9 dicembre forconi

sabato 5 novembre 2016

Crisi Venezuela: crollo bolivar. Ecco come muore la valuta di un paese

La crisi del Venezuela continua inarrestabile e a farne le spese è il bolivar. Ecco come sta morendo la valuta del paese latinoamericano.

Crisi Venezuela: il bolivar sta morendo - La crisi del Venezuela continua inarrestabile il suo cammino e nessun cenno di ripresa pare scorgersi nell’economia del paese latinoamericano.
Più di tutto a risentire della crisi del Venezuela è la valuta del paese, il bolivar, che si appresta a morire lentamente. Se da una parte l’andamento del bolivar non ha subito bruschi cambiamenti di rotta, dall’altro ha tracciato la via di un declino inesorabile.
A causa della crisi del Venezuela, che da recessione economica si è presto trasformata in emergenza umanitaria, il bolivar è scivolato nel baratro ed è passato dall’essere una valuta che vale poco ad essere una valuta che non vale nulla.
La crisi del Venezuela, che oggi si ripercuote più che mai sul bolivar, non lascia scampo a nessuno. Quello che era inizialmente sembrato solo un periodo di stagnazione economica si è poi tramutato in emergenza umanitaria. Il cibo ormai scarseggia nel paese, così come scarseggiano i medicinali e tutti gli altri beni di prima necessità, mentre i neonati negli ospedali sono tenuti in scatole di cartone. Anche un ginocchio sbucciato può mettere in pericolo una vita oggi in Venezuela.
Il crollo del bolivar rappresenta solo uno dei tanti effetti che la crisi del Venezuela sta avendo sull’intero paese. Ecco l’analisi di una valuta che è ormai prossima alla morte.

Crisi Venezuela: quanto ha perso il bolivar?


Durante la crisi del Venezuela, che negli ultimi mesi ha assunto dimensioni sempre più imponenti, il bolivar ha perso notevole valore di mercato.
Attualmente l’inflazione del Venezuela si assesta al 500% e le stime per il prossimo anno parlano di un indice dei prezzi al consumo che salirà ancora inesorabilmente con ovvie ripercussioni sul bolivar. Tutto ciò è stato determinato dal fatto che il governo ha speso più di quanto ottenuto in prestito, ma non solo. Il Venezuela in crisi ha infatti chiesto ai suoi creditori più soldi di quanti potesse restituire. La Cina, il più grande creditore del Venezuela ha così deciso di tagliare i fondi al paese latinoamericano.
Il Venezuela in crisi è seduto sulle più grandi riserve petrolifere del mondo ma nonostante questo la sua economia è la peggiore del pianeta e neanche quando i prezzi del greggio si sono rialzati il paese è stato in grado di guadagnare e di ridare linfa al bolivar. Il regime chavista, insomma, ha pasticciato così tanto con la compagnia petrolifera statale che essa non è stata in grado di garantire introiti durante il rialzo del greggio, figuriamoci ora.
L’inflazione alle stelle, determinata dalla crisi del Venezuela, ha portato il Bolivar a perdere più del 99% del suo valore dal 2012 fino ad oggi. In altre parole, a causa della crisi del Venezuela, ci vogliono così tanti bolivar per comprare anche il bene meno costoso, che i commercianti hanno iniziato a pesare le monete piuttosto che a contarle.

Crisi Venezuela fa crollare bolivar. L’aspetto politico

A peggiorare una già galoppante crisi del Venezuela ci pensa poi anche l’aspetto politico. Nel mezzo di una situazione senza precedenti una delle ultime trovate del presidente Maduro è stata quella di dar vita ad un nuovo programma radiofonico dal nome “L’ora della salsa”, mentre il bolivar balla sull’orlo del baratro.
Il referendum pensato per destituire il presidente, considerato da molti la causa della crisi del Venezuela, è stato congelato dallo stesso governo il che ha scatenato le ire dell’opposizione la quale ha così pensato di scendere il piazza il 3 novembre.
La manifestazione è stata tuttavia bloccata grazie agli sforzi di intermediazione della Santa Sede e ora i colloqui tra il governo di Maduro e l’opposizione riprenderanno il prossimo 11 novembre.
Fonte: qui

venerdì 4 novembre 2016

Hillary incriminata? Sì, ora è possibile. Intanto Trump vola..

Attenzione! Mentre la maggior parte dei media europei si limita a una copertura standard della campagna elettorale, sui siti americani si leggono notizie molto interessanti. E catastrofiche per Hillary Clinton.

Le inchieste dell’Fbi sul suo operato sono ben due. Una è nota: trattasi del cosiddetto “emailgate” generato dal fatto che l’ex fiat lady, quando era segretario di Stato, abbia usato un’email privata e su un server privato, anziché quelli del governo americano, violando gli standard di sicurezza e molto probabilmente anche la legge: il sospetto è che sull’email privata siano transitati anche documenti Top Secret che mai sarebbero dovuti uscire dal governo. Il lettore dirà: si sapeva! Certo, la notizia è di alcuni mesi fa ma in un primo momento il capo dell’Fbi aveva dichiarato che dalle indagini svolte non emergevano irregolarità, benché Hillary abbia cancellato migliaia di email. 

Qualche giorno fa, però, il caso è stato riaperto perché alcune email della Clinton sono state trovate sui computer della sua assistente Huma Abedin e di suo marito Anthony Weiner.

Ma la notizia bomba è un’altra: l’Fbi sta indagando anche sulle donazioni faraoniche di uomini d’affari e governi stranieri alla Fondazione Clinton, in quella che ha tutta l’aria di essere una corruzione mascherata.

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L’inchiesta è stata avviata un anno fa, dopo le denunce contenute nel libro “Clinton Cash: The Untold Story of How and Why Foreign Governments and Businesses Helped Make Bill and Hillary Rich” di Peter Schweizer e che stanno trovando ampi riscontri nell’altra vicenda che sta perseguitando l’ex segretario di Stato, quella di Wikileaks, che ha intercettato le email del capo della campagna presidenziale John Podesta e di membri della stessa Fondazione Clinton, da cui emergono, oltre a un quadro moralmente devastante sul magico mondo di Hillary, anche riscontri di donazioni in cambio di favori; forse anche politici quando l’attuale candidata democratica guidava la diplomazia americana.


Qualche esempio?

Eccoli:
– Sei milioni di dollari a Bill Clinton da parte di un milionario etilico-saudita per partecipare a una conferenza sull’Aids in Etiopia.

-Dodici milioni dollari dal Marocco per partecipare a un’altra conferenza, donazioni che ammonterebbero a 28 milioni di dollari.

– Pioggia di milioni dall’area del Golfo Persico: governo del Qatar ha donato tra 1 e 5 milioni di dollari, quello del Kuwait tra 5 e 10 milioni, quello dell’Arabia Saudita circa 25 milioni

Fox News ha rivelato che l’inchiesta sta subendo un’enorme accelerazione e ha massima priorità nell’Fbi e che l’incriminazione è probabile.



L’incriminazione non è una condanna ma sommate i due scandali e chiedetevi: l’America può permettersi un presidente che rischia l’impeachment e forse anche l’arresto nei primi mesi di presidenza?

Intanto Trump vola nei sondaggi… Non a caso.

Mancano pochi giorni al voto e tutto è possibile.
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Fonte: qui

IN SETTE ANNI SONO FALLITE CENTOMILA AZIENDE IN ITALIA.

OGNI GIORNO 57 IMPRESE VANNO A GAMBE ALL'ARIA: UN DATO CHE NON HA PARAGONI CON LE GRANDI ECONOMIE OCSE. PER TUTTI GLI ALTRI, DAL 2009 A OGGI, LE COSE SONO MIGLIORATE

UNA PRESSIONE FISCALE ABNORME, CHE OBBLIGA IMPRENDITORI E ARTIGIANI A VERSARE ALLO STATO ALMENO 55 CENT PER OGNI EURO INCASSATO (FINO A 68 CON ALTRI ONERI O IMPOSTE)

MA C'È ANCHE UNA LUNGA SERIE DI TASSE OCCULTE. SCARTOFFIE, CORSI OBBLIGATORI, CERTIFICAZIONI. DAL PRIMO SOCCORSO AL RUMORE, LO STRESS, LA VALUTAZIONE DEI RISCHI

NEGLI INDICI GLOBALI L'EFFICIENZA DEL MERCATO DEL LAVORO È AL 119° POSTO SU 138. L' EFFICIENZA DELLE ISTITUZIONI? 103. E LA TRASPARENZA DEL MERCATO FINANZIARIO: 122


Claudio Antonelli per La Verità

TRIBUNALI FALLIMENTARITRIBUNALI FALLIMENTARI
Nell' arco delle 24 ore in cui questa edizione sarà valida, in Italia avranno chiuso per insolvenza 57 aziende. È la media aritmetica dei fallimenti registrati. 

Un numero spaventoso che se viene spalmato dal 2009 a oggi arriva a contare 6 cifre. Se continua così chiuderemo, infatti, l' anno con 100.000 imprese finite a gambe all' aria. I conti li ha fatti il centro studi Impresa Lavoro, presieduto da Massimo Blasoni, e definiscono un Paese in profonda crisi.

TRIBUNALI FALLIMENTARITRIBUNALI FALLIMENTARI
Rielaborando i numeri forniti da Ocse e Cribis, società di servizi per la gestione del credito, appare chiaro come rispetto a sei anni fa i fallimenti in Italia siano cresciuti del 55%, passando dai 9.384 del 2009 ai 14.585 del 2015.

Un dato che non ha paragoni con le altre grandi economie monitorate dall' Ocse: oltre all' Italia, infatti, solo la Francia (+13,81%) presenta oggi un numero di crac superiore rispetto al 2009 e con proporzioni del fenomeno decisamente più limitate rispetto alle nostre.
Tutti le altre nazioni segnalano, invece, un numero di aziende fallite inferiore a quello di sei anni fa. Le imprese costrette a chiudere per insolvenza sono infatti in calo in Spagna (-4,45%), Germania (-22,90%) e Olanda (-30,25%). Idem per la Finlandia, il Belgio e la Svezia.

FALLIMENTOFALLIMENTO
Lo stupore di fronte a tale mortalità dovrebbe però lasciare spazio alla consapevolezza che la nazione che ci ospita è fondamentalmente avversa all' imprenditoria privata. Statalisti nel Dna, i politici che guidano il Paese sono molto restii a ridurre il perimetro della burocrazia e dello Stato. 

Qui sta il male originario di tutti i problemi e i gravami che cadono sulla testa di chi investe i propri capitali.

Lo straripamento della spesa pubblica non genera solo una pressione fiscale abnorme, che obbliga un' azienda a versare allo Stato non meno di 55 centesimi per ogni euro incassato (arrivano a essere 68 se si aggiungono altri oneri o imposte), ma produce una lunga serie aggiuntiva di tasse occulte. Sono scartoffie, corsi obbligatori per il personale, certificazioni vissute non come una tutela, ma una vera e propria vessazione.

FALLIMENTOFALLIMENTO
Un artigiano che lavora l' intera settimana senza pause può essere costretto a sborsare 160 euro + Iva per un certificato contro lo stress da lavoro correlato. Chi si occupa di autotrasporto sa che le norme nazionali o regionali sono un labirinto che finisce immancabilmente con un prelievo dal portafogli.

Un' azienda che si occupa di impianti termoidraulici e magari ha 5 dipendenti nell' arco di cinque anni avrà finito con lo spendere 4.000 euro per la formazione professionale e oltre 250 ore sottratte alla produttività. In molti si chiedono a che servano i corsi di primo soccorso, se poi nessuno si azzarda a intervenire per timore che arrivi una denuncia penale e si finisca con l' essere processati. Così si chiama sempre il 118. Eppure se il titolare non si mette in regola (serve almeno un dipendente formato) scattano le sanzioni e persino le multe.

Da tenere nel cassetto ci sono anche le certificazioni sul rumore (300 euro + Iva) e il documento per la valutazione dei rischi che ovviamente passa per le mani di un professionista e non costa meno di 380 euro, sempre Iva esclusa. E questa è solo una veloce carrellata che rende l' idea di come la burocrazia appesantisca un' impresa quasi più della pressione fiscale. Certo, un giovane che si mette a fare l' imprenditore capisce subito che dovrebbe trasferirsi altrove.

Per avviare un' impresa servono almeno nove procedure e si può arrivare ad attendere 36 mesi per avere tutte le carte in regola. E ci sarà un motivo se le persone pagano più per timore delle multe che per reale convinzione: perché spesso gli adempimenti servono a giustificare l' esistenza di chi li ha inventati.
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Ovviamente queste «rogne» riguardano solo le attività che sono in salute. Le altre devono affrontare la rigidità dei finanziamenti, la crisi del credito e alla fine la voragine della giustizia civile.

Il primo motivo per cui gli stranieri sono restii a investire in Italia. Nel complesso, l' ambiente è ostile alle aziende. 

Non è odio. È solo aridità. Come vivere nel deserto se si è una pianta di mele: molto difficile. Non a caso tutte le statistiche internazionali ci dipingono come una nazione del Terzo mondo. 

L' ultimo in ordine di tempo è il Global Competitiveness Index.

L' Italia si è piazzata al 44° posto (43° nel 2015) preceduta, tra gli altri, da Islanda 29°, Malesia, Azerbaigian, Federazione Russa e Spagna (33°).

L' efficienza del mercato del lavoro è al numero 119 su 138 in classifica. 

L' efficienza delle istituzioni è al numero 103 e la trasparenza del mercato finanziario al 122° posto.
negozio fallitoNEGOZIO FALLITO
Per innovazione tecnologica ritorniamo nella parte alta della classifica. Come ci riusciamo, con tutte le zavorre, non si sa. 

Deve essere lo stesso mistero che permette all' Italia di svegliarsi ogni mattina. E ripartire dai fallimenti.

Fonte: qui

“LA REPUBBLICA DEI BROCCHI”, ANALISI IMPIETOSA DI UNA CLASSE DIRIGENTE ...

I BROCCHI SONO SCALTRI, SONO INAFFONDABILI E, SOPRATTUTTO, SI SPALLEGGIANO. A VANTAGGIO DI INCAPACI E CORROTTI

Ferruccio De Bortoli per il Corriere della Sera

La Repubblica dei Brocchi di Sergio Rizzo (Feltrinelli) è un tagliente atto d' accusa nei confronti della classe dirigente italiana. Spietato. Non risparmia nessuno. Nemmeno i giornalisti. Nel leggerlo mi è venuto in mente, non solo per assonanza, un pamphlet pubblicato nella Francia d' inizio secolo scorso. La République des Camarades , ovvero dei compari, di Robert de Jouvenel, riproposto in Italia, qualche anno fa, a cura di Emanuele Bruzzone.
de bortoliDE BORTOLI

Quando la democrazia deperisce nella ragnatela delle amicizie compiacenti, gli interessi particolari e le relazioni oscure. Ma il racconto giornalistico di Rizzo è così ricco di episodi di malcostume o di semplice incoerenza o stupidità da ridurre, nel confronto, lo scritto sui mali della Terza Repubblica francese alla mera fisiologia del potere. Nel caso italiano di normale c' è molto, troppo.

La furbizia elevata a dote ostentata della vita sociale, la facilità con cui si violano le norme senza pagarne mai un dazio in termini di minore reputazione, la tendenza a sentirsi sempre vittime, imputando agli altri i mali del Paese. 

Al punto che lo straordinario saggio di Rizzo sul declino della classe dirigente (pubblica e privata, sia ben chiaro) italiana, poteva benissimo avere un altro titolo. I brocchi sono scaltri. Sono inaffondabili. Sono esempi di "suc-cesso" a scapito della distruzione dell'intera società. E a volte abbiamo la netta sensazione che, alla fine, vincano loro.

Rizzo ha la freddezza del giornalista e commentatore d' inchiesta, attento al dettaglio, che non fa sconti, ma non è privo di speranza. Riconosce le tante qualità del Paese, le molte eccellenze, il capitale sociale della solidarietà e termina il suo libro con quelli che lui chiama piccoli consigli. Codici etici, per esempio, che non siano solo foglie di fico stese sul miope corporativismo italiano.
funzionari pubbliciFUNZIONARI PUBBLICI

Quello che fa dire ai tanti che si comportano bene: siamo tutti colleghi, dunque diamoci una mano. E chiudiamo un occhio, non si sa mai, prima o poi potrebbe accadere anche a noi. Un impegno autentico nel moralizzare la politica, magari attuando quell' articolo 49 della Costituzione sulla trasparenza e la democraticità della vita dei partiti. Oppure accogliendo, quando si formano le liste per le elezioni di qualsiasi natura, il «piccolo consiglio» di Gustavo Ghidini, storico fondatore del Movimento consumatori: dichiarare pendenze penali, situazione patrimoniale, interessi in conflitto. Proposta tanto semplice da essere caduta sempre nel vuoto.

Del resto l' articolo 54 della Costituzione recita: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore». Sia l' articolo 49 sia il 54 della Costituzione del 1948 sono rimasti largamente inattuati. È giusto riformare, ma forse è anche doveroso attuare. Senza vergogna.

funzionari pubblici mazzetteFUNZIONARI PUBBLICI MAZZETTE
Ecco il filo conduttore delle tante storie raccontate da Rizzo. A volte si rimane senza parole, potremmo persino dire ammirati, nel costatare l' immensa fantasia giuridica degli italiani. Che cosa non si fa per mantenere un vitalizio, per giustificare un privilegio, e persino per aggirare i risultati di un concorso. Come quello della Asl (oggi si chiamano Ats) di Pavia, vinto da un' unica candidata, evidentemente sgradita, e annullato perché le domande sono state ritenute «troppo difficili».

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Un' eccezione si trova sempre. Per far sì, ad esempio, che i dirigenti statali chiamati a ricoprire incarichi negli organi collegiali delle società pubbliche, siano pagati a dispetto della gratuità inizialmente prevista per legge. O consentire a un prefetto di assumere la carica di sindaco della sua città. La burocrazia è refrattaria a essere giudicata (le resistenze alla pur lieve riforma Madia ne sono una prova). Rizzo ricorda un' indagine del 2014, secondo la quale tutti i dirigenti pubblici di prima fascia hanno avuto una valutazione non inferiore a nove su dieci. 

Tutti geni o tutti, in qualche modo, complici.

Il sindacato non è da meno, specie quello nel pubblico impiego e nelle municipalizzate. All' Azienda trasporti di Roma è prevista la concessione, nel 2016, di 131 mila ore di agibilità sindacale, corrispondenti al lavoro di 82 persone, per un costo di 4,3 milioni. Il dopolavoro, cioè il sindacato, gestisce mense ed altri servizi. A costi d' affezione. 

Chi ha proposto di sostituire la mensa, costosa come un ristorante stellato, con i buoni pasto si è visto tagliare le gomme della sua auto. A proposito di gomme, quelle dei mezzi circolanti in città sono fornite da una società esterna gestita da un funzionario Atac in aspettativa. C' è posto per tutti, parenti e amici, meglio se di sindacalisti importanti. Il servizio, o quello che resta, per gli utenti, può aspettare.

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Non stupisce nessuno che un ex giudice della Corte costituzionale difenda contro lo Stato un condannato per truffa. Né che membri dell' Avvocatura si rivolgano al Tar contro la decisione del governo di mandarli in pensione a 70 (settanta!) anni, o che magistrati si rivolgano alla Corte costituzionale per contestare un taglio in busta paga. Certo, sono cittadini come gli altri. L' esempio, come servitori dello Stato, censurabile.

La classe dirigente privata non è migliore di quella pubblica. Spesso persino peggiore. «Burocrazia, concorrenza inesistente, incarichi affidati sulla base di relazioni personali. Eccole qui - scrive Rizzo - le cause del degrado generale di certe professioni». 

Le vicende dei dopo terremoto sono assai significative per giudicare il ruolo, non sempre professionale, dei tecnici chiamati a fare le perizie. Rizzo ricorda che il cratere del sisma che colpì, nel 2002, il Molise riguardava 14 comuni. Aumentati in seguito a 83, ovvero tutti quelli della provincia di Campobasso. Tranne uno. Guardiaregia, il cui sindaco non aveva denunciato danni. E probabilmente non è passato come un custode della legalità.

ASSEMBLEA CONFINDUSTRIAASSEMBLEA CONFINDUSTRIA - broccopoli
I troppi scandali bancari pongono un interrogativo sulla qualità e la moralità di diversi manager, consiglieri d' amministrazione, sindaci, revisori e sulla loro incapacità di vedere o denunciare pratiche sospette. E aprono uno squarcio - che Rizzo indaga in profondità - su una certa omertà territoriale, sull' orgoglio delle appartenenze che sconfina spesso in complicità. 

Anche la Confindustria, nel suo gigantismo rappresentativo, fa parte della Repubblica dei Brocchi. Emergono le figure dei professionisti delle associazioni, collezionisti d' incarichi. Un mondo che riproduce al proprio interno difetti che denuncia come inaccettabili per la politica e per il resto della società.

giovedì 3 novembre 2016

ROMA, BIGLIE CONTRO GLI AUTOBUS, PELLEGRINI DERUBATI, FURTI SENZA SOSTA.

FORZE DI POLIZIA IMPOTENTI: LA LEGGE È DALLA PARTE DEI CRIMINALI 

PRENDETE ALINA, UNA NOMADE ARRESTATA 87 VOLTE IN TRE ANNI. OGNI VOLTA HA DATO UN NOME E UN'ETÀ DIVERSA. ED ESSENDO SEMPRE INCINTA O CON FIGLI NEONATI, VIENE LIBERATA...

1. IN BALIA DELLE BANDE BIGLIE CONTRO I BUS E PELLEGRINI DERUBATI
Federica Angeli per la Repubblica-Roma

Due giorni fa la violenta rapina con un’arancia messa in bocca a un turista per non farlo gridare in via Vicenza. Ieri una coppia di argentini accerchiata a San Pietro da 6 borseggiatrici nomadi, poi arrestate e, nel pomeriggio di lunedì cinque autobus della linea 20 presi di mira da lanci di biglie di vetro in meno di un’ora.

ROMA RAPINA CON SIRINGHEROMA RAPINA CON SIRINGHE
Dal centro alla periferia, in una capitale super presidiata da forze dell’ordine e camionette dell’esercito, Roma sembra un far west in balia di bande di criminali. A partire dai danneggiamenti di mezzi pubblici, su cui indagano ora i carabinieri della stazione di Tor Bella Monaca: i responsabili sarebbero gruppi di ragazzini, di 10 anni, che in occasione di Halloween si aggiravano nelle strade.

Per non parlare del fatto che ci sono in giro sempre più bande di manolesta all’assalto di turisti nel centro storico e nelle metro più affollate. Insomma, la percezione del pericolo in città è diventata più alta. Malgrado gli arresti — i tre egiziani della rapina all’arancia sono stati subito presi e le cinque donne rom più una minorenne del campo nomadi della Monachina fermate subito dopo la rapina ai due argentini a San Pietro — poliziotti e carabinieri fanno fatica a stare al passo con l’escalation criminale.


2. ALINA, STAR DEI BORSEGGI: 87 ARRESTI IN 3 ANNI
MAMME BORSEGGIATRICI 1MAMME BORSEGGIATRICI 1
Federica Angeli per la Repubblica-Roma

«Il problema non è la mancanza di agenti sulle strade, tanto che i numeri degli arresti quotidiani a Roma di borseggiatori parlano chiaro. Il problema è la legge». Ad analizzare il quadro allarmante della capitale, con gang di borseggiatori che assaltano turisti e romani nel centro storico o sulle metropolitane, è Saturno Carbone, segretario generale del sindacato di polizia Siulp.

Per una volta il dito non è puntato contro problemi di sotto organico o di mala gestione delle risorse nella polizia di Stato. Del resto i numeri della Questura sono netti: nei primi 9 mesi del 2016 gli arresti per furto con destrezza e borseggi sono aumentati del 4,2% rispetto all’anno precedente. Un dato che mostra quanto l’impiego di agenti e carabinieri sul campo, come scelta strategica per arginare proprio il fenomeno, ha portato i suoi frutti.

BORSEGGIATORIBORSEGGIATORI
E allora la percezione che nulla sia cambiato e che gang di manolesta siano sempre un passo avanti rispetto a piani di prevenzione, da cosa deriva? Per spiegarlo, ci dice un investigatore prendendo in mano un fascicolo, basta guardare la storia di una nomade (tanto per fare un esempio), arrestata per furto 87 volte in 3 anni. E arrivare alla radice del problema. Che non dipende dal lavoro di poliziotti su strada.

Alina, una rom, tra 20 e 30 anni, con numerose residenze fittizie, ha 87 alias e almeno venti diverse età. La sua identità cambia ogni volta che un agente o un militare la sorprende con le mani nello zaino di un turista, ora in piazza di Spagna, ora in via del Corso, ora sotto il colonnato di piazza San Pietro. Ottantasette identità per altrettanti arresti significa che Alina 29 volte all’anno è finita o in un commissariato o in una caserma della città. E qui arriviamo al nocciolo della questione.

«Emblematico il caso della nomade dalle mille identità e inequivocabile il significato. A Roma gli arresti ci sono ed è falso dire che la città sia in balia delle gang — spiega ancora il segretario generale del Siulp — è la legge che non dà merito dello sforzo di agenti. Spesso non fanno in tempo a compilare la pila di carte per far convalidare un arresto che il malvivente è già di nuovo in strada. Il punto è la certezza della pena, purtroppo oggi tra i vari rivoli delle leggi si trova sempre il cavillo per cui il malvivente è di nuovo in strada. Le leggi non sono chiare e noi spesso assaliti dallo sconforto».
borseggioBORSEGGIO

Il senso di insicurezza che ne deriva ai romani quindi è da ricercare a monte, non nell’incapacità di sorprendere e ammanettare i responsabili di assalti a turisti. 

Ma nell’applicazione della legge.

Non solo però una normativa poco chiara che limita lo sforzo delle forze dell’ordine sul campo, ma anche per una serie di problemi a cascata che ne derivano. «Molti poliziotti durante la cattura di queste bande di microcriminali — conclude Saturno Carbone — vengono feriti, aggrediti, e sono poi costretti a pagarsi le cure da soli. Quindi oltre a creare un danno alla loro salute anche la collettività ne risente perché gli agenti contusi sono costretti a stare a riposo medico». 

E tutto per vedere poi, al termine dell’operazione, tornare esattamente le cose come prima.

Alina infatti è stata arrestata, racconta il suo fascicolo, anche a distanza di 48 ore e sempre nella stessa via, ma il suo pressocché perenne stato di gravidanza impedisce alla giustizia di mandarla in carcere. E torna all’opera come se il fatto di essere portata in caserma e poi in tribunale davanti a un giudice fosse ormai un passatempo. Una noiosa alternativa alla rincorsa di coppie di turisti da saccheggiare con le tecniche più disparate e ormai collaudate.

Come quella di accerchiare in cinque la vittima di turno e poi alla velocità del suono sfilare il borsellino da zaini e borse; oppure quella di restituire, in metro, il portafoglio all’ignaro turista fingendo di averlo raccolto da terra. Un gesto inconsueto che porta il malcapitato persino a ringraziare il suo carnefice: peccato che il borsello sia svuotato di contanti e carte di credito e che, quando la vittima se ne accorge, il treno è già arrivato alla stazione successiva e del gruppo di borseggiatori ormai non c’è più traccia.

Fonte: qui

FINALMENTE I SONDAGGI PARLANO DI VOTI ELETTORALI E NON DI INUTILE VOTO POPOLARE: CLINTON A 273 E TRUMP A 265

FINO A QUALCHE GIORNO FA LA DIFFERENZA ERA DI UN CENTINAIO 

I REPUBBLICANI SI ACCODANO A DONALD DOPO LA RIAPERTURA DELL'INDAGINE FBI, E ALLA CLINTON NON RESTA CHE ATTACCARLO PER I LEGAMI CON LA RUSSIA. 

MA DA UNA(LA CLINTON) CHE HA RICEVUTO MILIONI DA ARABIA SAUDITA E SIMILI, È UN'ACCUSA DEBOLUCCIA...

Maria Giovanna Maglie per Dagospia

al smith dinner donald trump hillary clinton 7AL SMITH DINNER DONALD TRUMP HILLARY CLINTON 
Finalmente i sondaggi si occupano anche di voti elettorali in modo serio perché di discutere sul voto popolare non se ne può veramente più in questa elezione nel corso della quale anche i sondaggisti assoldati dai media sono sembrati piuttosto inaffidabili. Realclearpolitics che fa la media oggi tira fuori una bomba di dato, ovvero 273 probabili voti elettorali a Hillary Clinton 265 a Donald Trump. Ora fino a qualche giorno fa la differenza fra i due era di un centinaio almeno di voti elettorali, tanto per dare l'idea del cambiamento di scena.

Lo spiega bene il Los Angeles Times, che ha sempre fatto il suo sondaggio fuori dalla mischia e dal coro di voci contro Donald Trump, scelta interessante tanto più che Los Angeles Times sta con Hillary senza se e senza ma; oggi gli dà addirittura 5 punti e mezzo in più, e spiega che l'allungo finale del miliardario newyorkese potrebbe portargli un bel po' di Stati, e a rovesciare completamente la mappa elettorale.

melania e donald trumpMELANIA E DONALD TRUMP
Ieri era in Wisconsin, uno Stato che dal 1984 non ha mai votato per un presidente repubblicano, eppure lui si presenta, come si presenta in Michigan e Pennsylvania altri stati sempre con i democratici. È una strategia precisa, long shot, di tenere comizi e pagare inserzioni tv pubblicitarie proprio negli Stati saldamente democratici. A questa strategia Trump sacrifica tempo che avrebbe potuto spendere negli Stati contesi, ma se gli dovesse riuscire è proprio così che si prenderebbe la Casa Bianca.

In fondo è così tutta la storia della campagna 2016 di Donald Trump, una roba da roulette russa che è riuscita ad arrivare fino ad oggi. L'idea è quella  di convincere anche all’ultimo istante la classe bianca lavoratrice impoverita dal declino dell'industria manifatturiera, una classe bianca che ha sempre votato Democratico ma che ora è in grande e polemica crisi.

Perciò Trump va a caccia di  precedenti storici, non senza aiuto locale piuttosto consistente come quello della Michigan conservation coalition, un gruppo di base fatto tutto di volontari giovani che organizzano dei flash mob anche inginocchiandosi davanti alle porte delle case per manifestare la scelta per Trump. Solo in Michigan ci sono 30 uffici ora del candidato repubblicano, che pensa in grande, a coprire e superare i 6 punti di svantaggio con l'avversaria in quelle aree.
donald trump jeb bushDONALD TRUMP JEB BUSH

Ci provò nel 2012 anche Mitt Romney con una incursione in Pennsylvania prima del voto che fallì, e molti anni prima, nel 2000, toccò a Bush andare in California a cercare di trasformarla da solidamente Democratica a improvvisamente repubblicana. Ma le cose questa volta sono diverse, il tasso di incertezza è enorme rispetto al poco tempo che manca al voto.

Donald Trump approfitta anche di due elementi a suo favore; l'effetto impresentabilità che ora tocca a Hillary dopo aver accompagnato sempre lui, e l'effetto partito repubblicano che è sempre stato il suo secondo se non primo nemico in questa campagna elettorale, ed ora invece dopo la riapertura dell'inchiesta da parte dell' FBI sì è per una volta silenziosamente accodato.

A quanto pare c'è qualche eccezione di rilievo se è vero che il nipote dei Bush, George P, ha dichiarato ieri che suo zio l'ex presidente George W Bush potrebbe unirsi al nonno nel votare per la Clinton invece che per Donald Trump. Il giovanissimo Bush è in politica in Texas, stava tenendo un piccolo comizio a San Marcos quando ha ritenuto di annunciare non senza qualche conseguenza tra gli astanti che i capofamiglia della Dynasty potrebbero votare per il ticket presidenziale democratico. Subito dopo ha precisato che era tutta una sua opinione e che non ne ha le prove.

marco rubio con jeb bush e mitt romneyMARCO RUBIO CON JEB BUSH E MITT ROMNEY
Il tormentone dei Bush incazzati che per dispetto votano il nemico dura già da qualche mese, e Politico.com, sfacciatamente dalla parte della Clinton, a settembre l'aveva annunciato in pompa magna attribuendo l'indiscrezione a Kathleen Kennedy figlia di Robert.

E’ certamente vero che la famiglia Bush ancora non ha mandato giù l'umiliazione inflitta al candidato Jeb, l'ultimo della famiglia in ordine di tempo; è anche vero che Donald Trump nella prima parte delle primarie non lo ha risparmiato, ma tra avversari si fa così; ed è infine è vero che soltanto mercoledì scorso durante un comizio in North Carolina per parlar male della Clinton Trump ha detto:” la signora fa un discorso di un quarto d'ora se ne va a casa e si mette a letto, a dirla tutta ha meno energia di Jeb Bush”.

Battutaccia niente male, bisogna riconoscerlo, perché se c'è una cosa che l'ex candidato Bush ha dimostrato nella campagna elettorale del 2016 è una straordinaria mancanza di energia, come se la cosa non lo riguardasse. Di certo, diciamoci la verità, due grandi ex presidenti non dovrebbero lasciare adito a certi equivoci frutto di piccoli sentimenti. Le Dynasty di solito scelgono meglio.

jeb bush mitt romneyJEB BUSH MITT ROMNEY
Ma davvero Hillary Clinton, risparmiata per più di un anno dall'effetto fango della storia delle mail e anche dei conflitti di interesse della Fondazione che porta il suo cognome, ora è diventata all'improvviso il candidato ad alto rischio, e proprio nel momento meno opportuno, quando gli indecisi prendono la loro decisione?

Certo è che Hillary Clinton ha ritenuto di poter utilizzare fino in fondo tutti i privilegi e tutti i legami che le derivano da 8 anni alla Casa Bianca oltre a tutti quelli da senatore e ai 4 da Segretario di Stato, per tirare fino all'inverosimile le possibilità di complicità all'interno del sistema, che venissero dalla Casa Bianca o dal Dipartimento di Giustizia o da quello di Stato. Lei i suoi collaboratori hanno troppi legami da poter rivendicare, favori che hanno fatto, amicizie del passato.

Basta guardare tra le mail buttate fuori a ondate da Wikileaks, vedere per esempio un vice ministro della Giustizia, Peter Kadsik, che avvisa John Podestà che la commissione Giustizia della Camera sta per decidere di riunirsi sull'argomento mail. Forse non c'è niente di scandaloso  in una comunicazione amicale  di questo genere, ma ora tutto insieme diventa per l’elettore americano un peso difficile da sopportare. Sulla corruzione gli americani hanno la pelle delicata.

podesta papapile capo staff alla casa biancaPODESTA PAPAPILE CAPO STAFF ALLA CASA BIANCA
Non basta per ora alla campagna Clinton tirare fuori storie analoghe di corruzione e scarsa trasparenza attribuibili a un novellino della politica come Donald Trump. La storia delle connection tra il candidato e il presidente della Russia Vladimir Putin manca di basi fattuali. C’hanno provato. Il 31 ottobre la rivista online Slate pubblica una storia sui rapporti tra organizzazione Trump e Mosca attraverso un server che comunica con altri due server con Alfa Bank ,organizzazione finanziaria russa, che in realtà sarebbe una estensione del Cremlino.

La stessa Clinton twitta l'articolo e accusa il Fbi di double standard per non aver indagato o non aver reso noto il risultato di questa inchiesta. Seguono altri due tweet sempre di Hillary Clinton a proposito dei legami delle connection di Trump con la Russia, che è una storia che i democratici raccontano da metà 2015 nella convinzione che anche Wikileaks lavori indirettamente per Trump.

john podesta hillary clintonJOHN PODESTA HILLARY CLINTON
La verità è che si tratta di un server che si chiama Trump email.com e che Trump è il proprietario ma l'amministratore è tal Cendyn di Boca Raton in Florida, ovvero una compagnia che promuove hotel e che ha molti altri clienti nello stesso giro di mail, a molti altri domini simili semplicemente manda mail promozionali  ovvero spam. Tanto è vero che gli agenti del Fbi hanno fatto l'intero percorso e non hanno trovato nulla. Quindi a 6 giorni dal voto Hillary e compagni, nel gruppo rimane nonostante tutto anche Huma Abedin, cercano argomenti tremendi da usare  last minute contro Donald Trump e per ora pare che li abbiano esauriti.

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