9 dicembre forconi: bicicletta
Visualizzazione post con etichetta bicicletta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bicicletta. Mostra tutti i post

martedì 12 giugno 2018

UNA TRENTENNE INSEGUE IL MAROCCHINO CHE LE AVEVA RUBATO LA BICI, LUI LA SFIDA: “VIENI A RIPRENDERTELA”, E POI LA STUPRA

ACCADE AD AREZZO, IN UNA ZONA RESIDENZIALE BENESTANTE. È LA SECONDA VIOLENZA IN DIECI GIORNI, MA STAVOLTA…

Salvatore Mannino per “la Nazione – Arezzo”

arezzo stuproAREZZO STUPRO
Via Curina è una strada tranquilla, alle spalle del supermercato Pam dei Cappuccini: zona ariosa e benestante, incastonata fra un’area residenziale degli anni ’60 ( i Cappuccini appunto) e il nuovo quartiere del Pantano.

A guardare il verde in cui sono immerse le case (alcune ancora in costruzione) e il parco sul lato della strada, tutto verrebbe da pensare meno che quello è il teatro di un altro sconcertante caso di violenza sessuale, il secondo in una decina di giorni, ma stavolta lo stupratore (presunto) non è il marito, come a Cortona, bensì un clandestino di origine marocchina, giovane ma già con un suo passato alle spalle, fatto di precedenti per piccolo spaccio e altri reati.
arezzoAREZZO

I carabinieri sono andati a prenderlo sabato, con un mandato di fermo del Pm di turno Julia Maggiore, al termine di un’indagine breve e di successo, anche per il coraggio della vittima nell’indicare il suo aguzzino.

I fatti però sono di giovedì sera, fra il lusco e il brusco, come si dice ad Arezzo, quando insomma stava già calando il buio. Protagonista involontaria una trentenne aretina, che gli inquirenti definiscono tranquilla, una insomma che non va a infilare la mano nel vespaio per imprudenza.

supro 5SUPRO 
Comincia tutto quando lui le porta via la bicicletta. Poi, a lei che lo insegue, la sfida: vieni a riprendertela. La ragazza non si fa pregare e cerca di recuperare quello che è suo. Non sa, non può sapere, che le ganasce della trappola le si stanno richiudendo addosso. Il marocchino usa la bici come esca finché non arrivano entrambi in un punto appartato, nel quale lui fa di conto di poter sfogare i suoi comodi.

stupro 4STUPRO 
E’ a quel punto che salta addosso alla giovane e la stupra. I particolari che trapelano si fermano qui. Non si sa, dunque, se lei abbia urlato, se abbia scalciato o peggio per cercare di difendersi.

Ma anche se ha abbozzato un tentativo di reazione, anche se non è rimasta vittima del meccanismo psicologico della sorpresa che ti paralizza, il tutto si perde nel silenzio del luogo appartato che lui ha scelto per l’agguato. La giovane non denuncia subito. E’ sotto choc, lascia passare la notte prima di recarsi la mattina dopo al comando provinciale dei carabinieri.

tribunale arezzoTRIBUNALE AREZZO
Qui le lasciano appena cominciare il suo racconto e quando capiscono di cosa si tratta le consigliano subito di andare in ospedale, al San Donato, per avviare la procedura del codice rosa, quello che tutela i soggetti deboli vittime di violenze, in questo caso di violenza sessuale.

Basta qualche ora perchè dai medici arrivi la conferma di quanto dice la giovane: c’è stato un rapporto sessuale e non è stato consensuale, i segni obiettivi indicano uno stupro.
arezzo 2AREZZO 
A questo punto le indagini del nucleo operativo della compagnia di Arezzo dei carabinieri sono già in moto.

Lei, per quanto provata dall’accaduto, è brava nel fornire gli elementi, compreso il nome, che consentono di dare un volto all’aggressore. A quel punto la parola passa al Pm Julia Maggiore, che decide di procedere con il provvedimento di fermo. Gli uomini dell’Arma lo eseguono sabato, per il clandestino si aprono le porte della galera.

arezzo 1AREZZO 
Già oggi potrebbe svolgersi l’udienza di convalida dinanzi al Gip. Il resto è fatto di un percorso già visto in tante occasioni: lei che cristallizza la sua versione davanti a un giudice, o in incidente probatorio o nel processo vero e proprio, lui che rischia grosso.

Ancora non si sa come si difende. Ammetterà lo stupro o racconterà la solita storia di lei che ci stava? Comunque sia, un altro caso destinato a rinfocolare le polemiche sui clandestini che alimentano il microcrimine o, peggio, le violenze sulle donne.

Fonte: qui

venerdì 13 aprile 2018

SCONFITTI I FATTORINI DEL CIBO. PORTARE IN BICICLETTA PIZZA A DOMICILIO NON VUOL DIRE ESSERE LAVORATORI DIPENDENTI

“FOODORA” VINCE LA CAUSA A TORINO 

PRIMA SENTENZA SULLA “GIG ECONOMY”

Federico Cravero per la Repubblica

FOODORA2FOODORA
Consegnare pizze, noodles e gelati a domicilio non è un vero lavoro. Girare in bicicletta con uno zaino termico fucsia prendendo ordini da un' app sullo smartphone resta uno degli esempi più evidenti dei " lavoretti" della gig economy e, secondo il tribunale del lavoro di Torino, non può essere considerato alla stregua di un rapporto di lavoro subordinato.

La sentenza pronunciata ieri dal giudice Marco Buzano spegne con poche parole - «La corte respinge la domanda e compensa le spese» - la speranza di un' intera generazione, che guardava con ansia alla prima causa in Italia intentata da sei fattorini contro Foodora, la multinazionale tedesca del food delivery.

FOODORA3FOODORA
Dopo gli scioperi, nonostante continuassero a dare la loro disponibilità sulla piattaforma che gestisce turni e consegne, i sei non erano più stati chiamati a lavorare. « Siamo stati licenziati perché il nostro era un vero lavoro subordinato », hanno provato a rivendicare, chiedendo anche 20mila euro di risarcimento ciascuno e cento euro per ogni giorno lavorato senza le adeguate misure di sicurezza sul lavoro.

«Non hanno fatto nemmeno una visita medica per vedere che non ci fossero problemi di salute » , denunciano gli avvocati Sergio Bonetto e Giulia Druetta, che con argomentazioni suggestive hanno descritto le condizioni « di sfruttamento » dei rider, « pagati la metà di un voucher, senza le minime tutele di sicurezza sul lavoro, controllati nei loro spostamenti attraverso il gps del cellulare, discriminati se protestavano » .

FOODORA TORINOFOODORA TORINO
Hanno evidenziato come, attraverso l' applicazione, le biciclette venissero rintracciate sempre e ovunque, seguite nei percorsi fatti verso i ristoranti e i clienti, controllate nella velocità media al punto da redigere le classifiche delle migliori performance. E nelle battute finali di un' udienza pubblica alla quale hanno partecipato in solidarietà decine di rider, hanno anche portato coloriti esempi di come quello delle consegne a domicilio fosse un impiego inquadrato dentro schemi gerarchici precisi, senza l' autonomia che ci si potrebbe aspettare da un rapporto di collaborazione.

Foodora4FOODORA
I legali hanno letto stralci della chat aziendale in cui, senza troppi convenevoli, si chiedeva a un fattorino: «Non riesci a consegnare con il copertone bucato? » e a un altro che diceva di stare male si rispondeva: «Ho bisogno di tutti stasera » . Ma da quelle stesse chat gli avvocati di Foodora Paolo Tosi, Ornella Girgenti e Giovanni Realmonte hanno estrapolato i passaggi in cui ai fattorini era concesso di assentarsi senza preavviso, di cambiare turno senza preoccuparsi di chi dovesse sostituirli. Come, appunto, ci si aspetta da un lavoratore autonomo, anche se, ammettono, «stiamo parlando di un mondo completamente nuovo ».

FOODORAFOODORA
«Leggeremo le motivazioni e faremo appello - commenta l' avvocato Bonetto - Ma certamente questo pronunciamento porta indietro di ottant' anni i diritti dei lavoratori, ammettendo che si possa lavorare a cottimo in sella a una bicicletta senza alcuna tutela se non un caschetto messo a disposizione dall' azienda».

Fonte: qui