9 dicembre forconi: margini
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giovedì 30 agosto 2018

ECCO QUANTO GUADAGNANO ALLE NOSTRE SPALLE I PADRONI DELLE AUTOSTRADE

È UN GIOCO DA RAGAZZI: NESSUNA CONCORRENZA E AUMENTI TARIFFARI GARANTITI. 
IL MARGINE INDUSTRIALE SUPERA IL 60% PER TUTTI (GAVIO AL 64) MA GLI INVESTIMENTI LATITANO 
TOTO CON LE SOLE A24 E A25 SI BECCA 114 MILIONI DI MARGINE SU 165 DI RICAVI, I BENETTON NEL 2017 HANNO SPESO PER LA RETE SOLO 550 MILIONI, MENTRE GLI AZIONISTI (IN PRIMIS LA FAMIGLIA DI MAGLIARI VENETI) SI SONO INTASCATI 4,4 MILIARDI DI UTILI
Estratto dell’articolo di Fabio Pavesi per “il Fatto Quotidiano”

AUTOSTRADEAUTOSTRADE
Un gioco da ragazzi. Un business che viaggia con il pilota automatico. Nessuna concorrenza con i ricavi che continueranno anno su anno a crescere, grazie agli incrementi tariffari che superano costantemente l' inflazione. Basta controllare i costi e investire il meno possibile e voilà ecco che la redditività mostruosa e crescente è assicurata. Per i gestori autostradali, dai Benetton ai Gavio, ai Toto, quel business è una miniera d' oro.

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beniamino gavioBENIAMINO GAVIO

Tutti, dai Benetton ai Gavio, a Toto, i tre grandi protagonisti del settore hanno le stesse dinamiche.

Una marginalità industriale che supera ampiamente il 60%. Per Autostrade per l' Italia dei Benetton siamo al 62%. Per la Sias del gruppo Gavio che gestisce 1.200 chilometri di rete soprattutto nel Nord-Ovest del Paese il margine industriale è al 64%.

campagna pubblicitaria autostrade per l italiaCAMPAGNA PUBBLICITARIA AUTOSTRADE PER L ITALIA
E la gestione autostradale della A24 e A25 nel centro Italia frutta alla Toto Holding profittabilità industriale che sfiora il 60%.

Tutti i costi, compresi investimenti e manutenzione, valgono quindi tra i poco più di 30, massimo 40 euro, ogni 100 euro incassati dai pedaggi. Il resto è grasso che cola nelle mani dei padroni delle autostrade che li usano essenzialmente per fare due o tre cose che con la gestione e la sicurezza della rete d' asfalto c' entrano ben poco.

Darsi lauti dividendi, pagare gli elevati interessi sul debito e magari come hanno fatto i Benetton lanciarsi in grandi shopping oltrefrontiera come l' acquisto dell' aeroporto di Nizza o una quota dell' Eurotunnel o l' assalto alla spagnola Abertis.

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CARLO TOTOCARLO TOTO

I Benetton con la loro Autostrade hanno spesato investimenti nel 2017 per la rete per soli 550 milioni su 3,5 miliardi di ricavi da pedaggio. Hanno pagato oneri di concessione per 465 milioni e remunerato i dipendenti per altri 500 milioni.

Hanno speso quasi di più per pagare gli interessi sul debito monstre che hanno scaricato sulle spalle della società dopo l' operazione a leva con cui hanno conquistato il possesso di Autostrade. In oneri finanziari la società ha speso, nel solo 2017, 465 milioni.

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i meme sui benetton e il crollo del ponte di genovaI MEME SUI BENETTON E IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA



Stesso copione per la Sias della famiglia Gavio. Anche qui tutti i costi operativi valgono solo 430 milioni su 1,1 miliardi di ricavi autostradali. Ogni anno oltre 100 milioni finiscono per pagare i soli interessi sul debito finanziario netto che è a livello consolidato pari a 1,3 miliardi dopo che nel 2016 era arrivato a toccare 1,6 miliardi. E che dire della famiglia Toto che dopo l' avventura non esaltante con Airone, finita tra le braccia di Alitalia, si è messo a fare il gestore di autostrade?

La sua Strada dei Parchi, che gestisce la A24 e la A25 , aveva nel 2016, come spiega la Relazione sull' attività di Vigilanza delle autostrade del ministero dei Trasporti, un margine industriale di ben 114 milioni su 165 milioni di ricavi da pedaggio.
AUTOSTRADE GRUPPO SIAS GAVIOAUTOSTRADE GRUPPO SIAS GAVIO

Ma era oberato di debiti finanziari netti per la bellezza di oltre un miliardo su un capitale di soli 52 milioni. Un debito colossale tanto da spendere oltre 50 milioni l' anno solo in interessi. Di fatto, oltre un terzo dei ricavi finiscono più per pagare i debiti che per far funzionare la sua autostrada. Gli investimenti complessivi sono stati di soli 17 milioni nel 2016 e di 36 milioni nel 2015. Poca roba, molto meno degli oneri sul debito.
gian maria gros pietro beniamino gavioGIAN MARIA GROS PIETRO BENIAMINO GAVIO

Ma ristorare legittimamente i creditori non è l' unico pensiero in cima ai signori delle Autostrade. Ci sono i ricchissimi utili da distribuire. La sola Atlantia, la holding che possiede Autostrade e che opera anche nel settore aeroportuale con Adr, ha sfornato tra il 2013 e il 2017 la bellezza di 4,4 miliardi di utili, distribuendo ai soci, in primis la famiglia Benetton, tra acconti e saldi la bellezza di 3,7 miliardi.

AUTOSTRADA DEI PARCHIAUTOSTRADA DEI PARCHI
Oltre l' 80% dei profitti è finito nelle tasche degli azionisti. Mentre la Sias dei Gavio ha distribuito il 34% dei 238,3 milioni di utili, ossia 80 milioni. Un po' meno degli anni passati, quando la cifra era circa la metà degli utili.

Toto, invece, ha chiuso l' ultimo bilancio disponibile (2016) in perdita. (...)

Fonte: qui

mercoledì 7 febbraio 2018

COSA C’È DIETRO IL ‘CRASH’ DI WALL STREET (CHE NEL FRATTEMPO SI È RIPRESA)?

IN AMERICA E' GERMANIA E' PARTITA LA CRESCITA DEI SALARI DUNQUE DEI REDDITI, DEI CONSUMI E DEI RICAVI AZIENDALI. UNA BUONA NOTIZIA PER TUTTI, TRANNE PER I MERCATI, ASSUEFATTI DALLA DROGA DELLE BANCHE CENTRALI 

L’INDICE DELLA VOLATILITA': COS’È IL VIX E PERCHÉ CROLLANO I MERCATI

1. IL BUG CHE HA FATTO SCATTARE IL «FLASH CRASH» DI WALL STREET
Morya Longo per ‘Il Sole 24 Ore

WALL STREET BORSA NEW YORK STOCK EXCHANGEWALL STREET BORSA NEW YORK STOCK EXCHANGE
Vedere giovedì e venerdì i mercati terrorizzati per l’aumento delle retribuzioni negli Stati Uniti e per le rivendicazioni salariali in Germania, fa comprendere ancora una volta quanto le Borse siano distanti dall’economia reale. La crescita dei salari (dunque dei redditi, dei consumi e in ultima analisi dei ricavi aziendali) è il grande anello mancante di questa ripresa economica globale che per ora ha prodotto più diseguaglianze che benessere. Se le retribuzioni aumentassero, come iniziano a fare in Usa e Germania, dovrebbe dunque essere una buona notizia per tutti.

Anche per la finanza. Ma i mercati, ormai assuefatti dalle flebo con cui le banche centrali hanno iniettato oltre 15mila miliardi di dollari di liquidità dal 2008, vedono solo il lato oscuro della ripresa dei salari: cioè il rischio che aumenti l’inflazione e che le banche centrali ritirino la flebo prima del previsto. Dunque una buona notizia diventa negativa ai loro occhi.

Questo dimostra che i mercati sono sempre più autoreferenziali. E proprio questo è il problema: è al loro interno, nella loro struttura, che si nascondono i meccanismi che hanno la capacità di amplificare i ribassi come hanno fatto con i rialzi. La bolla non sta tanto (o solo) nelle valutazioni di Borsa, quanto nel «baco» interno dei mercati. Per esempio negli algoritmi, che ormai producono il 66% degli scambi sulle Borse mondiali. O nel «carry trade». O nel «margin debt». È per colpa loro, soprattutto degli algoritmi, che ieri è scattato il «flash crash» che in pochi minuti ha depresso l’indice Dow Jones oltre il 6%.

wall bigWALL BIG
Il pilota automatico

I primi moltiplicatori dei mercati proprio loro: gli algoritmi. Questi “piloti automatici” usano spesso la volatilità come parametro per misurare i rischi: se è bassa comprano azioni, se si alza vendono. Dato che negli ultimi tempi è stata bassissima, anche sotto il 10%, tanti fondi si sono sovra-esposti sul mercato azionario. Si calcola che nel mondo ci siano 2mila miliardi di attivi gestiti in questo modo: cioè con la volatilità a regolare l’allocazione dei capitali. Ma il numero in realtà è molto maggiore: nel calcolo andrebbero inclusi anche tutti i fondi che usano il Var (value at risk) come parametro per misurare i rischi.

È evidente che sono anche i loro acquisti (nei momenti buoni di mercato) a far scendere la volatilità e - viceversa - sono le loro vendite a farla salire (nelle fasi negative). La loro stessa strategia diventa insomma una profezia autoavverante: più sale la volatilità più loro vendono, più loro vendono più sale la volatilità. È esattamente quanto accaduto in questi giorni: dal 10% la volatilità è più che raddoppiata fino al 34% e molti fondi (soprattutto i «risk parity» che più usano questo parametro) hanno iniziato a vendere azioni. Stimavano venerdì gli esperti di Ubs che solo la caduta di Wall Street di oltre il 2% registrata quel giorno avrebbe potuto far salire la volatilità fino a far scattare vendite automatiche in Borsa pari a 40-70 miliardi di dollari.
algoritmoALGORITMO

L’iper-debito

Meccanismi altrettanto dirompenti, ma per ora latenti, sono il «margin debt» (investitori che si indebitano per comprare azioni mettendo in garanzia del finanziamento le stesse azioni) e il «carry trade» (investitori che si indebitano nel Paese dove i tassi sono più bassi per comprare titoli dove i rendimenti sono più elevati). Entrambi pompano i mercati al rialzo quando le cose vanno bene: il «margin debt» a Wall Street, per esempio, ha toccato il suo record storico a 580 miliardi. Ma se il mercato dovesse scendere davvero, le posizioni di «margin debt» e di «carry trade» verrebbero velocemente smontate, con effetti violenti sul mercato. Ancora questo non è accaduto, ma se i ribassi perdurassero la molla scatterebbe di certo.

La droga dei buy-back

C’è poi un altro meccanismo che in questi anni ha pompato le quotazioni a Wall Street: i «buy-back», cioè gli auto-acquisti di azioni da parte delle società. Dal 2009 le aziende di Wall Street hanno speso 3.800 miliardi di dollari solo fare per questo: per comprare le proprie azioni. A parte l’occasione persa per l’economia reale (figuriamoci come sarebbe il mondo oggi se quei 3.800 miliardi fossero stati investiti per creare occupazione), questo ha anche drogato la Borsa. Calcola Artemis Cm che solo i buy-back dal 2009 hanno fatto salire Wall Street del 30% e gli utili per azione (Eps) del 40%. Insomma: un moltiplicatore pazzesco. Che ora potrebbe diventare un boomerang.


2. BORSE, COSÌ «L’INDICE DELLA PAURA» È DIVENTATO UN MOSTRO IN POCHE ORE
Enrico Marro per www.ilsole24ore.com


La bella addormentata si è risvegliata improvvisamente, diventando nel giro di poche ore un mostro capace di divorare miliardi. Il VIX, l’indice della paura che sembrava da mesi addomesticato a livelli infimi (intorno ai 10 punti) ieri ha fatto un balzo del 115% facendo esplodere in mano a Wall Street uno dei trade più in voga degli ultimi anni: quello sulla volatilità. Un trade che di fatto, come da tempo hanno notato fior di analisti - a partire da Alberto Gallo di Algebris - si è tramutato nell’ennesima bolla, simile al Bitcoin: nel grande carrozzone del “shortare il VIX” sono ormai saliti tanti investitori, anche retail.

algoritmoALGORITMO
Ma come funziona questo trade? Gli strumenti per guadagnare sulla volatilità sono principalmente alcuni Etn (Exchanged trade notes) come lo XIV di Credit Suisse o lo SXVY. Come funzionano? Semplice: sono inversamente correlati al VIX. Ovvero quando la volatilità scende guadagnano, e negli ultimi anni hanno guadagnato tanto, ma quando invece questa ha un balzo storico come quello di ieri crollano a una velocità difficile persino da immaginare.

Prendiamo per esempio lo XIV, uno di questi Etn, creato da Credit Suisse: ieri da quota 115 è crollato a 32 nel dopo mercato. Credit Suisse pare ne abbia in portafoglio 550 milioni di dollari, anche se la banca svizzera ha dichiarato di essere completamente coperta dal rischio. Ma il rischio concreto ora è che lo XIV sia uno dei primi grandi Etn a dover essere liquidato.

TRADER A WALL STREETTRADER A WALL STREET
Come spiega Larry McDonald, esperto di mercati finanziari, il balzo del VIX dell’agosto 2015 (pari al 45%, meno della metà di quello di ieri) costrinse gli Etn sulla volatilità ad acquistare 37 miliardi di dollari di future sul VIX per coprire le loro scommesse al ribasso. «Ma queste enormi cifre possono essere esacerbate in caso la liquidità scompaia». Se questa è stata la magnitudo nel 2015, con un balzo del Vix del 45% contro il 115% di ieri, cosa potrebbe essere accaduto nelle ultime ore? Mark Longo, ceo del centro studi di Chicago OptionsInsider.com, teme il peggio: «quando le cose vanno male questi “prodotti Frankestein” a leva rischiano di essere spazzati via». Bruciando miliardi.

Fonte: qui


LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI

GLI USARAI E GLI SPECULATORI FINANZIARI VEDONO QUESTO ACCORDO COME IL "FUMO NEGLI OCCHI"!!!

ACCORDO STORICO IN GERMANIA SULL’ORARIO DI LAVORO DI 28 ORE SETTIMANALI 

CHI SCEGLIERÀ LE 28 ORE PER OCCUPARSI DEI FIGLI PICCOLI O DI PARENTI MALATI O PERCHÉ SVOLGE UN LAVORO USURANTE NON SUBIRÀ NEANCHE IL TAGLIO DELLO STIPENDIO 

L’ACCORDO È STATO FIRMATO NEL BADEN-WURTTEMBERG (LA REGIONE CHE OSPITA GLI IMPIANTI DI PORSCHE E DAIMLER) E RIGUARDERÀ 900MILA LAVORATORI

PORSCHEPORSCHE

Accordo storico in Germania sull’orario di lavoro di 28 ore settimanali tra il sindacato dei metalmeccanico IG Metall e gli industriali. Le parti hanno siglato un’intesa pilota, che fa da apripista in Europa. L’accordo è stato firmato nel Baden-Wurttemberg (la regione che ospita gli impianti di Porsche e Daimler) e riguarderà 900mila lavoratori, ma il sindacato punta ad estenderlo ai 3,9 milioni di operai del Paese. Gli addetti con contratti a tempo indeterminato potranno ridurre, su base volontaria, la loro settimana lavorativa da 40 a 28 ore per un periodo limitato di 6 a 24 mesi, tornando poi al lavoro alle stesse condizioni che avevano in precedenza.
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PORSCHE ELETTRICAPORSCHE ELETTRICA












Chi sceglierà le 28 ore per occuparsi dei figli piccoli o di parenti malati o perché svolge un lavoro usurante non subirà neanche il taglio dello stipendio, a fronte del taglio delle ore. Un punto su cui sindacati e aziende si erano scontrati duramente. Le imprese hanno ottenuto dal canto loro la possibilità di estendere la settimana lavorativa a 40 da 35 ore sempre per i dipendenti che vorranno farlo su base volontaria. I sindacati avevano minacciato uno sciopero a tempo indeterminato se le loro richieste non fossero state soddisfatte. Una protesta di questo tipo non si verificava nel settore dal 2003.

Fonte: qui