9 dicembre forconi: cura
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sabato 24 agosto 2019

"Il successo è evidente": finalmente abbiamo una cura per l'Ebola

Sembra che finalmente abbiamo una cura per l'Ebola , secondo Wired .
Scienziati e medici nella Repubblica Democratica del Congo hanno condotto una sperimentazione clinica di nuovi farmaci per cercare di combattere un focolaio di Ebola che dura da più di un anno. Lunedì, presso l'Organizzazione mondiale della sanità, i co-sponsor della sperimentazione hanno annunciato che due di questi trattamenti sperimentali sembrano aumentare notevolmente i tassi di sopravvivenza. In precedenza, era stato dimostrato che un vaccino proteggeva le persone dalla cattura di Ebola, ma i nuovi trattamenti sono ora efficaci per le persone che sono già state infettate.
Jean-Jacques Muyembe, direttore generale dell'Istituto nazionale per la ricerca biomedica nella RDC, ha dichiarato: 
"D'ora in poi, non diremo più che l'Ebola è incurabile."
I pazienti in quattro centri di trattamento nell'est del paese, dove l'epidemia è la peggiore, sono stati assegnati in modo casuale a ricevere una delle quattro terapie sperimentali. Un farmaco è un antivirale chiamato remdesivir, mentre gli altri usano anticorpi monoclonali. Gli scienziati hanno messo insieme queste grandi proteine ​​a forma di Y per riconoscere forme specifiche di batteri e virus invasori e quindi reclutare cellule immunitarie per attaccare i patogeni.

Uno di questi farmaci si chiama ZMapp, che era costantemente nelle notizie nel 2014 ed è attualmente considerato lo standard di cura durante le epidemie di Ebola. Ha un tasso di mortalità del 49%, secondo Anthony Fauci, direttore dell'Istituto nazionale di allergie e malattie infettive del NIH.

L'obiettivo del processo, iniziato a novembre, era vedere se qualcuno di questi farmaci potesse superare il tasso di mortalità di ZMapp. I tassi di mortalità da ebola senza trattamento sono superiori al 75%I risultati sono stati eccezionalmente promettenti:
Il cocktail di anticorpi monoclonali prodotto da una società chiamata Regeneron Pharmaceuticals ha avuto il maggiore impatto sulla riduzione dei tassi di mortalità, fino al 29 per cento, mentre l'anticorpo monoclonale NIAID, chiamato mAb114, aveva un tasso di mortalità del 34 percento. I risultati sono stati più sorprendenti per i pazienti che hanno ricevuto trattamenti subito dopo essersi ammalati, quando le loro cariche virali erano ancora basse: i tassi di mortalità sono scesi all'11% con mAb114 e solo al 6% con il farmaco di Regeneron, rispetto al 24% con ZMapp e al 33% con Remdesivir .
I farmaci a base di anticorpi monoclonali sono diventati popolari nella medicina moderna, aiutando a combattere malattie come il cancro e il lupus.
Sul lato negativo, ci vogliono anni di ingegneria inversa per creare questi tipi di farmaci. ZMapp, ad esempio, è stato creato infettando i topi con Ebola e quindi raccogliendo gli anticorpi prodotti dai topi contro il virus. Da lì, quegli anticorpi dovevano essere progettati per assomigliare di più a quelli umani, in modo da non provocare una reazione immunitaria.
Poiché l'Ebola si infiltra nelle cellule delle vittime usando proteine ​​appuntite sul guscio esterno del virus, i ricercatori cercano anticorpi che fanno un buon lavoro di legame con queste proteine. Da lì, se l'accesso è bloccato, il virus non può replicarsi e diffondersi. L'ebola è particolarmente difficile perché è grande e ha la capacità di cambiare forma, rendendo difficile a qualsiasi anticorpo bloccare la sua infezione. Questo è il motivo per cui è favorevole un approccio cocktail di farmaci, come il prodotto Regeneron, che è una combinazione di tre anticorpi monoclonali generati inizialmente nei topi.

Altri hanno anche suggerito che l'estrazione del siero dei sopravvissuti all'ebola e la raccolta del DNA per produrre anticorpi potrebbero funzionare. Ciò potrebbe almeno fornire una serie di istruzioni genetiche per produrre anticorpi con una comprovata esperienza contro un virus. Questo è quello che fa il mAb114 del NIH: usa l'anticorpo isolato dal sangue di un sopravvissuto da un focolaio del 1995.
Dall'annuncio, è previsto un nuovo processo per dare il via al confronto diretto tra il farmaco di Regeneron e mAb114, che viene prodotto da una società con sede in Florida chiamata Ridgeback Biotherapeutics. D'ora in poi, tutte le unità di trattamento con Ebola nella zona dell'epidemia somministreranno solo i due farmaci anticorpali monoclonali più efficaci.
Il direttore dell'OMS Mike Ryan ha dichiarato:  “Le notizie di oggi ci mettono un ulteriore passo per salvare più vite. Il successo è chiaro. Ma c'è anche una tragedia legata al successo. La tragedia è che non vengono trattate abbastanza persone. Stiamo ancora vedendo troppe persone che stanno lontane dai centri di trattamento, persone che non vengono trovate in tempo per beneficiare di queste terapie. "
Dall'inizio dello scorso agosto nella Repubblica democratica del Congo, oltre 2.800 persone sono state contagiate e 1.794 sono morte. Fonte: qui

domenica 24 marzo 2019

UN GRUPPO DI RICERCATORI AMERICANI HA INDIVIDUATO ALCUNE MUTAZIONI GENETICHE NEI MALATI DI TUMORE AL PANCREAS E HANNO IDENTIFICATO UN GRUPPO DI PERSONE CHE RISPONDONO MEGLIO ALLE TERAPIE

GRAZIE A QUESTA SCOPERTA SI POTRANNO OTTENERE DIAGNOSI PRECOCI, FONDAMENTALI VISTO CHE SOLO IL 9% DI CHI SI AMMALA SOPRAVVIVE A QUESTO TIPO DI TUMORE 
Viola Rita per www.repubblica.it

genoma 1GENOMA
La genomica colpisce ancora. Lo studio del genoma, infatti, sta aprendo le porte alla medicina di precisione anche alla lotta contro il tumore al pancreas, spesso diagnosticato tardi, tanto che a cinque anni dalla diagnosi appena il 9% dei pazienti è vivo.

Contro questo tumore è disponibile la chemioterapia, ma non ci sono ancora farmaci a bersaglio molecolare e terapie personalizzate. Un passo avanti in questo campo è stato compiuto da un gruppo di ricerca coordinato dall'Università di Pittsburg, negli Stati Uniti, che ha studiato il genoma del tumore al pancreas di un vasto campione di pazienti provenienti da tutto il mondo.

tumore al pancreas 14TUMORE AL PANCREAS





Gli autori hanno individuato alcune mutazioni genetiche potenzialmente associate al tumore e hanno identificato un gruppo di pazienti che probabilmente rispondono meglio alle terapie esistenti. I risultati sono pubblicati su Gastroenterology.

Dalla diagnosi alla terapia: un problema di tempi
Veloce e silenzioso, in molti casi il tumore del pancreas viene scoperto quando è già avanzato, nello stadio metastatico, e per questo non può essere rimosso chirurgicamente: in media su 10 individui che ricevono la diagnosi soltanto 3 o 4 possono essere trattati con la chirurgia e circa il 75% delle persone con questa malattia non sopravvive a un anno dalla diagnosi.

tumore al pancreas 8TUMORE AL PANCREAS
Questo ritardo nella scoperta del tumore è dovuto soprattutto alla sua aggressività e alla rapidità, nonché alla frequente assenza di sintomi evidenti. “Sono pochi i sintomi che possono far pensare a un sospetto di tumore al pancreas", sottolinea Gian Luca Grazi, direttore della Chirurgia Epatobiliopancreatica presso l'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (Ifo): "Fra questi, per una diagnosi precoce bisogna prestare attenzione a segnali quali la presenza di ittero, ovvero la colorazione gialla della pelle, che può essere dovuta all'ostruzione delle vie biliari causata dal tumore, e all'insorgenza improvvisa di un diabete”.

genoma 8GENOMA
Ma anche una volta che la patologia è stata scoperta, individuare il trattamento più efficace per il singolo individuo non è semplice. Questo perché ogni forma tumorale è diversa e non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo ai vari trattamenti chemioterapici disponibili. L'ideale sarebbe riuscire a conoscere qual è il profilo molecolare associato al tumore del paziente, per comprendere fin dall'inizio quale sia il trattamento più efficace.

In questo senso, lo studio del genoma del tumore è una strada molto importante da percorrere. “Non solo per fare prima la diagnosi – spiega Grazi – ma anche per evitare interventi chirurgici inutili, per comprendere quali pazienti rispondono meglio alle terapie e per identificare quali trattamenti sono più efficaci per il singolo paziente: in questo modo, anticipando i tempi della terapia, potremmo arrivare a rendere operabili anche i tumori che inizialmente non lo sono”.

Lo studio
I ricercatori di Pittsburg hanno studiato quasi 4 mila campioni di tessuti di tumore al pancreas di pazienti provenienti da tutto il mondo. L'obiettivo era quello di cercare, sulla base di un insieme di geni già noti ed associati ad altri tipi di cancro, dei biomarcatori che, come delle bandiere biologiche, permettano di catalogare i tipi del tumore al pancreas e di poter trovare dei trattamenti efficaci e già esistenti contro queste diverse forme tumorali.  Un po' come avviene già ora in alcuni tumori, come quello al seno, in cui è possibile personalizzare la terapia sulla base del sottotipo tumorale del paziente.
tumore al pancreas 11TUMORE AL PANCREAS

In base ai risultati, gli autori hanno osservato che nel 17% dei campioni analizzati erano presenti particolari mutazioni genetiche, potenzialmente associate al tumore al pancreas. Fra queste anche alterazioni nei geni della famiglia dei Brca, gli stessi coinvolti i altri tumori, in particolare al seno e alle ovaie. Tali mutazioni, spiegano gli autori, fanno ipotizzare che quando presenti il tumore sia maggiormente vulnerabile, ovvero possa essere più facilmente trattato con gli agenti chemioterapici esistenti.

tumore al pancreas 10TUMORE AL PANCREAS







La presenza di queste mutazioni, inoltre, potrebbe essere associata a un maggior rischio della malattia, e in futuro potrebbe consentire di ottenere una diagnosi precoce. “Riteniamo che sia il più vasto studio sul tumore pancreatico condotto con una profilazione genomica globale - conclude Siraj Ali, tra gli autori della ricerca - per identificare un ampio insieme di alterazioni genomiche e, in ultimo, bersagli terapeutici”.

Fonte: qui

sabato 23 febbraio 2019

IL MINISTRO DELLA SALUTE VUOLE FAR PRODURRE LE TERAPIE CAR-T, CHE POTREBBERO SCONFIGGERE I TUMORI, NEI LABORATORI DEGLI OSPEDALI ITALIANI

SAREBBE UNA COLPO ABBASTANZA PESANTE PER BIG PHARMA, CHE HANNO SCOPERTO QUESTE CURE E SI TENGONO BEN STRETTI I COSTOSISSIMI BREVETTI 

LA SCAPPATOIA È CHE SI TRATTEREBBE DI UN PROCEDIMENTO, PIÙ CHE UN FARMACO. E INFATTI I NOSTRI OSPEDALI HANNO GIA' COMINCIATO A FABBRICARLE E A TRATTARE IN VIA SPERIMENTALE UNA TRENTINA DI PAZIENTI



Paolo Russo per “la Stampa”
 
Le Car-T, la nuova terapia capace di sconfiggere tumori fino ad oggi incurabili, potranno essere prodotte dai laboratori super-tech dei nostri ospedali più all' avanguardia. Una soluzione che consentirà di ridurre gli altissimi costi delle infusioni, aggirando l' ostacolo dei brevetti e dei prezzi fino a un milione di dollari, imposti dall' industria che li detiene. Una mossa che faciliterebbe l' accesso dei pazienti alle nuove cure, ma che rischia di spiazzare big-pharma e in particolare le due industrie, Novartis e Gelead, che quel metodo di cura hanno per prime scoperto.



«La sfida è di rendere fruibili ai pazienti le innovazioni come le Car-T», afferma il Ministro della salute Giulia Grillo. Che subito dopo a La Stampa scopre le sue carte: «In questo modo potremmo produrle nelle self factory dei nostri ospedali, abbattendone i costi e facilitandone l' accesso ai pazienti». E per la presidenza del Css è in pole position il professor Franco Locatelli, che le Car-T ha già iniziato a crearle nel laboratorio ultra tecnologico dell' ospedale romano Bambin Gesù di Roma, dove con le rivoluzionarie cellule reingegnerizzate degli stessi pazienti sono stati curati con successo 21 bambini affetti da leucemie prima incurabili.
terapia car t 6TERAPIA CAR T 

In Usa, dove le Car-T sono già in commercio, il loro prezzo va dai 350 mila al milione di dollari. Costi insostenibili per i nostri ospedali. Alcuni dei quali, i più attrezzati, hanno così cominciato a fabbricarle in casa in barba ai brevetti. E in finanziaria ci sono 5 milioni per le self factory degli ospedali. Perchè le super-cellule anti-cancro non sono un farmaco che si prende dallo scaffale.

giulia grilloGIULIA GRILLO
Il procedimento infatti è questo: prima si prelevano i globuli bianchi dal singolo paziente, linfociti T compresi, che poi negli impianti di produzione vengono modificati affinchè riconoscano e attacchino le cellule tumorali. Quindi le cellule vengono somministrate al paziente. Detta così sembra semplice ma non lo è, perché il processo di produzione necessita di laboratori con tecnologie molto avanzate. Per non parlare dei possibili e gravi effetti tossici della terapia, che richiedono un attento monitoraggio dei pazienti.
terapia car t 5TERAPIA CAR T 

E proprio per ovviare a questi rischi le Car-T prodotte da Locatelli al Bambin Gesù hanno modificato lo schema originale, inserendo una specie di «gene suicida» attivabile in caso di eventi avversi. A riprova che nella nostra sanità le eccellenze non mancano. Come quelle delle 18 officine autorizzate dall' Agenzia del farmaco (Aifa) a produrre terapie avanzate, che potrebbero ricomprendere anche le Car-T. Un numero destinato a crescere perché altri ospedali, come il Gemelli e l' Ifo di Roma, si stanno attrezzando.

Il Direttore generale dell' Aifa, Luca Li Bassi, ha le idee chiare. «Le Car-T sono assimilabili a un procedimento più che a un farmaco, perché si tratta di una procedura che usa cellule autologhe del paziente, poi modificate tramite vettore virale e quindi re-infuse".

terapia car t 4TERAPIA CAR T
"Anche se -aggiunge- è necessario che le procedure vengano controllate dalle autorità regolatorie per garantire ai pazienti la massima sicurezza. Ed Aifa ha già iniziato questo percorso certificando diverse officine per la terapia genica cellulare».

Una mossa che, come sottolinea lo stesso Li Bassi, consentirà di contenere i costi, ma anche di superare il collo di bottiglia della produzione, che oggi non va oltre i 500 trattamenti nel mondo. Pochi per terapie che, come spiega il Professor Locatelli «hanno dimostrato rilevante efficacia clinica nelle leucemie linfoblastiche acute e nei linfomi non-Hodgkin a grandi cellule B. Mentre sono in corso studi nella cura del mieloma multiplo e nelle neoplasie solide, come il neuroblastoma, il tumore extracranico più frequente dell' età pediatrica». Intanto i primi risultati sono incoraggianti. I pazienti trattati in via sperimentale in Italia sono già una trentina. Con remissione della malattia nel 50% dei casi. E la strada per accedere alle nuove terapie salva-vita è pronta ad essere allargata. 

Fonte: qui

venerdì 2 novembre 2018

IL CENTRO DI IMMUNOLOGIA MOLECOLARE CUBANO HA TESTATO SU CIRCA 5MILA PAZIENTI IL VACCINO TERAPEUTICO CIMAVAX-EFG, USATO SU CASI DI CANCRO AL POLMONE AVANZATO CON CELLULE NON PICCOLE, TRA LE FORME TUMORALI PIÙ FEROCI


I PRIMI RISULTATI DEL TEST HANNO MOSTRATO UN BLOCCO DELLA CRESCITA DEL CARCINOMA

CIMAVAX EGFCIMAVAX EGF

Arriva da Cuba l'ultima buona notizia sulla cura del cancro al polmone. Il Centro di immunologia molecolare cubano ha testato su circa 5mila pazienti il vaccino terapeutico Cimavax-efg, usato su casi di cancro al polmone avanzato con cellule non piccole, tra le forme tumorali più feroci. I primi risultati del test hanno mostrato un blocco della crescita del carcinoma, con aumento della sopravvivenza dei malati e un miglioramento della qualità della vita, visto che il farmaco non provoca effetti collaterali paragonabili a quelli della chemioterapia e della radioterapia.
tumore del polmoneTUMORE DEL POLMONE

Il vaccino è stato somministrato per via intramuscolare, come ha spiegato la ricercatrice Tania Crombet Ramos al quotidiano Granma. Grazie al suo alto livello di sicurezza, ne è facilitato l'uso. Dal 2008 il farmaco è stato registrato a Cuba, ma di recente è stato adottato anche dalle agenzie del farmaco in Argentina, Colombia, Perù, Paraguay, Bosnia-Erzegovina e Kazakistan.

Fonte: qui

venerdì 8 giugno 2018

IL CANCRO CURATO SENZA CHEMIO

IL RIVOLUZIONARIO TRATTAMENTO DI JUDY PERKINS, MALATA DI TUMORE AL SENO E PAZIENTE 1 DEL “TRASFERIMENTO CELLULARE ADOTTIVO” 

“COSÌ SI APRE LA PORTA ALLO SFRUTTAMENTO DELLE DIFESE INTERNE DEL CORPO. A SCONFIGGERE IL TUMORE SONO STATI I GLOBULI BIANCHI DELLA PAZIENTE. I LINFOCITI MODIFICATI CON L’INGEGNERIA GENETICA HANNO…”

Melania Rizzoli per Libero Quotidiano

cancro al senoCANCRO AL SENO
«Le metastasi del mio cancro al seno ormai si erano diffuse in tutto il corpo, i medici mi avevano dato al massimo tre mesi di vita. Il mio calvario era iniziato nel 2013, con la prima diagnosi e l' asportazione di una mammella, che però non aveva risolto il problema, ed ogni trattamento chemioterapico che subivo funzionava sempre meno del precedente.

Finché il mio cancro si è ripresentato più forte dopo dieci anni, invadendo anche il fegato e i polmoni. Dopo sette cicli di chemioterapia ulteriormente sperimentati nel tentativo di arginare la situazione ero esausta, perché sapevo che il tumore metastatico può essere curato per un po', ma mai guarito.


Io negli anni non mi ero mai arresa, ma ad un certo punto ho detto basta, non volevo più continuare a curarmi. Volevo morire».

E invece Judy Perkins, 52 anni, ingegnere e madre di due figli, non solo non è morta ma oggi è tornata alla sua vita normale. Il suo cancro è sparito, ed i medici del National Institute of Health (Nci) di Bethesda, in Maryland, che l' avevano in cura, la considerano incredibilmente guarita: la scorsa settimana lo hanno reso noto e annunciato al mondo intero.

Lei, infatti, è la prima donna in assoluto che ha subìto un trattamento immunoterapico rivoluzionario, il cosiddetto "trasferimento cellulare adottivo", e da due anni Judy - la "paziente 1", come è stata classificata - risulta completamente libera da un adenocarcinoma maligno, che la medicina ufficiale considerava ormai incurabile e addirittura in fase terminale.
cancro al seno 6CANCRO AL SENO 

La Perkins, nella sua intervista, ha poi aggiunto: «Dopo un paio di settimane dall' inizio della nuova terapia io già percepivo che i miei tumori si stavano restringendo, perché mi sentivo sempre meglio, come non mi succedeva ormai da mesi, gli stessi dottori erano raggianti e ogni giorno che passava, quando vedevano i risultati chimici, istologici e radiologici, praticamente erano loro a ballare per la felicità. Mi hanno salvato la vita».

GLOBULI BIANCHI
Il caso clinico della "paziente 1" è stato pubblicato sulla nota e qualificata rivista Nature Medicine e la sua intervista sul Daily Mail, e dalla Società Americana di Oncologia Clinica (Asco) c' è già chi parla di trattamento rivoluzionario.

Perché, a differenza delle terapie classiche oggi in uso, qui si è aperta la porta allo sfruttamento esclusivo delle difese interne del corpo aggredito dal cancro per combatterlo, stimolando le sue stesse cellule a reagire, a riconoscere quelle cancerose, ad attaccarle e a distruggerle per sempre.

Per capirci: in questo caso non sono state le chemioterapie, le radioterapie e gli anticorpi monoclonali a sconfiggere il tumore, ma le cellule di difesa immunitaria della paziente ammalata, ovvero i suoi stessi globuli bianchi, che sono stati isolati, modificati, riattivati, moltiplicati in provetta e re-iniettati nelle sue vene, e che incredibilmente hanno fatto piazza pulita di tutte le cellule maligne, comprese le metastasi, spazzandole via in poche settimane.

cancro al seno 5CANCRO AL SENO 
Gli scienziati e gli ingegneri biologici del Centro di Ricerca del National Institute of Health avevano infatti accertato che quel tumore aveva subito nel tempo ben 62 mutazioni, ma avevano anche scoperto che il sistema immunitario della Perkins sarebbe stato da solo in grado di combatterlo, se guidato e modulato a dovere.

Così i ricercatori hanno selezionato dal suo sangue alcune centinaia di linfociti con un semplice prelievo, e hanno trasformato e ampliato queste cellule "T" in un esercito di 82 miliardi di globuli bianchi che, una volta reintrodotti mediante flebo nel circolo sanguigno della paziente, hanno svolto egregiamente il nuovo compito per il quale erano stati programmati.

cancro al seno 2CANCRO AL SENO 
Uno straordinario successo e un meraviglioso esempio di ingegneria genetica biologica e molecolare.

TEMPO DI SICUREZZA
L' innovativo approccio immunoterapico è in pratica una forma modificata della "terapia cellulare adottiva", che già si era rivelata efficace nel trattamento del melanoma maligno, ma finora era considerata poco potente contro i tumori cosiddetti freddi, vale a dire quelli resistenti alle comuni terapie dello stomaco, dell' esofago, delle ovaie e appunto del seno.

I linfociti infiltranti il tumore, chiamati "Til", sono stati cioè coltivati in grande quantità in laboratorio, modificati con l' ingegneria genetica in modo da diventare capaci di bersagliare specificatamente le mutazioni delle cellule tumorali, e poi reinfusi nell' organismo mediante una semplice trasfusione, creando in tal modo una formidabile risposta immunitaria, una armata militare forte e mirata contro il tumore da distruggere.
cancro al seno 3CANCRO AL SENO 
Dopo il trattamento, in poche settimane nel corpo di Judy Perkins ogni traccia di tumore era scomparsa, e i ricercatori hanno spiegato che tale situazione è rimasta invariata e stabile nei successivi ventidue mesi, il tempo di sicurezza che hanno atteso per pubblicizzare ufficialmente la nuova terapia biologica.

cancro al seno 4CANCRO AL SENO 
Se i dati saranno confermati nei prossimi mesi, come sembra molto probabile, e arricchiti con studi più ampi, questo approccio terapeutico sarà esteso ulteriormente ad un più ampio spettro di tumori resistenti alle terapie classiche, quelli cioè considerati senza speranze.

AZIONE TERAPEUTICA
È noto infatti che tutti i tumori presentano delle mutazioni del Dna e dell' Rna cellulare, e proprio questo principio ha portato gli scienziati in questa direzione, attaccando il carcinoma con l' immunoterapia, ragionando sul fatto che proprio le stesse mutazioni che causano il cancro e lo fanno progredire e diffondere, potevano rivelarsi il bersaglio migliore per curarlo ed eliminarlo.

cancro al seno 1CANCRO AL SENO 
Non importa ed è irrilevante se questo studio clinico sia stato fatto una volta soltanto e su una sola paziente, perché se ha funzionato su di lei - in una fase gravissima della sua malattia, quella considerata in medicina irrecuperabile e certamente letale - la sua azione terapeutica accertata e certificata apre sicuramente nuove e importanti prospettive di cura per il tumore in stato avanzato di metastasi per migliaia di pazienti nel mondo, offrendo una chance insperata laddove tutte le terapie convenzionali somministrate in precedenza hanno fallito.


Fonte: qui

giovedì 10 maggio 2018

I RICERCATORI DELL’UNIVERSITA’ DI MANCHESTER HANNO TROVATO UN RIMEDIO PER FERMARE LA CADUTA DEI CAPELLI E FAVORIRNE LA RICRESCITA


CALVIZIECALVIZIE
Un farmaco inizialmente diretto alla cura dell'osteoporosi ha anche un altro interessante effetto collaterale: frena la caduta dei capelli e ne promuove la ricrescita. L'effetto è stato descritto sulla rivista Plos Biology dal gruppo dell'università britannica di Manchester guidato da Nathan Hawkshaw. I ricercatori l'hanno sperimentata su follicoli piliferi donati da più di 40 pazienti che si sono sottoposti a trapianto di capelli. 

Attualmente ci sono solo due molecole contro la perdita dei capelli negli uomini, chiamate minoxidil e finasteride, ma entrambe hanno effetti collaterali e spesso producono risultati deludenti. La molecola sviluppata per contrastare l'osteoporosi e indicata con la sigla WAY-316606 ha invece come effetto collaterale la crescita dei capelli in quanto inibisce la proteina chiamata SFRP1, che normalmente funziona come un potente freno molecolare per la crescita di peli corporei.

follicolo piliferoFOLLICOLO PILIFERO
I ricercatori sono partiti studiando il meccanismo alla base della ciclosporina A, un farmaco utilizzato dagli anni 80 per sopprimere il sistema immunitario nelle persone che subiscono trapianti e in quelle che soffrono di malattie autoimmuni. Tra gli effetti collaterali della ciclosporina A c'è l'aumentata crescita di capelli e peli corporei, dovuta alla soppressione della proteina SFRP1.

I ricercatori hanno scoperto che il farmaco WAY-316606, sviluppato per contrastare l'osteoporosi, presenta lo stesso effetto collaterale della ciclosporina A e coinvolge la stessa proteina, che è quindi un bersaglio molto promettente per futuri trattamenti contro la caduta dei capelli. "Il prossimo passo sarà una sperimentazione sull'uomo - afferma Hawkshaw - per verificare che questo composto o altri simili siano sicuri ed efficaci".

Fonte: qui