9 dicembre forconi: deflusso di capitali
Visualizzazione post con etichetta deflusso di capitali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta deflusso di capitali. Mostra tutti i post

sabato 20 ottobre 2018

Stranieri ed italiani in fuga dai titoli di Stato e dall'Italia



Segno meno da aprile in poi per gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte degli investitori stranieri. Dalla formazione dell'esecutivo ad agosto, secondo quanto emerge dal bollettino economico di Bankitalia, il portafoglio di titolo di Stato in mano estera è sceso di 66 miliardi. Nel periodo tra aprile 2017 e aprile 2018, invece, il saldo degli acquisti di Bot e Btp da parte di investitori stranieri ha fatto segnare un segno positivo per 62 miliardi di euro. Nel solo periodo gennaio-aprile 2018, gli acquisti sono stati positivi per 42 miliardi. Con l'incertezza post voto e con la travagliata nascita dell'esecutivo Conte, invece, c'è; stato un deflusso pressoché continuo: a maggio il saldo ha segnato un calo di 25 miliardi di euro e a giugno è stato ancora maggiore, pari a 33 miliardi. Dopo la piccola ripresa di luglio (+9 miliardi), ad agosto sono stati venduti dagli investitori esteri altri 17 miliardi di titoli. Inversione di marcia. Segno meno da aprile in poi per gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte degli investitori stranieri. Dalla formazione dell'esecutivo ad agosto, secondo quanto emerge dal bollettino economico di Bankitalia, il portafoglio di titolo di Stato in mano estera è sceso di 66 miliardi. Nel periodo tra aprile 2017 e aprile 2018, invece, il saldo degli acquisti di Bot e Btp da parte di investitori stranieri ha fatto segnare un segno positivo per 62 miliardi di euro. 

Nel solo periodo gennaio-aprile 2018, gli acquisti sono stati positivi per 42 miliardi. Con l'incertezza post voto e con la travagliata nascita dell'esecutivo Conte, invece, c'è stato un deflusso pressoché continuo: a maggio il saldo ha segnato un calo di 25 miliardi di euro e a giugno è stato ancora maggiore, pari a 33 miliardi. 

Dopo la piccola ripresa di luglio (+9 miliardi), ad agosto sono stati venduti dagli investitori esteri altri 17 miliardi di titoli.   Sui mercati finanziari italiani è rimasta elevata la volatilità che ha riflesso, oltre agli andamenti internazionali, l'incertezza degli investitori sull'orientamento delle politiche economiche. Nelle ultime settimane sono riemerse tensioni sul mercato dei titoli di Stato, che si sono estese anche ad altri comparti. I premi per il rischio sui titoli obbligazionari sovrani e bancari restano su livelli molto più elevati rispetto ai valori di inizio anno. I rendimenti dei titoli di Stato sono aumentati in misura marcata anche sulle scadenze più brevi, influenzati soprattutto dall'incertezza circa le politiche economiche e finanziarie. 

Sulla scadenza decennale, proseguono da via Nazionale, tali rendimenti si collocano a metà ottobre al 3,58%, circa 90 punti base in più rispetto alla fine di giugno. Il premio per il rischio sovrano, misurato dal differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e tedeschi, è aumentato nello stesso periodo di 70 punti base, portandosi a metà ottobre a oltre 300 punti base. 

Tra i fattori che possono concorrere a determinare il livello dello spread - spiega la Banca d'Italia nel bollettino - è rimasta su valori elevati, seppure inferiori ai livelli massimi registrati tra la fine di maggio e i primi di giugno, la differenza tra il premio sui credit default swap (Cds) dei titoli sovrani italiani stipulati dopo il 2014, che offrono protezione anche da una ridenominazione dei titoli in una valuta differente, e quello sui Cds stipulati precedentemente, che invece non offrono tale forma di protezione; questo differenziale è interpretato dagli analisti economici come una misura delle percezioni relative al rischio di ridenominazione del debito italiano, spiega ancora il bollettino. 

Sui mercati finanziari italiani è rimasta elevata la volatilità che ha riflesso, oltre agli andamenti internazionali, l'incertezza degli investitori sull'orientamento delle politiche economiche. Nelle ultime settimane sono riemerse tensioni sul mercato dei titoli di Stato, che si sono estese anche ad altri comparti. I premi per il rischio sui titoli obbligazionari sovrani e bancari restano su livelli molto più elevati rispetto ai valori di inizio anno. I rendimenti dei titoli di Stato "sono aumentati in misura marcata anche sulle scadenze più brevi, influenzati soprattutto dall'incertezza circa le politiche economiche e finanziarie". Sulla scadenza decennale, proseguono da via Nazionale, tali rendimenti si collocano a metà ottobre al 3,58%, circa 90 punti base in più rispetto alla fine di giugno. Il premio per il rischio sovrano, misurato dal differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e tedeschi, è aumentato nello stesso periodo di 70 punti base, portandosi a metà ottobre a oltre 300 punti base. 

Fonte: qui

Borse europee che scricchiolano. Usa e Cina attraggono i capitali.
2018-10-19__Borse__001Una cosa sono ciò che propalano i media ed un’altra del tutto differente ciò che sta succedendo.2018-10-19__Borse__002Molto semplicemente, i capitali stanno disinvestendo dall’Europa e si stanno indirizzando sia negli Stati Uniti sia in Cina, alla ricerca di collocamenti più sicuri e maggiormente redditizi.
2018-10-19__Borse__003

Né si pensi che questo fenomeno sia terminato.

Il 23 gennaio il Ftse Mib valeva 23,890 ed ora 18,835: un discesa del -21.16%.
2018-10-19__Borse__004La Germania sta avviandosi al caos politico e tutta l’Unione Europea è politicamente lacerata: non è un clima atto a richiamare capitali.

2018-10-19__Borse__005

Dax a 11,528, -0.53%. 

→ Bloomberg. 2018-10-19. Europe Stocks Fall After China Rebound; Oil Gains: Markets Wrap

– Dollar Index steady near its strongest since mid-2017

– Italian government debt extend losses; Treasuries steady

*

European stocks struggled as investors weighed the outlook for corporate profits against the positive mood from China, where equities rebounded from a four-year low as financial regulators vowed to keep risks under control. Treasuries and the dollar were steady.

The Stoxx Europe 600 Index edged lower, with carmakers declining after Michelin warned of declining sales. Futures on the Dow, S&P and Nasdaq pointed to a higher U.S. open. The MSCI Asia Pacific Index slipped as declines in Tokyo, Mumbai and Taiwan countered gains in Shanghai and Hong Kong, with Chinese officials pledging support for the country’s stock markets. Italian debt fell as leaders of European Union nations warned the populist government in Rome its budget won’t fly. The pound fluctuated as Brexit negotiations inched forward.

China’s efforts to stem a selloff came as growth data for the world’s second biggest economy registered slightly below expectations, as the trade showdown with the U.S. starts to bite. A slew of other risks cloud the outlook, and investors are wading through company results as they grapple with Brexit, Italy’s confrontation with the EU over its budget and worsening American-Saudi relations over the disappearance of journalist Jamal Khashoggi.

Elsewhere, oil recovered from near the lowest level in almost a month after expanding American stockpiles overshadowed tensions between the U.S. and Saudi Arabia over the disappearance of a prominent kingdom critic.

Terminal readers can read more in our Markets Live blog.

These are the main moves in markets.

Fonte: qui

Fuga di capitali dall'Italia: segnali preoccupanti dal confine con la Svizzera




Fuga di capitali dall'Italia: segnali preoccupanti dal confine con la Svizzera

La crisi della Grecia inizia a spaventare l’Italia, e i più ricchi corrono ai ripari spostando i capitali in Svizzera

Una situazione, quella italiana, che inizia a richiamare alla memoria il brutto periodo attraversato dalla Grecia.  L’indebolimento dell’euro nei confronti del franco svizzero, e il continuo sali-scendi dei rendimenti delle obbligazioni italiane, stanno spingendo alcuni risparmiatori a correre ai ripari. I risparmiatori in questione sono quelli appartenenti alla classe medio-alta del Paese, che in vista del progressivo deteriorarsi delle relazioni tra Italia e UE, in previsione quindi delle conseguenze che ciò potrebbe comportare sulle banche e sui mercati dei capitali, stanno provvedendo a convertire i risparmi in euro in franchi svizzeri.

Come accennato, tutto ciò ricorda un po’ quel che avvenne in Grecia in un passato ancora troppo vicino, con la corsa agli sportelli bancomat. 

In quell’occasione i cittadini greci rischiavano di trovare file senza fine, o un limite di 50€ a prelievo, e anche in Italia oggi, sembrano iniziare a serpeggiare timori simili per il prossimo futuro.

Ad informarsi in merito a come trasferire i propri fondi su conti svizzeri sarebbero soprattutto quelli che “se la passano meglio”, cioè coloro che hanno patrimoni tra i 5 e i 10 milioni di euro. 

Gli altri, i cosiddetti super-ricchi, si sarebbero già organizzati da tempo, correndo ai ripari molto prima che la situazione iniziasse a scottare.Ma inizia a muoversi anche chi ha patrimoni compresi tra i 200mila e i 300mila euro, con l’intenzione di aprire conti a Lugano o a Chiasso oltre il confine in Ticino. Si è disposti a pagare eventuali bolli e tasse, pur di spostare i propri risparmi dove potrebbero essere più al sicuro.

Massimo Gionso, consigliere delegato di Cfo Sim ha precisato che quel che stanno facendo questi Italiani è del tutto legale. In Italia infatti non esistono, perlomeno fino a questo momento, leggi volte a limitare il flusso di denaro fuori dal Paese.

Fonte: qui

sabato 9 giugno 2018

Federal Reserve: ci credereste che nel mondo mancano i dollari? Ecco cosa sta accadendo

Federal Reserve
La Federal Reserve ha cominciato a rialzare i tassi
Mancano i dollari! E’ la globalizzazione ragazzi – di Maurizio Blondet
Dopo tutti i trilioni di trilioni che la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha “stampato” in anni di allentamento, ci credereste che nel mondo, di colpo, mancano dollari?
Anzi, sono “evaporati”, secondo l’espressione del governatore della banca centrale dell’India, Urijt Patel. Il motivo è essenzialmente che la Federal Reserve ha cominciato a rialzare i tassi prima bassissimi, per restringere gradualmente la sua espansione monetaria, mentre allo stesso tempo il Tesoro Usa, alle prese col debito più grande della storia, ha messo sui mercati una maggior offerta dei suoi buoni del Tesoro.
Risultato: tutti i capitali roventi in dollari che irrigavano la speculazione nel mondo, si sono precipitati in Usa, risucchiati (attratti) dai rendimenti più alti e dalla maggiore offerta di titoli di debito a più alto rendimento. 

Anemizzando di colpo i mercati emergenti, come si dissangua un ferito a morte.
Le banche centrali dei paesi emergenti cercano di tamponare la ferita alzando disperatamente i tassi per attrarre un po’ di capitali; banche centrali minori (come la Nigeria o Bangladesh) stanno comprando dollari per scongiurare la mancanza di liquidità delle loro banche, con ciò naturalmente aggravando il problema: aumentala domanda di dollari.
La cosa è talmente preoccupante che il governatore Patel ha scritto un editoriale sul Financial Times lunedì, in cui letteralmente implora la Federal Reserve di rallentare la stretta monetaria, e il Tesoro Usa di coordinarsi con la Federal Reserve: “Data la rapida crescita della misura del debito Usa, la Fed deve rispondere rallentando i suoi piani di restrizione.
Se non lo fa, i Buoni del Tesoro Usa assorbiranno una tale porzione della liquidità in dollari, da rendere inevitabile una crisi dei titoli di debito nel resto dei mercati del dollaro”.
Anche il governatore della banca centrale dell’Indonesia (261 milioni di abitanti), Perry Warijo, s’è unito alla urgente supplica del collega indiano: “Il dollaro è ancora re ”.
La valuta argentina e quella brasiliana sono crollate; il collasso della lira turca è stato per adesso tamponato dalla banca centrale di Ankara alzando i rendimenti dal 16,5 al 17,75%: un rialzo mai visto.
Ma anche l’Europa subisce un forte deflusso di capitali verso gli Stati Uniti: dal 2012, regolarmente, il 3 per cento del Prodotto Interno Lordo della zona euro sta andando a finanziare – udite udite – il deficit di Usa e Regno Unito.
Perché i rendimenti attesi sono più alti in Usa che in Europa. E i massimi esportatori di capitale – detto altrimenti, i colpevoli di fuga dei capitali – sono i tedeschi.
I ricchi impiegano l’enorme surplus di capitali lucrato con l’export per finanziare il deficit americano: interessante contrappasso per una Germania moralista che impone agli europei del Sud, le cicale, di non superare il deficit del 3%, “fare le riforme” (tagliare salari), serrare ancor più l’austerità.
E’ la deflazione di Merkel. Ma è proprio qui il motivo della fuga: la politica di deflazione e restrizione dei consumi che impone dogmaticamente l’ordoliberismo di Berlino, anzitutto ai propri lavoratori (“moderazione salariale” per esportare) e in paesi come Italia, Spagna Grecia la “recessione permanente” da blocco della spesa pubblica, hanno ridotto a poco o nulla le occasioni di investimento redditizio, in Europa, degli enormi capitali accumulati dai tedeschi con l’export.
Sicché il sangue che Berlino non consente venga ad irrigare i popoli europei, viene mandato ad irrigare i consumi americani.
Adesso naturalmente le teste (non) pensanti della BCE a trazione tedesca annunciano, ordinano, esigono, una riduzione dell’allentamento monetario anche dell’euro; già da giugno, la vogliono; effettivamente, occorre alzare i tassi per renderli più appetibili di quelli americani; ovviamente il risultato sarà di dissanguare l’Italia che pagherà più interessi sul suo enorme debito, e anche Grecia e Spagna e non ultima, la Francia. 

Spingerci tutti verso la bancarotta.
Tempi interessanti per Mario Draghi, Weidmann e i ministri delle Finanze dell’euro, chiamati a gestire le fasi terminali, implosive, della globalizzazione. E per noi che saremo travolti.
Ma possiamo almeno amaramente ridere: è la globalizzazione, ragazzi. L’assenza di confini per merci-uomini-capitali, deliberatamente voluta. 

L’immensa bolla di moneta-debito, pseudo-capitale creato dalle banche indebitando tutti (si può oggi apprezzare meglio la politica monetaria di Putin, che ha accumulato oro su oro).
Gli ideologi del liberismo globale hanno privatizzato la creazione monetaria, abolito ogni separazione tra banche speculative e banche commerciali; costruito un mercato unico senza paratie che circoscriva il contagio speculativo e le crisi, un Titanic che hanno voluto privo di compartimenti stagni, di dazi, di controllo sulle fughe di capitali, di ordine monetario, perché li vedevano come penalizzanti per i lucri.
Il risultato è che una decisione della Federal Reserve mette nei guai l’India e l’Indonesia, fa affondare la Turchia, diffonde il caos nei mercati emergenti e dissangua l’Europa.
E’ la globalizzazione, ragazzi. 
Successe qualcosa di simile negli anni ’20 e ’30. Gli Stati Uniti, durante la grande guerra (1914-18) erano i fornitori di tutti i materiali per gli alleati impegnati nel conflitto, Londra, Parigi, Roma, e quindi ne erano diventati i grandi creditori.
Fort Knox traboccava dunque di tonnellate di lingotti affluiti dai paesi debitori. Come normale conseguenza del Gold Standard, si sarebbe prodotta una montagna di dollari-carta, con conseguente inflazione in Usa.
La Federal Reserve e i grandi banchieri americani impedirono questo esito, esportando quei capitali di troppo. Il capitale americano, poco remunerato in patria, cercò nel mondo retribuzioni più alte.
Le trovò in Germania, il grande paese industriale sconfitto. Nel 1925, quando il tasso di sconto della Fed era del 3 %, in Germania era del 10%. Il denaro a prestito, che in America era pagato il 4%, in Germania era compensato l’8%, il doppio.
In più, i salari tedeschi erano bassi, e i salari bassi stimolano investimenti industriali. Il capitale americano finanziò il più impressionante rammodernamento dell’apparato industriale tedesco, la riorganizzazione del sistema ferroviario, una immensa bolla edilizia.
Nei pochi anni della Repubblica di Weimar (1919-1933) il lusso, i fiumi di champagne, le donnine allegre, tripudio di transex nei locali notturni berlinesi, insomma “la cultura” dell’edonismo che conosciamo, ebbe la sua prima edizione.
In quegli stessi anni, milioni di tedeschi dalle campagne furono risucchiati nelle città, come operai. Berlino passò da 2 a 6 milioni di abitanti. Abitanti i cui bassi salari erano falcidiati dal caro-affitti e dal rincaro dei generi alimentari.
Cosa avviene quando il capitale è retribuito a scapito del lavoro? Quella che il capitalismo chiama “sovrapproduzione”: merci sempre più abbondati trovano sempre meno acquirenti, perché le masse non hanno potere d’acquisto.
Anche allora, la dirigenza tedesca adottò, come terapia, la deflazione. Lo ha descritto Bruno Heilig, un giornalista ebreo che nel ’38 scampò ai nazisti con la fuga. “Ogni segno di crisi fu scongiurato comprimendo i salari e licenziando lavoratori”; sostituiti da macchinari, che aumentavano la “produttività”.
Ma “per ogni lavoratore licenziato, era anche un consumatore che spariva”. Nel 1931, invece di aumentare i salari, si prese la misura disperata di ridurre la produzione di merci.
Ma per gli industriali, “tasse, ammortamenti, affitti, gli interessi sul debito, ossia i costi fissi, divisi su un numero minore di beni, aumentarono in proporzione inversa sui profitti calanti, fino a divorarli”. Industrie fallirono a catena.
Frattanto la crisi del ’29 aveva prosciugati il flusso dei capitali facili americani. La banche tedesche cominciarono a fallire, perché gli imprenditori non pagavano più i debiti (oggi si parla di non performing loans, NPL).
La Angela Merkel o Schauble dell’epoca si chiamava Heinrich Bruning, cancelliere cattolico, allievo modello del capitalismo liberista: “Decretò una riduzione generale dei salari, che furono tagliati del 15%”, raccontò Heilig.
La logica dietro questa crudele follia era: riducendo il potere d’acquisto dei lavoratori, anche i prezzi avrebbero finito per ridursi. Anche allora, il prezzo della riduzione alla fame dei lavoratori non parve indegno di essere pagato, come oggi dei greci.
Contrariamente a quel che credono gli pseudo-economisti della Rai, non fu l’iper-inflazione a portare Hitler al potere. Quella era avvenuta nei primi anni ’20. Fu la deflazione di Bruning.
Il numero dei deputati nazisti salì da 8 a 107. Nel gennaio ’33, Hitler salì al potere e operò quel miracolo economico che ho descritto nel mio saggio “Schiavi delle Banche”. 

Qui da noi, i populisti sono arrivati forse troppo tardi e deboli(?).