9 dicembre forconi

giovedì 17 novembre 2016

SANTORO PUBBLICA SU FACEBOOK UN LUNGO ATTACCO ALLE RAGIONI DEL ‘NO’ AL REFERENDUM E I SUOI FAN LO UCCELLANO ...


"SI O NO, PURCHE' SE MAGNI!!!"

"
SI SCANNANO PER QUALCOSA CHE NON DOVREBBE NEPPURE ESISTERE: LA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE FATTA DA UN PARLAMENTO ED UN GOVERNO DI ABUSIVI CERTIFICATI DALLA CORTE COSTITUZIONALE."
"CHE VERGOGNA!!!"

“SANTORO È SPONSOR DEL SI. NON VOGLIO PENSARE CHE SIA IL SUO PREZZO PER TORNARE A OFFRIRE I SUOI SERVIZI ALLA RAI...”


1 - SANTORO LINCIATO DAI SUOI FAN PER L’ATTACCO AL NO

SANTOROSANTORO
Un durissimo attacco a Beppe Grillo e al fronte del No. A firmarlo è Michele Santoro sulla pagina Facebook di Servizio pubblico. 

Un lungo post concluso così: «La riforma poteva essere più condivisa? Certo.

Scritta meglio? Certo.

Ma se vince il No i diritti di noi cittadini si rafforzeranno?

La democrazia sarà più forte? Il governo più capace di affrontare le sfide internazionali?

Vi prego, non rispondete con un' altra domanda. O col solito vaffanculo
». Nessuno glielo ha detto, ma nella sostanza ne ha raccolti un bel po'.

2 - DALLA PAGINA FACEBOOK DI “SERVIZIO PUBBLICO”

"CARI AMICI": LA LETTERA DEL VENERDÌ DI SANTORO
renzi a servizio pubblico 2RENZI A SERVIZIO PUBBLICO 2
“Evviva Trump!” strilla Grillo. “È stato un vaffanculo generale. L’apocalisse dell’informazione, della televisione, degli intellettuali”. E del sistema politico. Finalmente qualcuno ammette autorevolmente che l’apocalisse non è un’invenzione di Renzi e si può concretamente verificare. Non solo, ma è proprio quello l’obiettivo per cui si batte: il crollo della democrazia per come l’abbiamo conosciuta in Occidente. Vi sembra coerente con ciò la difesa della Costituzione? I nostri mai così tanto citati padri costituenti l’hanno scritta aspettando Trump?

Non a caso avevo chiesto a voi, in una delle scorse lettere, se Salvini e Grillo condividano i principi fondamentali della Carta, il rifiuto del razzismo, l’antifascismo, il ruolo fondamentale dei partiti. La replica di Carlo è stata: ”Ma perché, Renzi li condivide?”, a parte che io penso di sì, rispondendo a una domanda con un’altra domanda pensa di cavarsela, alla maniera dei Cinque Stelle, senza pagare dazio.
santoro-renziSANTORO-RENZI

C’è poi chi suggerisce che Renzi non sia mai stato eletto, avendo semplicemente vinto le primarie di un partito, ma costui difende una Costituzione che non conosce. La nostra è una repubblica parlamentare e non presidenziale, e a eleggere il nostro attuale Presidente del Consiglio sono stati i due rami del Parlamento, come la Costituzione appunto prevede. Sarebbe stato meglio che fosse passato al vaglio di un voto popolare? Certo, Certo, sarebbe stato meglio. Ma questo è un ragionamento politico che non ha nulla a vedere con la legittimità.

Politiche erano anche le critiche al modo con cui è stato formulato il quesito referendario. Ora che i giudici si sono pronunciati sulla sua piena legittimità qualcuno farà autocritica?
renzi a servizio pubblicoRENZI A SERVIZIO PUBBLICO
Poi ci sono le osservazioni di merito. La principale è che con la riforma il Parlamento perderebbe potere. Direi invece, senza ombra di dubbio, che ne guadagna perché può togliere la fiducia al Presidente del Consiglio con un percorso più trasparente. Il problema, lo ripeterò fino allo sfinimento, è il modo in cui verranno scelti i parlamentari, ovvero l’Italicum. Una legge perfetta per Grillo, che i rappresentanti del suo movimento li capa uno per uno personalmente.

Dunque non preoccupatevi della mia carriera, alla quale ho sempre badato da solo continuando a pensare con la mia testa, e concentratevi sulla vostra scelta. Io delle mie sono abituato ad assumermene le responsabilità. E smettetela di usare argomenti spuntati. La Corte Costituzionale ha detto che quelli che Ubaldo chiama “i politici non eletti”, leghisti e grillini compresi, per via della bocciatura del Porcellum giudicato incostituzionale, avrebbero potuto e dovuto comunque governare, proporre leggi e perfino modifiche costituzionali.
michele santoroMICHELE SANTORO

Intanto non mi risulta che qualcuno abbia presentato dimissioni. Ma, nonostante questo, anch’io penso che un percorso di riforma costituzionale dovesse essere più condiviso. Lo avrei perciò affidato a una nuova Assemblea Costituente, eletta dai cittadini, limitandomi a varare una nuova legge elettorale e basta. Allo stesso modo condivido le osservazioni sul Senato e tante altre critiche che voi avanzate, e ha perfettamente ragione chi dice che le mie osservazioni non portano necessariamente a votare Sì .

Infatti il mio scopo non è dare indicazioni di voto ma cercare di farvi ragionare sul fatto che, mentre si potrà trovare il modo di correggere ciò che non funzionerà della riforma alla luce dell’esperienza, il voto sarà fondamentale su un solo capitolo: Renzi. Secondo tanti che scrivono io dovrei votare No e non avere il timore di ciò che accadrà dopo. Aspettando Trump. Non sono un romantico sognatore ma penso che Bersani, dicendo che non accadrà niente, sia ipocrita e irresponsabile.

beppe grilloBEPPE GRILLO
Comunque la pensiamo, abbiamo il dovere, e ripeto il dovere, di chiedere cosa si propongono di fare le forze politiche che si battono per accelerare la fine di Renzi. Dobbiamo smetterla con la renzidipendenza dei nostri ragionamenti, altrimenti meglio tenercelo. Fate finta che il No abbia già vinto e che Renzi sia scomparso dalla scena. E provate a immaginare cosa accadrà, in che maniera il Paese ne uscirà più forte e le istituzioni più solide e più democratiche. Con un’altra apocalisse?

La riforma poteva essere più condivisa? Certo. Scritta meglio? Certo. Ma se vince il No i diritti di noi cittadini si rafforzeranno? La democrazia sarà più forte? Il governo più capace di affrontare le sfide internazionali? Vi prego, non rispondete con un’altra domanda. O col solito vaffanculo.

La Politica e gli ideali perduti

La gigantesca redistribuzione delle risorse su scala mondiale è avvenuta a spese dei cittadini europei e americani. 

Le diseguaglianze sono aumentate. 

La Destra e la Sinistra non solo si sono accorte con grande ritardo di come si stavano mettendo le cose, ma poi non hanno saputo cosa fare

di Ernesto Galli della Loggia

Nessun esponente politico europeo potrà mai fare proprio previo opportuno adattamento lo slogan della campagna elettorale di Donald Trump «rendiamo di nuovo grande l’America». 

Da lungo tempo, infatti, la grandezza non abita più questa parte d’Europa: non ultimo per la buona ragione che abbiamo imparato sulla nostra pelle di quante lacrime e sangue grondi quasi sempre la grandezza quando si tratta di politica. Ciò nonostante i risultati delle elezioni americane ci riguardano da vicino poiché esse valgono a far luce su alcuni nodi critici caratteristici pure delle nostre società.
Ma non già solo su quello continuamente evocato in questi giorni del «politicamente corretto», diventato adesso (ma solo adesso) oggetto di universale deprecazione. Ci sono cose che contano assai di più.


Che dovrebbero contare assai di più agli occhi sia della Destra che della Sinistra europee se queste vogliono continuare ad avere qualcosa da dire ai loro elettorati.

Il nodo più importante è quello rappresentato dal binomio liberismo-globalizzazione che da almeno un trentennio domina l’orizzonte mondiale. Ora non c’è dubbio che anche grazie ad esso su tutto il pianeta centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà. Ma nei Paesi occidentali è avvenuto l’opposto.

Ammettiamo pure che la gigantesca redistribuzione delle risorse su scala mondiale prodotta dal binomio di cui sopra sia stata e sia moralmente giusta.
Essa tuttavia è avvenuta, in sostanza, a spese di una parte non indifferente dei cittadini europei e americani. Nella maggior parte dei nostri Paesi le diseguaglianze tra i redditi e le differenze di status sono di conseguenza aumentate di molto. 

È cresciuto il numero dei poveri. 

La mobilità sociale si è quasi del tutto bloccata: chi oggi vive nell’indigenza e nel disagio, in squallidi quartieri dormitori, in periferie prive di tutto, non ha quasi più alcuna speranza che i propri figli abbiano domani un’esistenza migliore. 

Si calcola ad esempio che negli Stati della costa orientale degli Usa, roccaforte da sempre ( e anche una settimana fa) del Partito democratico, la probabilità di un bambino nato dai genitori più poveri di raggiungere la classe più elevata si aggiri in media (in media) intorno al 5 per cento.

La Destra e la Sinistra europee tradizionali non solo si sono accorte con molto ritardo di come si stavano mettendo le cose, ma quando pure lo hanno fatto — trovandosi oltre tutto alle prese con la crisi economica sopraggiunta nel 2008 — non hanno poi saputo cosa fare. 

Molto probabilmente perché convinte di essere ormai le padrone in regime di monopolio del mercato elettorale. 

Così più o meno dappertutto Destra e Sinistra hanno lasciato che i sistemi di protezione del Welfare (da quello delle pensioni a quello della sanità) lentamente ma implacabilmente si deteriorassero e perdessero pezzi; e insieme che il sistema fiscale volto ad alimentarlo continuasse a favorire attraverso vari espedienti legali le medie e grandi ricchezze. 

Legatesi con la massima superficialità a una moneta unica e alle relative politiche di bilancio di natura restrittiva, le forze di governo tradizionali non sono state in grado di creare flussi di investimenti pubblici capaci di assorbire le crescenti quote di disoccupazione, nel mentre però continuavano a elargire finanziamenti statali a sostegno delle più varie attività e degli interessi forti.

In Paesi come l’Italia o la Grecia, poi, esse hanno continuato a permettere tassi di evasione fiscale altissima.
Un po’ dappertutto, infine, dove più dove meno, hanno assistito senza muovere un dito al degrado dei sistemi d’istruzione pubblica, e al loro concomitante abbandono da parte dei figli delle classi agiate, con relativo effetto logorante su ogni futura coesione sociale.

Contemporaneamente tale coesione è venuta incrinandosi anche per un’altra via: quella dei comuni legami ideali.

Fino a qualche tempo fa, e sia pure in modi diversi a seconda delle loro diverse storie, tanto la Destra che la Sinistra europee tradizionali traevano da tali storie un loro specifico rapporto con numerose dimensioni collettive, ognuna espressione e matrice di importanti valori condivisi: la nazione, la classe, lo Stato, il partito, il sindacato, la Chiesa, la famiglia. 

Questo complesso universo di legami e di fedeltà, spesso tra loro intrecciati e sovrapposti, ha subìto l’urto disgregatore dei tempi nuovi.

Nel vecchio continente come negli Stati Uniti, i partiti della Destra e della Sinistra egemoni non hanno capito — o lo hanno capito solo molto debolmente — che in questo modo, però, si apriva un gigantesco vuoto nel corpo sociale.

Un vuoto che unito alle molteplici difficoltà economiche di cui ho detto sopra, era la potenziale premessa per la diffusione in molti di uno stato d’animo di abbandono e di spaesamento, di solitudine, era la premessa per l’insorgere di un dubbio sottile ma angoscioso sul valore della propria identità e della tradizione del proprio gruppo, di oscuro timore circa il futuro.

Invece di comprendere tutto questo, invece di cercare dunque nuove motivazioni e nuove forme per le dimensioni della vita collettiva in crisi, invece di cercare il modo di rinvigorire i valori in esse contenute, il più delle volte la Destra e la Sinistra di sistema hanno addirittura assecondato di fatto i processi di disgregazione dei legami sociali.

Invece di ricordare che la politica si alimenta di passioni e di sogni, che è quella cosa capace di gettare un ponte tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, hanno dato mano a ogni lesione concreta o simbolica del passato (si trattasse di un paesaggio, di un luogo o dei programmi scolastici), hanno favorito la messa da parte di tutto quanto fosse dichiarato «sorpassato» o «antieconomico» (dalla maestra unica nelle elementari agli uffici postali e agli sportelli delle biglietterie delle stazioni in tanti centri minori).

Schierandosi regolarmente a sfavore del «piccolo» e dalla parte del «grande», a sfavore della parte più culturalmente arretrata, più anziana, più geograficamente periferica, più indigente della popolazione; a sfavore dell’ identità dell’uomo della strada contro i sacri diritti del libero individuo emancipato.

Dimenticando che però quando arriva il momento di votare, si dà il caso che i piccoli, che la gente qualunque, che gli uomini della strada,  alla fine in realtà sono la maggioranza.

Fonte: qui

mercoledì 16 novembre 2016

Da Brexit a Trump l’inganno delle élite dietro alla crisi dell’Occidente

Nel nuovo libro di Federico Rampini un’analisi delle cause della crescita dei populismi

Il mondo sembra impazzito.

Stagnazione economica. Guerre civili e conflitti religiosi. Terrorismo. E, insieme, la spettacolare impotenza dell’Occidente a governare questi shock, o anche soltanto a proteggersi. Senza una guida, abbandonate dai loro leader sempre più insignificanti e irrilevanti, le opinioni pubbliche occidentali cercano rifugio in soluzioni estreme.

La vittoria di Brexit nel referendum in Gran Bretagna che ha sancito l’uscita dall’Unione europea. I messaggi radicali di Donald Trump. Le derive autoritarie in Polonia e Ungheria. Che si tratti di fenomeni durevoli o transitori, passeggeri o irreversibili, tutti hanno un elemento in comune: alla paura si risponde con la fuga indietro, verso il recupero di identità nazionali. Si cerca di alzare il ponte levatoio. Di isolarsi da tutto il male che viene da «là fuori».

È una reazione comprensibile. È normale cercare di proteggersi dall’inaudita violenza di attentati terroristici di matrice islamista sul suolo europeo: un’escalation che dopo Charlie Hebdo ha colpito ancora Parigi nel novembre 2015, Bruxelles nel marzo 2016, Nizza nel luglio 2016. L’America non è immune.
Ed è normale cercare una via d’uscita dalla stagnazione economica ultradecennale, che ha reso i figli più poveri dei genitori.

Immigrazione e globalizzazione, sono i due fenomeni sotto accusa. Il grande tradimento delle élite spinge alla ricerca di soluzioni nuove… oppure antichissime. Quel tradimento è reale.

Per élite intendo un ceto privilegiato che estrae risorse dal resto della società, per il potere che esercita direttamente: politici, tecnocrati, alti dirigenti pubblici nella sfera di governo; capitalisti, banchieri, top manager nella sfera dell’economia. Più coloro che hanno un potere indiretto attraverso la formazione delle idee, la diffusione di paradigmi ideologici, l’egemonia culturale: intellettuali, pensatori, opinionisti, giornalisti, educatori. Ci sono dentro anch’io.


Il tradimento delle élite è avvenuto quando abbiamo creduto al mantra della globalizzazione, abbiamo teorizzato e propagandato i benefici delle frontiere aperte: e questi per la maggior parte non si sono realizzati. 

Quando abbiamo continuato a recitare un’astratta retorica europeista mentre per milioni di persone l’euro e l’austerity erano sinonimi di un grande fallimento.

Il tradimento delle élite si è consumato quando abbiamo difeso a oltranza ogni forma di immigrazione, senza vedere l’enorme minaccia che stava maturando dentro il mondo islamico, un’ostilità implacabile ai nostri sistemi di valori.

Il tradimento delle élite è continuato praticando l’autocolpevolizzazione permanente, una sorta di riflesso pavloviano ereditato dai tempi in cui ”noi” eravamo l’ombelico del mondo: come se ancora oggi ogni male del nostro tempo fosse riconducibile all’Occidente, e quindi rimediabile facendo ammenda dei nostri errori.

Il tradimento delle élite ha giustificato ogni violenza contro di noi riconducendola ai nostri peccati ancestrali; e così ha illuso che il mondo possa tornare ”in ordine” se soltanto l’Occidente si pente e imbocca la retta via.


Il pensiero politically correct, dominante fra i tecnocrati, le élite e tanta parte della sinistra di governo, ha continuato a recitare la sua devozione a tutto ciò che è sovranazionale.

Tutto ciò che unisce al di là delle frontiere è stato considerato positivo per definizione: trattati di libero scambio, organizzazioni multilaterali.

Si è reso omaggio sempre e ovunque alla società multietnica, senza voler ammettere che questo termine in sé non vuol dire niente: «società multietnica » non ci dice qual è il risultato finale, il segno dominante, il mix di valori che regolano una società capace di assorbire flussi d’immigrazione crescenti.

Da tempo gli Stati Uniti sono multietnici; lo è l’India; lo è il Brasile; lo è la Russia; lo sono la Turchia e l’Iraq con le loro minoranze armene o curde.

E noi, a chi vogliamo assomigliare?


Può sembrare anacronistica l’attuale riscoperta, da destra, di un modello russo. Ma è anche questa una conseguenza del «tradimento delle élite ».

Alle paure di un’opinione pubblica angosciata dalla stagnazione economica e dal terrorismo, l’establishment globalista e ottimista ha risposto recitando a oltranza la stessa fiaba a lieto fine: «E dopo avere abbattuto le frontiere vissero per sempre felici e contenti ».

Se ormai ci credono in pochi, la colpa non è di Putin. 

Più in generale, per molti decenni abbiamo raccontato che in questo mondo sempre più connesso lo Stato-nazione è superato; e quindi, implicitamente, lo stesso esercizio della sovranità popolare che aveva fondato la democrazia su basi nazionali viene condizionato e limitato da forze superiori. Salvo scoprire che queste «forze superiori» non sono né oggettive né naturali; producono risultati che avvantaggiano pochi, sempre gli stessi. 

Come stupirsi, allora, se una parte di noi perde fiducia nella democrazia stessa?

«Non hanno dimenticato nulla. E non hanno imparato nulla». Si dice che 
Charles - Maurice de Talleyrand, celebre figura della Rivoluzione francese e del periodo napoleonico, diede questa definizione dei nobili esiliati, quando tornarono in patria con la Restaurazione del 1815. Evitiamo che quella frase finisca per descrivere anche la nostra generazione, il nostro tempo.

Fonte: qui

”Il questore Racca – ha dichiarato ironizzando Brugnano – ha evitato al Ministro Alfano di dover lavorare come usciere nel Commissariato di Catanzaro Lido, Alfano,a capo di un ministero assolutamente distratto e lontano dai problemi del territorio”

Il cancello del commissariato di Catanzaro Lido: sarà riparato da Questore

Lo ha annunciato il Coisp che aveva denunciato stamattina il disservizio.

Cancello-commissariato-di-Lido-sar-riparato-da-Questore

Lunedì 14 Novembre 2016 – 15:54

Il questore di Catanzaro, Giuseppe Racca, ha disposto che il cancello del Commissariato di polizia del quartiere Lido, rotto da giorni, venga riparato, domani mattina, a sue spese.

Lo ha reso noto il segretario generale del Coisp Calabria (Sindacato indipendente di polizia), Giuseppe Brugnano, che stamane, tramite l’Agi, aveva denunciato il disservizio, per il quale era stata avanzata una richiesta di intervento al ministero dell’Interno proprio per la mancanza di fondi.

“Il questore Racca – ha dichiarato ironizzando Brugnano – ha evitato al Ministro Alfano di dover lavorare come usciere nel Commissariato di Catanzaro Lido, cosi’ come avevamo chiesto provocatoriamente nel denunciare la situazione che si protrae da dieci giorni. Non solo noi dobbiamo ringraziare il questore per l’ennesimo gesto di impegno sociale che supera il suo ruolo e dimostra la sua grande umanita’”. Ma il Coisp continua a lanciare critiche al Ministero dell’Interno: “E’ paradossale che i sindacati di polizia debbano continuamente intervenire per denunciare situazioni cosi’ paradossali per ottenere una qualche soluzione, cancellando in questo modo – aggiunge Brugnano – anni di lotte sindacali e di obiettivi raggiunti, solo a causa di un ministero assolutamente distratto e lontano dai problemi del territorio”.

catanzaroinforma.it

Fonte: Sindacato SUPU

martedì 15 novembre 2016

ANCHE PRELEVARE DAL CONTO CORRENTE DIVENTA UN REATO: ORAMAI E’ INQUISIZIONE DI STATO!

ECCO LE NUOVE INFAMI LEGGI: I TUOI SOLDI? 

NON POTRAI FARNE CIO’ CHE VUOI

Da stamattina, chi preleva dal conto corrente una somma superiore a mille euro in un giorno o a cinquemila euro in un mese potrà essere oggetto di indagini da parte dell’Agenzia delle entrate. Viene infatti fissato un limite numerico alle operazioni sul proprio conto oltre il quale scatterà automaticamente una presunzione di “nero” qualora il contribuente non riesca a dimostrare il contrario. È questo l’emendamento più allarmante appena approvato al decreto fiscale e che rischia di costituire un vero e proprio spauracchio per contribuenti e risparmiatori. Difatti, benché la normativa sulla tracciabilità dei pagamenti stabilisce che l’uso dei contanti è vietato solo a partire da 3.000 euro, e nonostante i chiarimenti ministeriali secondo cui tale limite non si applica a prelievi e versamenti sul conto corrente (per i quali non vi è alcun tetto), la nuova norma vorrebbe imporre ai correntisti un vincolo particolarmente forte. Ma procediamo con ordine.


SOLDI SUL CONTO CORRENTE, COSA PUOI FARE?

Se è vero che nel conto corrente ci sono soldi tuoi e, in linea teorica, dovresti essere libero di farne quello che vuoi, ivi compreso prelevarli nella misura e nei tempi che preferisci, di fatto non è così: salvo per i professionisti (per i quali sussiste una sentenza della Corte Costituzionale che li salva da questo regime [1]), tutte le volte in cui le cause del prelievo o del versamento in banca non possono essere dimostrate al fisco, quest’ultimo (o meglio, l’Agenzia delle Entrate) può presumere che, dietro l’operazione, si nasconda un’attività in nero. Scatta quindi il recupero a tassazione di quel reddito. Insomma una vera e propria sanzione per chi non sa dire da dove provengono o dove finiscono i suoi soldi sul conto corrente. Un principio che la legge stabilisce, in modo netto e chiaro per gli imprenditori, ma che spesso è stato applicato anche ai lavoratori dipendenti. La possibilità di effettuare un accertamento fiscale per prelievi o versamenti consistenti di denaro sul conto non ha salvato, infatti, in passato, neanche il lavoratore con reddito fisso, come il normale lavoratore dipendente (di norma ritenuto sempre al riparo dai sospetti dell’Agenzia delle Entrate). La giurisprudenza, infatti, ammette – sebbene non in via sistematica, ma solo laddove le evidenze di una possibile evasione fiscale siano conclamate – gli accertamenti bancari anche sui risparmiatori. Sicché è sempre bene, anche in tali ipotesi, conservare traccia dell’impiego del denaro contante a seguito di prelievo o versamento.
Si tratta, ovviamente, solo di una «presunzione» contraria al contribuente, che opera per di più in automatico, ma che consente sempre la prova contraria. Una prova, tuttavia, non sempre facile da raggiungere atteso che, spesso, dopo molto tempo, si perde traccia e memoria delle ragioni dei propri spostamenti monetari. Ecco allora che, oltre a una corretta causale, è sempre meglio conservare un archivio con le pezze giustificative dell’impiego di consistenti somme di denaro.
LA NUOVA NORMA
La nuova norma vuole imporre un limite numerico per le presunzioni sui prelievi: la possibilità che il prelievo divenga ricavo sussisterà al superamento di limiti giornalieri e mensili fissati, rispettivamente, a mille e 5 mila euro. Viene così integralmente riscritta la norma [2] in base alla quale i prelievi possono costituire “compensi”. Il legislatore interviene affermando come la norma in questione potrà operare al ricorrere di un requisito «numerico»: la presunzione contraria al contribuente, per i prelievi non giustificati, scatterà solo se viene superato il limite giornaliero di mille euro e, comunque, quello di 5 mila euro mensili. Entro invece tale limite siamo dinanzi a una sorta di «franchigia» entro la quale il problema non dovrebbe sussistere. Al contrario, superate le predette soglie la norma potrebbe essere azionata ma, si ritiene, soltanto per l’eccedenza rispetto alle stesse.

15 Novembre 2016

Cremlino: telefonata Trump-Putin su terrorismo e Siria - Trump e gli immigrati irregolari

Dialogo con Vladimir Putin su basi parità, possibile incontro.

Incarcereremo i criminali o butteremo fuori gli irregolari che hanno precedenti penali
Finiremo di costruire il muro o la recinzione  al confine col Messico


Ansa - Il neo eletto presidente Usa Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin hanno avuto un colloquio telefonico. Lo riferisce la Tass. Al centro dei colloqui, riferisce il Cremlino, la lotta al terrorismo internazionale e la questione siriana. Putin si è congratulato con Trump per l'elezione. Nella loro telefonata Vladimir Putin e Donald Trump hanno deciso di proseguire con i contatti telefonici con la possibilità di incontrarsi personalmente. Lo riferisce il Cremlino secondo quanto riporta la Tass. "Il presidente russo si è detto pronto a costruire un dialogo fra partner con la nuova amministrazione sui principi di uguaglianza, rispetto reciproco e non interferenza nei rispettivi affari interni", ha aggiunto il Cremlino. Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente-eletto americano Donald Trump hanno riconosciuto come il livello delle attuali relazioni fra Stati Uniti e Russia sia "insoddisfacente" e hanno auspicato una normalizzazione dei rapporti.
Il presidente russo Vladimir Putin ha chiamato per congratularsi per la vittoria di Donald Trump. Lo riferisce lo staff del presidente-eletto americano. Nel corso del colloquio telefonico, Trump ha detto a Putin di puntare su una relazione forte e duratura.
"Uno dei messaggi che consegnerò ai leader europei" è "l'impegno di Donald Trump nei confronti della Nato. Lo afferma il presidente americano Barack Obama a poche ore dalla partenza per l'Europa. "Un enorme continuità nelle relazioni estere degli Stati Uniti continuerà con il presidente-eletto, Donald Trump, che ha mostrato un "grande interesse" nel mantenere le relazioni estere. 
"Con il mio team siamo pronti ad accelerare i prossimi passi verso la transizione. Aiutero' il presidente eletto ad affrontare questa grande sfida": lo ha detto Barack Obama nel corso della sua prima conferenza stampa dopo le elezioni presidenziali.
"L'America oggi e' piu' forte e le alleanze sono cruciali per la nostra sicurezza": lo ha detto Barack Obama che stasera partira' per il suo ultimo viaggio in Europa dove incontrera' i principali leader europei. "Non mollero' fino all'ultimo", ha agiunto Obama.
La comunità ebraica e quella musulmana in Usa protestano contro la nomina di Steve Bannon come chief strategist di Trump: "E' una scelta che rende l'appello all'unità una presa in giro", afferma il Council on American-Islamic relations. L'accusa a Bannon è quella di aver trasformato il suo sito Breibart in uno strumento di "propaganda etnica e di nazionalismo bianco", con posizioni "razziste" e, aggiungono gli ebrei, "antisemite". "Bannon deve andare via - attacca infatti anche l'Anti-Defamation League - se Trump vuole davvero essere il presidente di tutti".
Portavoce difende Bannon, 'brillante stratega' - Donald Trump scende in campo per difendere la controversa nomina di Steve Bannon: "Chi lo critica - ha detto la portavoce del tycoon, Kellyanne Conway - dovrebbe andare a guardare il suo curriculum. Bannon e' uno stratega brillante, e con Reince Priebus sta facendo sacrifici enormi per servire il presidente".
''Protestano contro di me perche' non mi conoscono, ma dico loro di non avere paura'': e' il primo messaggio di Trump ai manifestanti che da giorni protestano contro la sua elezione a presidente degli Usa. E ai suoi sostenitori Trump a chiesto "stop" agli attacchi contro neri, ispanici e gay. Il presidente americano eletto ha annunciato poi che alla Corte costituzionale nominerà giudici 'pro vita' (anti aborto) e 'pro secondo emendamento' (quello sul diritto all'autodifesa con le armi).
Incarcereremo i criminali o butteremo fuori gli irregolari che hanno precedenti penali  - Donald Trump ha ribadito in una intervista alla Cbs un'altra delle sue promesse elettorali, l'espulsione di 2-3 milioni di clandestini con precedenti penali. "Quello che faremo e' buttare fuori dal Paese o incarcerare le persone che sono criminali o hanno precedenti criminali, membri di gang, trafficanti di droga", ha detto, indicando la cifra in due, forse anche tre milioni. Quanto agli altri irregolari, il neopresidente eletto ha sostenuto che una decisione verrà presa dopo aver reso sicura la frontiera. Trump ha confermato che intende costruire il muro al confine col Messico, precisando che una parte potrebbe essere muro e una parte una "recinzione", in accordo con quanto proposto dai repubblicani al Congresso.

SOROS, DISPERATO, ORGANIZZA E FINANZIA LA RESISTENZA ANTI-TRUMP



NANCY PELOSI, ELIZABETH WARREN E LA SUA 'DEMOCRACY ALLIANCE' PER CONTRASTARE L'''ATTACCO TERRIFICANTE ALL'OPERATO DI OBAMA E ALLA NOSTRA VISIONE DI UN PAESE PIÙ GIUSTO(VEDI LA FOTO CON SOROS!)'' 

NONOSTANTE LA PIOGGIA DI MILIONI SU HILLARY, L'ALLEANZA NON È RIUSCITA A FARLA ELEGGERE

ANSA - George Soros organizza la resistenza anti-Trump. Il miliardario filantropo e altri paperoni liberal che hanno inondato con milioni la campagna elettorale di Hillary Clinton si riuniscono in una tre giorni a porte chiuse per valutare le strade con cui combattere Donald Trump. L'incontro e' sponsorizzato dal club dei finanziatori Democracy Alliance, e include la partecipazione di alcuni politici di spicco, da Nancy Pelosi alla senatrice Elizabeth Warren.

L'agenda dell'incontro non lascia adito a dubbi: i miliardari liberal sono pronti a dichiarare guerra a Trump dal primo giorno, definendo il suo programma ''un attacco terrificante all'operato del presidente Obama e alla nostra visione di un paese più giusto''. L'incontro e' un occasione di riflessione per i democratici, soprattutto sul ruolo della Democracy Alliance, l'influente club che riunisce i finanziatori democratici e che da anni aiuta a definire la strategia della sinistra.
HILLARY CLINTON SOROSHILLARY CLINTON SOROS

L'azione della Democracy Alliance non ha funzionato per Hillary: l'idea di puntare sulle minoranze e sulle donne non ha aiutato i democratici, cosi' come il cambiamento climatico e i soldi in politica non sono riusciti a far breccia sull'elettorato come l'alleanza prevedeva. E la Democracy Alliance e' consapevole dei suoi errori. ''Non si perde un'elezione che si doveva vincere e con cosi' tanto in gioco senza commettere errori pesanti nella strategia e nella tattica'' ammette il presidente dell'alleanza Gara LaMarche.

elizabeth warren alla convention democraticaELIZABETH WARREN ALLA CONVENTION DEMOCRATICA
La Democracy Alliance e' stata fondata nel 2004 da Soros da altri finanziatori democratici che avevano versato importanti somme di denaro per aiutare la campagna di John Kerry contro George W. Bush. Ai membri e' richiesto di contribuire con almeno 200.000 dollari l'anno a cause portate avanti da alcuni particolari gruppi democratici, ma anche una quota di 30.000 dollari l'anno per l'iscrizione.
Barack Obama e Nancy PelosiBARACK OBAMA E NANCY PELOSI