9 dicembre forconi

martedì 26 aprile 2016

Il sistema di difesa aerea S-400: arma fondamentale per la deterrenza russa

1020483972L’S-400 Trjumf è un sistema di difesa aerea ed antimissile di teatro di nuova generazione sviluppato dal Central Design Bureau russo Almaz-Antej. Lo scorso dicembre, il Trjumf fu schierato nella base aerea di Humaymim presso la città portuale di Lataqia per proteggere le Forze Aerospaziali russe che operano in Siria. Lo schieramento avveniva in risposta all’abbattimento di un aviogetto Su-24 russo da parte della Turchia.
Da Lataqia, i missili superficie-aria S-400 potrebbero colpire obiettivi su gran parte di Israele, Mar Mediterraneo orientale e Turchia, oltre il confine della Siria. Il sistema è attualmente schierato in molti distretti militari russi, tra cui Kaliningrad.

L’S-400 (denominazione NATO SA-21 Growler) è l’aggiornamento dell’S-300PMU. Il sistema è stato ufficialmente adottato nel 2007. Il Trjumf integra sistemi radar multifunzionali, da rilevamento autonomo e di puntamento, missili antiaerei, veicoli lanciatori e veicoli di comando e controllo. Può sparare tre tipi di missili (con due versioni del missile 9M) coprendo l’intero inviluppo di volo. I missili hanno le seguenti gittate operative: 400 km (40N6), 250 km (48N6), 120 km (9M96E2) e 40 km (9M96E). Il sistema può affrontare tutti i tipi di bersagli aerei tra cui aerei, velivoli senza equipaggio, missili balistici (fino a 3500 km) e missili da crociera a 400 km di distanza, in volo a quote fino a 30 km con velocità massima di 4800 metri al secondo. Un test riuscito a 400 km di distanza fu effettuato nell’aprile 2015.

Anche aerei stealth come F-22 Raptor, F-35 e B-2 Spirit degli Stati Uniti possono essere affrontati se ci saranno abbastanza batterie S-400 nell’ambito della rete di difesa aerea integrata. La distanza di rilevamento del bersaglio è di 600 km. Il sistema di rilevamento radar panoramico (91N6E) è protetto dai disturbi. L’S-400 può seguire 300 obiettivi contemporaneamente e agganciarne 36, utilizzando un radar a scansione elettronica attiva. La velocità radiale massima, in tutti i casi, è di 4,8 km al secondo (17000 km/h; Mach 14). Il tempo di risposta del sistema è inferiore ai 10 secondi. Il sistema di comando e controllo 55K6E dell’S-400 Trjumf è montato sul veicolo di comando mobile Ural-532301.

Il posto di comando è dotato di consolle con display a cristalli liquidi per elaborare i dati della sorveglianza dello spazio aereo di ogni singola batteria, controllando e monitorando i radar di sorveglianza a lungo raggio, tracciando e scegliendo le prime minacce aeree, coordinando le operazioni tra le altre batterie. L’intero sistema è gestito automaticamente (tra tutti i battaglioni e le risorse esterne anche passive). La distanza massima tra il centro di comando 98ZH6E e il battaglione, utilizzando ritrasmettitori, è di 100 km.

Possono anche essere integrati nelle unità di difesa aerea esistenti e future di altre armi, come la Marina. E’ particolarmente importante per coordinare le attività con le navi da guerra russe ancorate a Tartus, in Siria.

Il sistema di difesa aerea S-400 si distingue per la mobilità. Il sistema può muoversi su strada (60 km/h) e fuori strada a 25 km/h. Può prendere posizione di combattimento in qualsiasi momento entro 5 minuti.

Se saranno su ogni pollice quadrato del Paese, allora non importa ciò che invieranno, sarà affrontato”, ha detto un alto ufficiale dell’Aeronautica dalla vasta esperienza con gli stealth.
Il 1° marzo 2016, il comandante della 14.ma Armata Aerea e di Difesa Aerea Generale Vladimir Korytkov, dichiarava che sei unità S-400 erano state dispiegate nella regione di Novosibirsk. Dalla fine del 2015, undici reggimenti missilistici russi (un reggimento comprende 64 lanciatori) erano dotati di S-400, ed entro la fine del 2016 il loro numero aumenterà a sedici.
L’S-400 gode di grande successo sui mercati esteri. L’India dovrebbe comprare cinque sistemi S-400. Nuova Delhi è il secondo cliente estero del potente sistema missilistico dopo Pechino, che compra sei batterie di S-400. Le consegne dei sistemi di difesa aerea S-400 verso la Cina, col presente contratto, inizierebbero nel primo trimestre del 2017.
L’elenco dei potenziali operatori comprende Armenia, Bielorussia, Egitto, Iran, Kazakhstan, Arabia Saudita e Vietnam. “In poche parole, di tutte le minacce terra-aria affrontate dalla coalizione delle forze aeree sulla Siria, il SAM russo S-400, noto come ‘Trjumf’, e meglio conosciuto nella NATO come SA-21 “Growler”, è il sistema missilistico a lungo raggio di difesa aerea più potente e letale del pianeta”, scriveva Scott Wolf, pilota esperto, ottimo autore, editore e redattore di FighterSweep.
La prestazione eccezionale rende l’S-400 un sistema d’arma molto potente e preciso che può mutare l’equilibrio di potere in qualsiasi teatro di guerra. Non serve essere un esperto militare per sapere che le operazioni militari a terra, in mare e aria sono impossibili senza il controllo dei cieli. Questo è il singolo fattore più importante che decide l’esito di una guerra moderna. Come il Maresciallo Bernard L. Montgomery disse, “Se perdiamo la guerra in aria, la perderemo e in fretta”.
Difficilmente sarà messo in dubbio il fatto che oggi la Russia sia leader mondiale nello sviluppo e nella produzione di sistemi di difesa aerea. Ha una tecnologia unica e le competenze per garantirsi la posizione di leader e avere grandi prospettive. La potenza della difesa aerea russa nega la superiorità aerea a un potenziale nemico. È lo scudo affidabile che protegge il Paese e funge da deterrente contro un’aggressione. La tecnologia superiore offre anche accordi lucrosi con Paesi pronti ad acquistare il meglio che il mondo ha da offrire.
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Le ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.
Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation, 20/04/2016
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

sabato 23 aprile 2016

Banche: Unimpresa, 70% sofferenze legate a grandi prestiti non rimborsati

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23 gennaio 2016
l rapporto dell’associazione sui 201,1 miliardi di finanziamenti non ripagati. Ad appena il 2,63% dei clienti (32.608 soggetti, sia imprese sia famiglie, su un totale di 1.240.410 clienti problematici) è riconducibile il 70,35% delle sofferenze bancarie (141,4 miliardi); 25,5 miliardi di sofferenze sono a carico di soli 579 soggetti, lo 0,05% del totale; sul 97% dei clienti (più di 1,2 milioni di soggetti), che hanno prestiti da 250 euro a 500.000 euro, pesa solo il 29% delle sofferenze (59,6 miliardi).

Longobardi: “Problema delle sofferenze da risolvere subito anche se ora emergono gli errori degli istituti che per anni hanno prestato denaro con criteri evidentemente sballati”

Le sofferenze delle banche sono legate ai grandi prestiti non rimborsati: il 70% dei finanziamenti non ripagati da famiglie e imprese si riferisce, infatti, a crediti superiori a 500.000 euro.

Sul totale delle sofferenze pari a 201,1 miliardi di euro, 141,4 miliardi sono relativi a finanziamenti oltre il mezzo milione di euro erogati ad appena 32.608 soggetti, il 2,63% dei clienti “problematici” degli istituti;

25,5 miliardi di sofferenze sono a carico di soli 579 soggetti, lo 0,05% del totale.

Lo rileva il rapporto del Centro studi di Unimpresa “Sofferenze bancarie divise per dimensione dei prestiti” secondo il quale sul 97% dei clienti (più di 1 milione di soggetti), che hanno prestiti da 250 euro a 500.000 euro, pesa solo il 29% delle sofferenze (52 miliardi).
Secondo l’analisi dell’associazione, basata su dati della Banca d’Italia aggiornati a novembre 2015, il 70,35% delle sofferenze delle banche, cioè 141,4 miliardi su 201,1 miliardi complessivi, è relativo a finanziamenti superiori a 500.000 euro. Ad appena il 2,63% dei clienti (32.608 soggetti, sia imprese sia famiglie, su un totale di 1.240.410 clienti problematici) è riconducibile il 70,35% delle sofferenze bancarie (141,4 miliardi). Nel dettaglio, 17,1 miliardi di sofferenze (8,45%) si riferiscono a finanziamenti da 500.000 euro a 1 milione, erogati a 25.973 soggetti (2,09%); 27,7 miliardi (13,83%) si riferiscono a prestiti da 1 milione fino a 2,5 milioni, concessi a 19.274 clienti (1,55%); 23,8 miliardi (11,84%) sono relativi a crediti da 2,5 milioni a 5 milioni, erogati a 7.386 clienti (0,60%); 47,2 miliardi (23,48%) si riferisce a finanziamenti da 5 milioni a 25 milioni, concessi a 5.369 soggetti (0,43%); 25,5 miliardi (12,72%) è legato a prestiti superiori a 25 milioni erogati a 579 clienti (0,05%).
Meno di un terzo delle sofferenze (29,65%), cioè 59,6 miliardi, è invece legato a finanziamenti di importo minore che vanno da 250 euro a 500.000 euro, concessi a una platea molto vasta di clienti ora in difficoltà, pari a 1.207.802 soggetti (il 97,37% del totale). Nel dettaglio, 6,5 miliardi di sofferenze (3,23%) si riferisce a finanziamenti da 250 euro a 30.000 euro erogati a 758.664 clienti (61,19%); 7,8 miliardi (3,90%) sono relativi a prestiti da 30.000 euro a 75.000 euro concessi a 161.641 soggetti (13,03%); 9,1 miliardi (4,50%) è relativo a crediti da 75.000 euro a 125.000 euro erogati a 93.168 clienti (7,51%); 20,2 miliardi (10,’8%) si riferisce a finanziamenti da 125.000 euro a 250.000 euro concessi a 119.504 soggetti (9,63%); 15,9 miliardi è legato a crediti da 250.000 euro a 500.000 euro erogati a 48.552 clienti (3,91%).
Fonte: qui

venerdì 22 aprile 2016

ANAC - UN VERO E PROPRIO BLUFF IL NUOVO CODICE DEGLI APPALTI VARATO DA RENZI

renzi-cantone-656055-tn-747095L’ ANAC DI CANTONE INTERVERRA’ SOLO SULLE GARE SUPERIORI AI 5,2 MILIONI DI EURO

Tema delicatissimo quello degli appalti pubblici, vera e propria mangiatoia per i politici(e i dirigenti!).

La regola del massimo ribasso (con successive varianti) resta per l’81% delle gare, mentre l’ Anac avrà voce in capitolo solo sul 5% dei bandi

Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera
RENZI CANTONE
RENZI CANTONE
«Il massimo ribasso è morto, viva il massimo ribasso!». Avrebbero potuto annunciare così, venerdì scorso, il nuovo codice degli appalti.

Una riforma che avrebbe dovuto rendere più agevole e trasparente la strada delle opere pubbliche, e soprattutto stroncare la corruzione. Dove invece non mancano sorprese: nella migliore tradizione di una politica per cui il confine fra gli interessi della collettività e quelli delle lobby è sempre impalpabile.

I pilastri della rivoluzione dovevano essere solidi e qualificanti. Due, sopra tutti. Il primo: la fine della regola del massimo ribasso. Si tratta del meccanismo per cui le gare vengono assegnate a chi offre il prezzo minore, salvo poi consentire all’impresa di recuperare con lauti interessi grazie a varianti sempre generosamente concesse da compiacenti stazioni appaltanti. Ragion per cui è considerato uno dei principali incubatori della corruzione.
Ecco allora la promessa: non più gare aggiudicate al prezzo minore bensì con la valutazione dell’offerta più vantaggiosa sotto vari aspetti. Una rivoluzione epocale capace di mettere in ginocchio un sistema collaudato da decenni. E i gruppi di pressione si sono subito messi all’opera.
Il braccio di ferro sulla soglia minima dell’importo da cui partire per applicare il nuovo metodo si è rivelato inevitabile, non appena la bozza del codice degli appalti scritta dal governo in base alla legge delega è sbarcato in Parlamento per il parere.
Non soltanto con le imprese e i burocrati degli uffici legislativi, ma pure con le Regioni guidate dal presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, e con l’Anci di Piero Fassino: entrambi esponenti del Partito democratico.
In quindici mesi i due relatori (Stefano Esposito e Raffaella Mariani, entrambi del Pd) hanno cercato di sanare le magagne ed eliminare le pillole avvelenate. Si erano guadagnati anche l’approvazione del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, il quale considerava il parere parlamentare un ottimo risultato.
Avevano proposto 150 mila euro come soglia oltre la quale il massimo ribasso doveva essere bandito. E non era stato facile. L’Ance, l’associazione dei costruttori edili presieduta da Claudio De Albertis, chiedeva, all’unisono con la Conferenza Stato-Regioni, di alzare il tetto a due milioni e mezzo.

Sia pure con l’esclusione automatica delle cosiddette «offerte anomale».

Per i due relatori è finita con una mezza Caporetto. Il testo finale varato dal Consiglio dei ministri venerdì 16 aprile non ha tenuto in alcun conto su questo punto, uno dei più delicati, il parere delle Camere. E non ha avuto successo neppure la mediazione del ministero delle Infrastrutture, che puntava su una soglia di 500 mila euro.

Dunque il massimo ribasso, in una forma di fatto identica, sopravviverà pure con il nuovo codice per le gare fino a un milione di euro. Che sono l’81 per cento del totale.

Il secondo pilastro era il coinvolgimento dell’Anticorruzione. La scelta dei commissari di gara sarebbe stata affidata a Cantone, che li avrebbe sorteggiati da un apposito elenco. Questo per evitare qualunque rischio insito nella nomina delle commissioni aggiudicatrici da parte delle amministrazioni locali. Le quali non hanno fatto salti di gioia all’idea di perdere tutto quel potere. E hanno lavorato in profondità. Con successo.

Così i commissari dell’Anac avranno voce in capitolo solo a partire da gare di importo superiore a 5,2 milioni.

Il che equivale a dire che il 95 per cento degli appalti verrà assegnato esattamente come prima.

L’argomentazione che ha convinto il governo?

Regioni e Comuni sostenevano che con i commissari Anac si spendeva troppo: evidentemente scordando che oggi la corruzione fa lievitare del 40 per cento il costo delle opere pubbliche in Italia.

Lo dice una stima del fu governo di Mario Monti. E Renzi, che ha definito il nuovo codice «una riforma strutturale con regole semplici e meno astruse che chiude le strade alla corruzione», se la ricorda?
Fonte: qui

martedì 19 aprile 2016

VOLTA IN BRASILE: LA CAMERA APPROVA L'IMPEACHMENT PER DILMA ROUSSEFF

dilma-787175IL GOVERNO URLA AL GOLPE

PER LE STRADE ESPLODE LA FESTA

E' stata una votazione ad altissima tensione, al termine di una sessione durante la quale a tratti si e' sfiorato anche lo scontro fisico tra i deputati

Dilma esclude le dimissioni

Il governo annuncia battaglia al Senato, l’iter per la destituzione della presidente è ancora lunghissimo

DILMA
DILMA
La Camera dei deputati brasiliana ha approvato, al termine di una maratona cominciata venerdi' scorso, l'apertura di un procedimento di impeachment nei confronti della presidente di sinistra Dilma Rousseff, il cui mandato scade nel 2018. Il governo ha ammesso la sconfitta prima del raggiungimento del quorum di 342 voti, quando i si' erano 304 contro 107 no.
BRASILE CAMERA APPROVA IMPEACHMENT PER DILMA
BRASILE CAMERA APPROVA IMPEACHMENT PER DILMA
''Le possibilita' di invertire il trend sono pari a zero, daremo battaglia al Senato'', ha annunciato il capogruppo alla Camera del Partito dei lavoratori, Jose' Guimaraes. Al momento del raggiungimento del quorum e' esplosa la gioia tra i deputati di opposizione e tra i militanti radunatisi davanti alla Camera e nelle strade di numerose citta', dove erano stati allestiti maxi schermi. Una tv ha paragonato l'esplosione di gioia con quella della vittoria di un mondiale di calcio. Sconforto e lacrime invece tra i sostenitori del governo.
E una ''grande delusione'' anche per Dilma e Lula, che hanno assistito alla votazione nella biblioteca del palazzo presidenziale di Brasilia, assieme ad alcuni ministri e governatori del Pt. E' stata una votazione ad altissima tensione, al termine di una sessione durante la quale a tratti si e' sfiorato anche lo scontro fisico tra i deputati a favore e quelli contrari alla destituzione del primo capo di Stato donna della maggiore economia sudamericana. Si tratta di un voto storico dal forte valore politico e simbolico, ma non ancora definitivo.
dilma lula
dilma lula
L'iter e' infatti ancora lungo: il procedimento deve ora passare al vaglio del Senato, dove il presidente Renan Calheiros dovra' istituire una speciale commissione incaricata di decidere se accogliere o meno la proposta. In caso positivo, l'impeachment sara' votato dall'aula. La presidente avra' poi fino a 180 giorni di tempo per difendersi davanti ai giudici della Corta costituzionale. E, infine, il Senato dovra' votare una seconda volta, dopo aver ascoltato la difesa della presidente.

Solo in caso di voto favorevole, a maggioranza dei due terzi degli 81 senatori, Dilma Rousseff decadrebbe dall'incarico e il vice presidente Michel Temer, che assumerebbe l'interim durante i 180 giorni di sospensione della presidente, si insedierebbe ufficialmente.

L'impeachment della presidente Rousseff ha un solo precedente nella storia del Brasile post dittatura, quello di Fernando Collor de Mello, che si dimise prima del voto del Senato travolto dalle accuse di corruzione. Dimissioni escluse, almeno per il momento, da Dilma, che ha annunciato l'intenzione di volersi battere ''con tutte le forze'' contro quello che definisce ''un golpe contro il governo democraticamente eletto''.
Dilma, come ha ammesso anche il leader dell'opposizione, Aecio Neves, da lei sconfitto alla presidenziali del 2014, paga soprattutto "per la sua incapacità di governare il Paese", alle prese con una grave crisi economica che lo ha portato alla recessione. Ad incrinare l'immagine dell'ex guerrigliera marxista di origine bulgara anche gli scandali di corruzione che hanno decapitato i vertici del suo Partito dei lavoratori ed hanno coinvolto direttamente anche l'ex presidente Lula, suo mentore politico.
FESTA PER LE STRADE DEGLI ANTI-DILMA
FESTA PER LE STRADE DEGLI ANTI-DILMA
Due fattori che hanno convinto gli alleati centristi a voltarle le spalle e a stringere accordi con la destra per governare il Paese. Un golpe bianco, secondo Dilma. Il vice presidente Temer è convinto che l'impeachment passerà anche al Senato ma rischia anch'egli una analoga procedura, che spianerebbe la strada al presidente della Camera, Eduardo Cunha, che Dilma ritiene essere il suo vero sicario politico.
Cunha è coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari per presunta corruzione e un suo governo, hanno messo in guardia sindacati e movimenti sociali, innescherebbe forti tensioni sociali nel Paese. Per questo motivo, il Pt sta cercando di raccogliere il maggior numero di adesioni alla proposta di elezioni anticipate, che comincia ad essere vista con favore anche da alcuni dei 25 partiti presenti in parlamento.

lunedì 18 aprile 2016

Mutui truccati. I soldi che gli italiani dovrebbero riavere indietro

125512343-980x45015 febbraio 2016 - ROMA (WSI) – Tassi di interesse truccati, mutui truccati in Europa. Ma le banche europee sono protette anche perché, se dovessero risarcire i clienti, sarebbero davvero nei guai. E Bruxelles sta dalla loro parte.

La notizia non è affatto nuova. Ma con il parlare del problema degli attacchi contro le banche italiane, delle varie riforme del governo Renzi, dei casi Deutsche Bank e altro, forse qualcuno si è dimenticato di ricordare che il conto -si apprende salato – per la manipolazione dell’indice Euribor, che avvenne tra il 2005 e il 2008, non è stato ancora pagato.

Il Fatto riporta che:

“secondo Il Sole 24 Ore la manipolazione dell’Euribor riguarda una massa di prodotti finanziari (dai derivati ai mutui casa) superiore ai 400 mila miliardi di euro, circa 200 volte il debito pubblico italiano.

Se le banche europee dovessero restituire anche solo l’1 per cento di quella cifra, si troverebbero di fronte un conto da 4 mila miliardi di euro

Per avere un’idea delle dimensioni del caso basta l’esempio dei mutui casa italiani. Tra il 2005 e il 2008 si può stimare che le famiglie italiane con mutuo a tasso variabile fossero indebitate con le banche per circa 220-230 miliardi e che in quegli anni abbiano pagato, per la quota degli interessi commisurati all’Euribor, circa 30 miliardi.

Secondo le ipotesi di Sorgentone  avvocato italiano, Andrea Sorgentone, collegato all’associazione Sos Utenti, che sta preparando un ricorso alla Corte di Giustizia europea contro il successore di Almunia, la commissaria Margrethe Vestager), 16 di quei 30 miliardi dovrebbero essere restituiti.
Ma c’è anche l’ipotesi più estrema, sostenuta da Antonio Tanza, legale dell’Adusbef: l’irregolarità renderebbe nulli i contratti di mutuo e le banche dovrebbero dunque restituire, come minimo, tutti i 30 miliardi”.

Tutto nasce appunto da una gigantesca truffa, che viene portata avanti per ben tre anni sull’Euribor, il tasso sulla cui base vengono calcolati diversi tassi, tra cui quelli sui mutui.

Ma in generale, scrive Il Fatto, “chiunque avesse debiti a tasso variabile o derivati legati all’andamento dei tassi ha pagato alle banche (a tutte le banche, non solo alle quattro colpevoli) più del dovuto”.

Le quattro banche colpevoli sono Barclays, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland e Société Générale, che nel dicembre del 2013 sono state multate per 1,7 miliardi di euro dall’Antitrust europea, guidata dal vicepresidente della Commissione Joaquìn Almunia. 

Ma “da allora quella sentenza è segretata” e la Commissione europea  è in grave imbarazzo, in quanto ben consapevole delle perdite che le banche subirebbero nel caso in cui dovessero risarcire i clienti che per anni hanno pagato di più di quanto dovessero.
Tra l’altro, “la multa affibbiata da Almunia, poi ridotta a poco più di un miliardo dal patteggiamento, è basata sulla “confessione” della Barclays, che pentendosi si è guadagnata il perdono”.
Nel 2013, Almunia annunciò la severa decisione con parole di fuoco: “La cosa scioccante dello scandalo Euribor non è solo la manipolazione degli indici, ma anche la predisposizione di veri e propri cartelli tra un certo numero di attori della finanza. Vogliamo trasmettere chiaramente il messaggio che la Commissione è determinata a combattere e a multare questi cartelli del settore finanziario”.

Ma Il Fatto riporta come dal giorno dopo gli uffici di Bruxelles abbiano fatto di tutto pur di non pubblicare la sentenza, che dunque non puà essere mostrata ai tribunali e di conseguenza in questo modo è inutile, in quanto chi vuole non può fare ricorso.

Sorgentone ha fatto la sua prima richiesta due anni fa, nel gennaio 2014, e gli fu risposto che la “versione pubblica” della sentenza non era ancora pronta.
La risposta è stata un vero e proprio schiaffo dall’Ue nei confronti dell’avvocato, che ha continuato tuttavia a insistere. Fino a quando, il 28 ottobre scorso, ha ricevuto una lettera del direttore generale della direzione Concorrenza, il tedesco Johannes Laitenberger, braccio destro di Margrethe Vestager.

“La richiesta di accesso agli atti è stata respinta per due ragioni. La prima è che la divulgazione del documento “arrecherebbe pregiudizio” alle indagini ancora in corso contro altre banche. La seconda è che le regole europee tutelano la riservatezza delle banche condannate: con la sentenza verrebbero divulgate “informazioni strategiche circa i loro interessi economici e le operazioni e lo sviluppo dei loro affari”. È vero, ammettono gli uomini della Vestager, che questo diritto alla riservatezza soccombe di fronte all’interesse pubblico, ma Sorgentone ha chiesto copia della decisione sul caso AT/39914 per usarla nella causa di un suo singolo cliente contro la Banca Nazionale del Lavoro. E nella sua domanda “non ha addotto argomenti che consentano di individuare un interesse pubblico prevalente”.

Non che questo trattamento sia stato riservato agli italiani, dal momento che anche “la società tedesca Edeka Handelsgesellschaft Hessenring ha fatto identica richiesta, ha incassato identico diniego e ha fatto ricorso”

domenica 17 aprile 2016

Rivolta civile in arrivo: élite si comprano bunker

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NEW YORK (WSI) – Il fenomeno che terrorizza le menti delle élite benestanti, più di ogni altra cosa anche della diffusione di una malattia epidemica o di uno tsunami, è lo scoppio di una rivolta civile.

Per questo si sta registrando un incremento della domanda per rifugi di lusso ultra sicuri a prova di bomba. Sono bunker sotterranei che in alcuni casi garantiscono protezione per un anno di tempo nel caso in cui scoppi una ribellione di massa dei meno abbienti.

Una delle società di costruzione di tali complessi abitativi blindati, Vivos, ha spiegato che i bunker sono pensati per “mettere al sicuro le persone con patrimoni elevati” nell’eventualità che si manifestino scenari apocalittici in cui la vita di milioni di persone sarebbe a rischio.
Se scoppia il pandemonio, hai un posto dove scappare?”, si chiede nel video promozionale la società che fornisce i rifugi di lusso (vedi video sotto).
La giornalista Lynn Parramore è andata a visitarne alcuni e racconta che il punto di forza di questi bunker sono la ‘location’ e gli optional. In molti casi si trovano a poche distanza dai mezzi di trasporto e da punti di potenziale crisi, come in una regione a rischio tsunami o in un centro abitato dove potrebbero manifestarsi eventuali tensioni sociali.
Il mondo è un luogo che non viene più percepito come sicuro dai più ricchi. Parigi, Roma, Chicago e New York sono alcune delle città che stanno vivendo un esodo in massa dei milionari e in cui chi rimane sta cercando un moto per mettersi al riparo da furti, rapine, rivolte sociali e guerre urbane.

Prezzo di partenza dei bunker: 35 mila dollari

Esistono bunker di estremo lusso, da 283 mila metri quadrati, tanto che ormai secondo Parramore rifugiarsi sottoterra è un po’ come prenotare una suite di lusso in un hotel. Questi bunker “sono creati per le persone più benestanti, che hanno paura che si verifichi un disastro di qualche sorta. Ma la paura principale è che scoppi una rivolta civile, la ribellione del 99%”.

Il riferimento è alla parte della popolazione mondiale ‘svantaggiata’. Il movimento di protesta Occupy Wall Street nato il 17 settembre del 2011 a Manhattan ha creato lo slogan “we are the 99%“, ovvero siamo il 99% della gente che non può gode dei favoritismi e vantaggi dei più ricchi, l’1%.

Il prezzo di partenza per i bunker lussuosi sotto terra, che dispongono anche di cibo e acqua, è di 35 mila dollari, ma i più grandi possono anche costare $3 milioni.

La costruzione più imponente si chiama Europa One e si trova in Germania. Si tratta di “uno dei rifugi di sopravvivenza sotterranea più fortificati che si possano trovate sulla Terra”. È situato nell’estrema profondità di una montagna calcarea ed è “al sicuro dal resto della popolazione, essendo protetto da mura sigillate, cancelli e porte blindate“.
La giornalista Lynn Parramore è andata a visitare un altro bunker simile, questa volta negli Stati Uniti, nell’Indiana, che ai tempi della Guerra Fredda veniva usato come centro di comunicazione. È attrezzato in modo da offrire rifugio per un anno di tempo, senza bisogno di dover tornare in superficie.


Soros e i Putin-Papers, quando il pesce puzza dalla testa

2437306«Quando ho aperto le news, questa mattina, mi è venuto da sorridere: Putin fra coloro che nascondono i propri soldi nei paradisi fiscali. E ti pareva – ho pensato – ora ci manca solo che scoprano che è un pedofilo, e il ritratto del grande babau sarà finalmente completato».

Così Massimo Mazzucco liquida immediatamente la super-sparata giornalistica destinata a screditare il leader russo.

Ed è in buona compagnia: la stessa Wikileaks, scrive la “Stampa”, accusa gli Stati Uniti e il miliardario americano d’origine ungherese George Soros di essere dietro i “Panama Papers”, e in particolare dietro all’attacco sferrato contro il presidente russo.

Lo twitta l’organizzazione di Julian Assange, secondo cui tutto sarebbe passato attraverso l’Occrp (Organized Crime and Corruption Project), finanziato da Usaid, l’agenzia Usa per lo sviluppo. La struttura che fa capo a Soros, si legge sul sito di Wikileaks, oltre che da Usaid è appoggiata dalle Open Society Foundations, nonché da organizzazioni giornalistiche come l’International Consortium of Investigative Journalists, da “Scoop” e dal Cpi, Center for Public Integrity.
Il magnate George Soros«La notizia dei Panama Papers, infatti, non avrebbe nulla di sconvolgente, se non fosse per il risalto esagerato che si è voluto dare alla figura del leader russo all’interno di questo presunto nuovo scandalo», scrive Mazzucco su “Luogo Comune”. «Ma quando vedi che tutte le testate occidentali – dal New York Times alla Bbc, dall’Espresso alla Cnn – mettono l’accento su Vladimir Putin, allora ti viene da sorridere: è chiaro che si tratta di una operazione di discredito progettata a tavolino». La cosa più “divertente”? «Tutte queste testate si danno un gran da fare per riempire la prima pagina con le foto dei vari personaggi coinvolti nello scandalo – da Cameron a Montezemolo, da Messi a Jackie Chan – ma il primo in alto a sinistra è quasi sempre lui: Vladimir Putin». Un’altra cosa che salta all’occhio, in una rosa così forbita di grossi personaggi mondiali, è «la totale assenza di un qualunque nome americano di rilievo». È come se il Dipartimento di Stato avesse chiesto alla Cia: avete qualcosa da poter utilizzare contro Putin? Sì, certo. Un bel mazzo di grossi nomi, che nascondono i loro soldi a Panama. Basta aggiungerci quello di Putin e far circolare lo “scoop” sui soliti canali, avendo però cura si “sbianchettare” gli americani.
«La predominanza totale della figura di Putin da un lato, e la totale assenza di grossi nomi americani dall’altro, porta automaticamente a sospettare che questa sia la classica operazione telecomandata da Washington, per portare avanti la campagna di discredito contro il leader russo», conclude Mazzucco. «La tragedia è che ora, pur di stare al gioco, i giornalisti di mezzo mondo fanno finta di credere che se davvero un uomo come Putin volesse nascondere i soldi dalle tasse, sarebbe costretto a mettersi nelle mani di una qualunque holding di offshore panamense (pronta a ricattarlo in qualunque momento)».
Non è credibile, secondo l’analista italiano, che il capo del Cremlino abbia dovuto far ricorso a simili sistemi di elusione fiscale: «Queste cose le fanno gli industriali e i personaggi pubblici di mezzo mondo, non le fanno gli ex-capi del Kgb»
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