dei fondi del Movimento.
I leader del Movimento europeo – il polacco cattolico Józef Retinger, Schumann e l’ex primo ministro Paul-Henri Spaak – erano tutti finanziati dagli sponsor istituzionali americani.
Anche il Dipartimento di Stato giocò un ruolo diretto. Un memo della sezione Europea, datato 11 giugno 1965, consigliò il vicepresidente della Comunità europea, Robert Marjolin, di perseguire l’Unione monetaria.
E così via, fino agli anni più recenti.
Oggi la Storia si muove in una direzione diversa.
Fonte: qui
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