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giovedì 24 ottobre 2019

Italia a rischio-crac: "I tre pilastri che spingono il Paese verso il baratro"


Non è solo il Vaticano a rischiare il crac finanziario. Secondo Luca Ricolfi anche l'Italia non ha prospettive migliori: "Il nostro stupefacente equilibrio è destinato a rompersi, la stagnazione diverrà declino". Le ragioni sono reperibile nell'economia del nostro Paese, che vede la fine della crescita economica, ma l'affermarsi di un consumo opulento di massa. Il politologo rivela nell'Italia "un tipo unico di configurazione sociale" con a capo una società signorile di massa. "Non l'auto ma la seconda auto con gli optional", così viene sintetizzata la smania italiana.
Questa società signorile, che consuma più di quanto produce, a Ricolfi appare indubitabilmente malata e si regge su tre pilastri: "la ricchezza reale e finanziaria accumulata dai nonni, la distruzione della scuola e, infine, la formazione di un'infrastruttura schiavistica, un esercito di paria al servizio dei Signori" come spiega allo stesso Corriere della Sera. "I titoli di studio rilasciati dalla scuola e dall'università sono eccessivi rispetto alle capacità effettivamente trasmesse - rincara -. La scolarizzazione di massa ha moltiplicato il numero di aspiranti a posizioni sociali medio-alte ma il numero di tali posizioni resta invariato". La società signorile dunque "è un prodotto a termine". Un prodotto che nuocerà all'Italia intera.
Fonte: qui

LA NECESSARIA DENUNCIA DI LUCA RICOLFI – SUL GRASSO CHE COLA

Il tipico giovane d’oggi  non  ha che lavori saltuari. Però non si fa  mancare le vacanze, non paga  affitto perché vive coi genitori, dai  quali erediterà la casa in proprietà  –  ha soldi in tasca per andare in 350 mila  a Modena  al concerto di Vasco Rossi  pagando  70 euro di biglietto, e per alimentare lo spaccio – onnipresente, corpuscolare, immenso  – di cocaina, hashish, eroina a scopo ricreativo. 
Vive in un paese  che ha perso il 25% delle sue industrie e  dove  ormai  quelli che lavorano in qualche attività  produttiva sono una minoranza, mentre  la maggioranza “non fa niente”,   ossia né   studia né lavora, e nemmeno pensa.  Dove si perdono   saperi scientifici e tecnologici, competenze, qualità della cultura,  ma il giovane tipico – inteso come gruppo sociale  – non si allarma, non si mobilita  per migliorare se stesso e le cose, mettendosi a studiare, a combattere per una società migliore.  Vive di “tempo libero” infinito, deve andare per forza  al pub,  la discoteca è  il suo mondo.
Come mai?  Perché può permetterselo. Lo spiega l’ultimo saggio  – assolutamente essenziale  – di Luca Ricolfi, “La Società signorile di massa”:  vive consumando il grasso che cola  dai genitori e dai nonni.
Un  grasso spesso, soffice,  apparentemente inesauribile. Un ricchezza patrimoniale accumulata   dai nonni fra conti correnti,   azioni, obbligazioni, casse (prime e seconde) cassette di sicurezza, fondi all’estero  o nel materasso,  valutabile a 11 mila miliardi . Una cifra  superiore a quella di cui dispongono o privati tedeschi inglesi, francesi.  La sola ricchezza strettamente finanziaria (soldi liquidi o liquidabili)   assomma a 4.500 miliardi.
Una cifra astronomica, difficile persino da capire.  Confrontiamola con la spesa pubblica  annua dello Stato:  sugli 800 miliardi.  Non dice ancora niente.  Ricolfi –  il miglior sociologo-economista italiano – fornisce un dato che finalmente ci fa  capire: i giovani italiani hanno “l’aspettativa di eredità” più alta del mondo.  Ogni anno,  250 miliardi del patrimonio vengono ereditati.
Diciamo ancor più semplicemente:  ogni anno, i nonni (o genitori) che muoiono  lasciano ai figli o ai nipoti, un monte complessivo di 250 miliardi l’anno. I nipoti si trovano con questa ricchezza in case e denaro o titoli.  Senza averla guadagnata.
Già  questo dovrebbe mostraci la falsità della”narrativa”  vigente fra i politici di sinistra e fra i grillini, secondo cui  sono i giovani che mantengono i vecchi,   che prendono pensioni eccessive, e quindi “rubano il futuro” ai nipoti.  Questo sarebbe vero se i giovani avessero  veri lavori, ossia pagassero i contributi previdenziali sui loro salari e stipendi. Ma come abbiamo visto, il numero di coloro che lavorano è un minoranza. I più “non fanno niente”,  e  spendono da gran signori.
Oltre alla droga, alla discoteca, ai “concerti”  eccetera,  Ricolfi segnala che la spesa del gioco d’azzardo è passata, dal 2003 ad oggi, dall’1,5%  all’8% del Pil.   In un  paese    povero e impoverito, gli italiani spendono 110 miliardi per il gioco d’azzardo, spesso online –  quasi quanto spendono per il cibo, a cui dedicano tante attenzioni: 140 miliardi.
Un consumo da gran signori, il gioco d’azzardo. Uno spreco come la cocaina a quintali, voce importantissima dell’import che i conti pubblici dovrebbero registrare  come passivo, e  stroncare i consumatori come nemici del popolo.
Ciò spiega perché  da noi non ci sono i Gilet Gialli a sfilare per la capitale, che viene sepolta dalla sua rumenta sovrabbondante, altro segno della “società signorile di massa”. Perché un paese, una società  tollerano una disoccupazione giovanile del 30%, senza allarmarsi, spaventarsi e imporre politiche di sviluppo.
I giovani non sentono “la durezza del vivere” (come auspicava Padoa Schioppa)  sulla loro pelle, quindi non sentono l’urgenza di migliorarsi con sforzo e energia e carattere per sopravvivere. Sono quindi come sedati. E vivono in mondi di fantasia. Senza il contatto con la cruda realtà.
Ma  perché dovrebbero studiare, sforzarsi, migliorare? L’intera ideologia “permissiva” –  attraverso le mille   voci di pubblicità, spettacolo, sinistra fucsia  –   e dozzinalmente edonista li incita a godersi la vita, a  non impegnarsi in nulla; ora  ci si è messa persino la Chiesa,un tempo predicatrice di una morale rigorosa ed oggi  accoglientista e LGBT.  Sia chiaro che non è una colpa privata e individuale, quella di cui si accusa la gioventù vuota che vive del grasso che cola: è che sono mancati i traguardi, gli scopi a cui tendere, che non possono essere individuali ma   hanno da essere collettivi. Indicati da un potere legittimo capace di porli, ed anche di imporli per far vivere l’Italia all’altezza della civiltà, anche nel futuro.
Luca Ricolfi  accusa in modo speciale “Il sistema dell’istruzione e della formazione universitaria”, che  (beninteso con la piena complicità  di famiglie, politici e meass media) hanno  offerto studi sempre più facili  e laureee in “scienza delel comunicazioni” o simili . Al punto che oggi, ci  sono uno  stuolo di giovani “sinceramente convinti di possedere le competenze che i loro titoli  di studio certificano”, mentre invece sono ignoranti. E appunto come i gran signori parassitari dell’ancien Régime  a Versailles  (anche loro grandi giocatori d’azzardo) non lavorano in attesa di ricevere  offerte “alla loro altezza”.   E frattanto fanno  il personal trainer, il  passeggiatore di cani e il  dic jockey,

Il pericolo dei politici “signori”

Questa effetto rivela tutta la sua gravità nei politici della nuova generazione , che è salita bene o male al potere – i Salvini come i Di Maio o i Fico. Senza però distinzione di paritot, abbiamo appena visto che  Enrico Letta non sa nulla di storia romana.
Quando si è al potere , l’ignoranza è gravissima.  Porta a attuare riforme sbagliate e malfatte come il reddito di cittadinanza e i quota cento. A voler chiudere l’ILVA di Taranto perché inquina, e sostituirla – con la gioia dei tarantini grilleschi – con le coltivazioni di cozze :  un lavoro beninteso a cui i grillini anti-Ilva non pensano di dedicarsi in proprio, perché lo faranno  fare agli immigrati a 1 euro l’ora. Da gran signori infatti (nota Ricolfi) hanno a sostenerli  il lavoro schiavistico, i negri e i maghrebini per fare “quei lavori che gli italiani non voglion più fare”.
Ma questa ignoranza è perfettamente visibile anche nella “sinistra”  che oggi governa coi grillini ignoranti.  Si vede dal fatto che sono incapaci (come lo è Salvini, del resto) di elaborare un  progetto di sviluppo complesso per i paese, una critica costruttiva, informata e competente  dell’euro che ci strangola e dell’Europa  che ci impone ricette rovinose.  Quando li si vede in tv, s’ intuisce che i quarantenni “economisti” non   sanno nulla dell’IRI e  di come funzionava. Né tantomeno di come lo Stato “ stampava moneta senza doversela far prestare dagli usurai internazionali, e con questa ha ricostruito l’Italia dopo la guerra . Certamente alla Bocconi non insegnano né della natura della moneta né della storia economica, dell’IRI e di   Schacht e dei suoi effetti ìMeFo.
Ora, i quarantenni – Di Maio come Salvini e come i giovini  Letta – non hanno alcuna idea di un sistema industriale, di come deve essere e  di come deve funzionare ed essere creato e difeso.   Di Maio non puo’ che chiamare gli imprenditori “prenditori”, come tutti i grillini del Sud, perché non  conoscono altri imprenditori che i palazzinari loro padri, semianalfabeti, dipendenti dai lavori stradali   eterni  sulla  Salerno-Reggio Calabria. E sono troppo “signori” per mettersi a studiare le industrie del Nord che esportano e funzionano , i loro problemi e la loro natura: hanno già studiato abbastanza.  Salvini, come s’è visto, non legge i dossier.  Anzi non legge niente,e  c’è da aver paura   a un suo ritorno al governo con “pieni poteri”.  Lui e i Di Maio non hanno saputo pensare ad altro  progetto economico che aumentare un po’ i consumi; come, in fondo, Renzi con gli 80 euro.   Gualtieri e i PD al governo che  puntano fa far emergere il nero di idraulici e badanti, mentre le nostre aziende spostano la loro sede fiscale in Olanda o Lussemburgo sottraendo al Fisco miliardi.
Ancor  più pericolosa  è  la caterva di “giovani” nella magistratura: gente che non sa di latino e dunque di diritto romano, che ignora la filosofia del diritto ed  ha della legge una idea  sommamente rozza e sommaria, da una parte di puro positivismo giuridico, senza  alcuna idea della responsabilità di “fare” giustizia,  dall’altra  l’uso della legge e dei suoi rigori  (carcerazione preventiva, intercettazioni,  manette agli evasori…)  per scopi  di  parte.
Avviene così che la generazione della società signorile di massa sta portando il   paese al declino, in perfetta buona fede, ascoltando capi ignorantissimi come Beppe Grillo con  le loro fantasie di decrescita. Ignoranti che generano altri ignoranti – ma saputi – e consumano, sprecano,  i capitali dei nonni che potrebbero essere   usati  per un grande progetto di rinascita nazionale  – che nessun “dirigente”   con voce in capitolo è in grado di elaborare ed indicare.
Generazione dopo generazione, diventiamo sempre più quel che si dice dei selvaggi: non dei primitivi, ma dei degenerati.
Se c’è una speranza? E’ nei 130- 250 mila giovani italiani laureati  e diplomati che ogni anno vanno all’estero per fare  lavori seri,  che sentono sulla loro pelle “la  durezza del vivere” e  sviluppano nel sacrificio di migranti carattere, cultura e dignità personale.  Quando questo paese avrà finito il grasso che cola – e sarà devastato dai negri e i giovani  dalla droga –  e la generazione di “signori pezzenti” sarà spazzata via dalla “durezza del vivere”  (probabilmente farà la fila alle ASL per farsi somministrare il suicidio assistito di massa, mancante com’è di ogni risorsa spirituale e motivo per vivere) questa è la forza che può ricostruirlo, quando  s’intende un leader vero li chiamerà.
Fonte: qui

domenica 21 luglio 2019

SU QUEI GRANELLINI TANTO ODIATI IN SPIAGGIA SI FONDA LA NOSTRA SOCIETA' VISTO CHE DOPO ARIA E ACQUA È LA RISORSA NATURALE PIÙ USATA

PER LA SABBIA SI FANNO LE GUERRE, LE BANDE CRIMINALI SI ARRICCHISCONO SCAVANDOLA VIA DAI LETTI DEI FIUMI, PAESI LA SPOSTANO DA UN ANGOLO ALL'ALTRO DEL PIANETA RIDISEGNANDO LE CARTE GEOGRAFICHE 

Stefania Di Lellis per “la Repubblica”

sabbia 6SABBIA 
Quando in spiaggia sbuffate scuotendo via per l' ennesima volta la sabbia dall' asciugamano, fermatevi a pensare. Avete tra i piedi una delle risorse più importanti della nostra civiltà. Su quei granellini si fondano le nostre città, le nostre case, i ponti, le finestre, le creme che ci spalmiamo sulla faccia, gli schermi dei telefonini, perfino l' elastico delle mutande. La sabbia è la risorsa naturale più usata dopo l' aria e l' acqua. E per questa risorsa si uccide e si rischiano guerre.

sabbia 5SABBIA 
Bande criminali si arricchiscono scavandola via dai letti dei fiumi, Paesi la spostano da un angolo all' altro del pianeta ridisegnando le carte geografiche.

Ogni anno vengono usati nel mondo, soprattutto per fare cemento, 50 miliardi di tonnellate di sabbia e ghiaia, il volume più rilevante di materiali solidi presi dalla terra. E l' aumento delle attività estrattive è esponenziale.
sabbia 1SABBIA



Nel 1950 solo 750 milioni di persone vivevano in città, ora sono 4,7 miliardi, con conseguente incremento edilizio. Il boom dell' Asia è tra le principali ragioni dell' aumento della richiesta di sabbia nel mondo. La Cina ha impiegato negli ultimi quattro anni più cemento di quanto ne abbiano utilizzato gli Stati Uniti nel XX secolo.

Che problema c' è, direte, prendiamo la sabbia dai deserti. No, impossibile: la forma dei granelli è troppo arrotondata e non funziona bene per produrre il cemento.
sabbia e cemento 3SABBIA E CEMENTO
Quella del mare viene usata, ma va prima depurata dal sale che altrimenti divorerebbe ciò che viene costruito. La sabbia migliore è quella dei fiumi e dei laghi.

Il problema è che la stiamo usando al ritmo doppio rispetto a quello geologico con cui si forma. Le nostre capacità tecniche di estrazione sono diventate fenomenali. Alcune navi dragatrici cinesi messe in piedi sarebbero alte come palazzi di 60 piani. Scavano, cambiano il corso dei fiumi, alterano gli equilibri di delicatissimi ecosistemi.
sabbia 1 e cemento 6SABBIA E CEMENTO

Estrarre la sabbia intorbidisce le acque (i granelli troppo fini vengono rilasciati della navi dragatrici), ne altera il Ph, stravolge il paesaggio. E può addirittura cambiare le dimensioni di un Paese: in Indonesia proprio a causa dell' estrazione di sabbia diretta verso Cina, Thailandia, Hong Kong e Singapore dal 2005 sono sparite almeno 24 piccole isole. Giacarta nel 2007 ha proibito l' esportazione di sabbia, ma le mafie hanno continuato a fare il proprio lavoro. Così come lo fanno in India.

sabbia 3SABBIA 
Vince Beiser (premio Pulitzer che alla sabbia ha dedicato il libro The World in a Grain , il mondo in un granello di sabbia) ha raccolto le testimonianze degli attivisti che cercano difendere i fiumi: intimiditi, picchiati, uccisi dai predatori di sabbia, spesso con l' omertosa protezione delle autorità.

La sabbia è una questione di Stato. Proprio in questi giorni è stato annunciato lo stop alle esportazioni di sabbia dalla Malaysia verso Singapore. Un colpo alle ambizioni territoriali della città Stato che negli ultimi 40 anni ha aumentato del 20% il proprio territorio proprio importando sabbia e ghiaia (517 milioni di tonnellate in 20 anni) e "reclamando" così terra dal mare.
sabbia 2SABBIA

Con l' inizio delle regolamentazioni internazionali il valore di mercato della sabbia è aumentato. Scrive Pascal Peduzzi in un report per l' Università di Ginevra: il prezzo medio di una tonnellata di sabbia importata da Singapore tra il 1995 e il 2001 era di 3 dollari. Tra il 2003 e il 2005 è lievitato a 190 dollari.

Man mano che i luoghi di approvvigionamento si restringono, il danno ambientale del cemento sale anche perché aumentano i chilometri che i carichi di sabbia e ghiaia devono percorrere: il 5% delle emissioni di gas serra nel mondo sono dovute alla produzione di cemento.

vince beiser 2VINCE BEISER
La caccia alle fonti di sabbia è aperta. Paradossalmente una si sta schiudendo proprio grazie al riscaldamento globale. Un team statunitense sta studiando lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia.

L' idea è capire se questa possa diventare un nuovo luogo di estrazione su vasta scala dei preziosi granellini che alimentano la nostra civiltà. Le autorità locali sono interessate. Attualmente le esportazioni dell' isola sono costituite al 90% da prodotti ittici e metà del bilancio è nutrito dai sussidi erogati dalla Danimarca, da cui la Groenlandia ambirebbe a divorziare.
sabbia 1 e cemento 5SABBIA E CEMENTO

Un fiorente commercio di sabbia potrebbe dare un contributo alle ambizioni indipendentiste. Ma a che prezzo? Le attività estrattive potrebbero cambiare il volto della zona.

Da qualche anno le Nazioni Unite fanno pressioni per una governance a livello globale sul mercato della sabbia che è opaco quasi ovunque. L' Onu auspica poi che venga cambiata la formazione di ingegneri e architetti e si cerchino strade alternative al cemento.

sabbia 1 e cemento 2SABBIA E CEMENTO
Come per l' acqua, però, la strada maestra è consumare meno e rispettare le risorse. Anche la sabbia. Fateci un pensierino quando scuotete l' asciugamano.

Fonte: qui

venerdì 1 febbraio 2019

LA POLVERE MICROSCOPICA GENERATA DAL CONSUMO DELLE GOMME È RESPONSABILE DELL'INQUINAMENTO DA TRAFFICO QUANTO L'EMISSIONE DEI GAS DI SCARICO

LA POLVERE CHE RILASCIANO SULLE STRADE È ALTRETTANTO DANNOSA, PERCHÉ CONTIENE UN MIX DI SOSTANZE CHIMICHE TOSSICHE E CANCEROGENE…


MACCHINEMACCHINE
La polvere microscopica generata dal consumo degli pneumatici, freni e asfalto e dal loro risollevamento, è responsabile dell'inquinamento da traffico automobilistico quanto l'emissione dei gas di scarico.

La polvere che rilasciano sulle strade è altrettanto dannosa, perché contiene un mix di sostanze chimiche tossiche e cancerogene, che possono causare malattie cardiovascolari e respiratorie nelle aree fortemente trafficate, soprattutto nei bambini e negli anziani, che sono la popolazione più vulnerabile.

PNEUMATICI KUWAITPNEUMATICI KUWAIT
Lavare più spesso l'asfalto potrebbe essere una proposta per ridurre questo fattore di inquinamento purtroppo poco conosciuto e largamente sottovalutato. Secondo una recente revisione di 99 studi internazionali, a breve pubblicata su Bollettino dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e coordinata da Fulvio Amato, ricercatore del Consejo Superior de Investigaciones Cientificas di Barcellona, le micropolveri che si staccano dall'asfalto, dalle gomme e dai freni e si depositano sul fondo stradale, contribuiscono a circa la metà dell'inquinamento da traffico automobilistico.

la macchina e ferma ma le ruoteLA MACCHINA E FERMA MA LE RUOTE
Ne discutono i massimi esperti riuniti a Milano dal 24 al 26 gennaio per il Seminario Internazionale RespiraMi 3: Air Pollution and our Health organizzato dalla Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico e dalla Fondazione Internazionale Menarini.

Fonte: qui

sabato 8 settembre 2018

Le dinamiche che conducono alle fasi finali del ciclo del credito


Sebbene non esista un punto di partenza definito che ci segnali l'inizio della fase finale del ciclo del credito che porterà alla prossima crisi economica, quasi tutti i segnali puntano verso l'economia statunitense.

Ci sono differenze rispetto ai cicli precedenti, ma possono essere spiegate: negli ultimi trentacinque anni il debito ipotecario al consumo è cresciuto, man mano che ci spostavamo dalla produzione manifatturiera alla produzione di servizi. È cambiato a chi dovevano i soldi le banche: dai consumatori e dalle piccole imprese, ad imprese puramente finanziarie.

L'assenza, finora, dell'inflazione dei prezzi per adeguarsi all'espansione del credito bancario statunitense dall'ultima crisi del credito, è in gran parte spiegata dalla proprietà della liquidità. Dalle cifre pubblicate dalla Federal Reserve Bank di New York, c'è quella dei $12,800 miliardi di contanti, depositi e conti correnti nel sistema bancario di istituzioni ed imprese; gli stranieri (in gran parte istituzioni finanziarie) hanno depositi in contanti di $4,217 miliardi.




Si tratta di denaro bollente, creato attraverso il credito bancario, ma non speso e, pertanto, non ha fatto salire i prezzi al consumo. Questo è un esempio del perché l'evoluzione dei clienti delle banche sul lato delle passività dei loro bilanci influenza il modo in cui il ciclo del credito dovrebbe essere letto, la probabile durata della fase finale pre-crisi e come si svilupperà la crisi stessa. Inoltre, avendo creato il ciclo del credito attraverso la soppressione dei tassi d'interesse, la FED non ha le conoscenze teoriche per capire l'estensione del problema che ha creato e supervisionato.

Questo articolo esamina queste dinamiche e conclude che la durata di questa fase finale del ciclo del credito può essere considerevolmente più breve di quanto la maggior parte delle persone si aspetti, ed è probabile che sia alimentata più da considerazioni finanziarie che economiche.


I tassi d'interesse non controllano la domanda di credito

Iniziamo osservando perché le banche centrali non possono controllare l'inflazione manipolando i tassi d'interesse. La scorsa settimana la Banca d'Inghilterra ha rialzato il tasso di prestito di base tra lo 0.25% e lo 0.75%. Nella sua dichiarazione, la BOE ha affermato che la sua "Monetary Policy Committee imposta la politica monetaria per raggiungere l'obiettivo d'inflazione al 2% e in modo da sostenere la crescita e tenere sotto controllo la disoccupazione". In questo scopo la politica monetaria della BOE è poco diversa dalle altre principali banche centrali, in particolare la FED.

Vi sono più collegamenti nella presunta catena tra le variazioni dei tassi d'interesse e l'obiettivo d'inflazione al 2%, ma essenzialmente la BOE deve presumere che il tasso d'interesse sia il prezzo del denaro preso in prestito. Se così fosse, ci dovremmo aspettare tassi d'interesse più alti per ridurre la crescita del credito bancario e tassi più bassi per stimolarlo, e se si controlla il tasso di crescita dell'offerta di moneta, allora la teoria quantitativa del denaro ci suggerisce che si può influenzare il tasso d'inflazione. Questa è un'ipotesi comune nei mercati finanziari, i quali sono in sintonia con la politica monetaria delle banche centrali.

I fatti suggeriscono il contrario. Il grafico seguente ci mostra ciò che accadde negli Stati Uniti tra il 1970 e il 1990, incluso il periodo in cui Paul Volcker, in qualità di presidente della FED, rialzò il tasso di riferimento al 20% nei primi anni '80. La ragione per riportare alla mente questi decenni è che la volatilità dei tassi d'interesse era al massimo e gli effetti dovevano essere più evidenti.




Se i tassi d'interesse rappresentassero il "prezzo" del denaro, ci si aspetterebbe di vedere tassi più alti per rallentare la crescita monetaria, e persino farlo contrarre. Tassi più bassi dovrebbero accelerare la crescita dell'offerta di moneta. Questo chiaramente non è accaduto, e non è mai successo da quando il denaro è diventato totalmente fiat. Né è accaduto nei giorni prima che il potere d'acquisto del denaro affondasse anno dopo anno, quando il Paradosso di Gibson mostrava chiaramente che non c'era alcuna correlazione tra i tassi d'interesse e l'inflazione dei prezzi. Stando così le cose, è evidente che il presunto collegamento tra i tassi di interesse e il credito bancario come mezzo per controllare l'inflazione dei prezzi non è mai esistito.

Il Paradosso di Gibson, in base al quale i tassi d'interesse sono correlati al livello generale dei prezzi e non al tasso d'inflazione dei prezzi, sembra essere cambiato rispetto agli anni '70, poiché il livello generale dei prezzi è semplicemente salito alle stelle. Misurato in oro, il dollaro ha perso il 96.5% del suo potere d'acquisto da quando è stato ufficialmente fissato a $42.22 l'oncia. Ovviamente un crollo del potere d'acquisto del denaro è destinato ad indebolire le relazioni consolidate tra il livello generale dei prezzi ed i tassi d'interesse. Mentre quella correlazione potrebbe non essere più illustrata graficamente, persiste ancora la mancanza di correlazione tra il tasso di variazione del livello generale dei prezzi (il tasso d'inflazione) e i tassi d'interesse.

Chiaramente la base della politica monetaria, in particolare il presunto collegamento tra il prezzo del denaro come mezzo di gestione dell'inflazione dei prezzi, è fondamentalmente errata. Sappiamo anche per esperienza che le banche centrali, nonostante abbiano armeggiato con i tassi d'interesse, non sono riuscite a prevenire le crisi creditizie. Dobbiamo chiederci: se un tasso d'interesse non è il prezzo del denaro preso in prestito, che cos'è?


I tassi d'interesse riflettono la preferenza temporale

Esistono essenzialmente due approcci per affrontare la relazione tra tassi d'interesse, denaro e prezzi. C'è l'approccio matematico keynesiano nella tradizione di William Stanley Jevons (1835-82). Jevons era uno dei tre economisti che introdussero la teoria dell'utilità marginale come base del valore. Per i successori di Jevon, tra cui Keynes, l'interesse era il pagamento imposto dai risparmiatori ai mutuatari. Pertanto, come sosteneva Keynes nel Capitolo 13, Sezione 2, della sua Teoria Generale:

Quindi il tasso d'interesse in qualsiasi momento, essendo la ricompensa per separarsi dalla propria liquidità, è una misura della mancanza di volontà di coloro che possiedono denaro e separarsi da esso.


In altre parole, Keynes stava dicendo che l'interesse è il prezzo del denaro richiesto dai risparmiatori, ma come abbiamo visto nel grafico sopra, le variazioni dei tassi d'interesse non portano a cambiamenti nella quantità di denaro, quindi non può essere giusto.

L'altro approccio è quello di Carl Menger, fondatore della Scuola Austriaca, il quale sosteneva che i prezzi marginali erano fissati soggettivamente dall'azione umana. Menger sottolineò anche che tutti noi valutiamo il possesso presente più di quello futuro. Ma la produzione di beni migliori e più desiderabili comporta tempo ed investimenti nei mezzi di produzione. Pertanto, come disse Menger, se un produttore vuole soldi in anticipo per poter consegnare un prodotto, diciamo tra sei mesi, lo otterrà solo ad un certo prezzo. Questo perché separarsi dal proprio denaro significa che dobbiamo rimandare il nostro possesso di beni nel futuro. È il posticipo della proprietà dei beni il problema, non il denaro stesso.

La radice della preferenza temporale è che se vogliamo rinunciare al godimento dei beni nel presente, lo faremo solo in conformità con la nostra valutazione del loro valore futuro. Pensiamo che il denaro sia completamente fungibile in tutti i beni, e quindi rappresentativo del nostro desiderio per essi. Su questa base, potremmo essere pronti a separarci oggi da $98 con la promessa di $100 tra sei mesi. Questo può essere espresso in due modi. Possiamo dire che il valore attuale dei $100 tra sei mesi è $98, o possiamo dire che rappresenta un tasso d'interesse annualizzato del 4.08%. Il tasso d'interesse è un'espressione della preferenza temporale riguardo la certezza di possedere denaro oggi, o averlo nel giro di sei mesi.

Capite, quindi, che non è lo stesso quando si dice che l'interesse è il prezzo del denaro. Il denaro è solo il ponte tra il nostro lavoro e il nostro consumo. Separarsi dal proprio denaro per un certo periodo di tempo significa, in realtà, rimandare il beneficio del possesso immediato dei beni. Naturalmente rimanderemo la proprietà per alcuni beni senza pensarci, mentre per altri il posticipo avverrà con una certa riluttanza. Pertanto la preferenza temporale del denaro è una rappresentazione generale di ciò che possiamo acquistare oggi, ma posticipata lungo un periodo di tempo concordato, il quale sarà valutato in modo diverso da ciascuno di noi. Ed è giustamente impostata dai singoli risparmiatori e mutuatari.

Ovviamente la preferenza temporale può originarsi solo nelle menti di creditori e debitori, il che rende impossibile per lo stato intervenire senza conseguenze economiche indesiderate. La preferenza temporale esiste indipendentemente dalla politica del tasso d'interesse. Di conseguenza la gestione dei tassi d'interesse da parte dei policymaker, che credono di gestire il prezzo del denaro, equivale a chiedere ad un uomo cieco di farvi attraversare la strada.

Anche la preferenza temporale si evolve nel ciclo del credito per riflettere le aspettative del probabile potere d'acquisto del denaro nel tempo. Se il tasso dell'inflazione dei prezzi accelera e c'è un'aspettativa generale secondo cui aumenterà ulteriormente, allora è come dire che il potere d'acquisto della moneta diminuirà. Pertanto il valore presente del denaro futuro sarà inferiore, che insieme alla perdita di utilità del denaro si tradurrà in tassi d'interesse ancora più alti. Questo è un fenomeno prettamente legato alla fase finale del ciclo del credito, perché la quantità di denaro precedentemente aumentata indebolisce progressivamente il suo potere d'acquisto; e le aspettative che la tendenza continuerà e probabilmente accelererà, si radicheranno più saldamente nella valutazione delle preferenze personali delle persone.

Pertanto sono le percezioni pubbliche incarnate nelle preferenze temporali che guidano i tassi d'interesse, non la politica monetaria, e questo diventa sempre più evidente nelle fasi finali ciclo del credito, quando le banche centrali vengono prese in contropiede.


Smascherare l'inutilità del tasso d'interesse ufficiale

Le intenzioni alla base della gestione dei tassi d'interesse appaiono comunque incoerenti, essendo mirate a controllare l'inflazione dei prezzi senza mai contrarre la crescita dell'offerta di moneta. In base a questa linea di politica, si ritiene che un tasso d'inflazione dei prezzi al 2% possa essere ampiamente raggiunto. Anche se ciò fosse vero, significa che il potere d'acquisto del denaro diminuirebbe della metà in trentacinque anni. Dato che negli Stati Uniti la somma di contanti, conti di deposito e risparmio è attualmente di $12,800 miliardi e in crescita al 5-7% l'anno nel lungo termine, questo rappresenta un enorme trasferimento di ricchezza. Inoltre la ricchezza viene trasferita poiché lo stesso meccanismo erode il valore dei rendimenti su $40,000 miliardi di obbligazioni statunitensi, inclusi $14,000 miliardi emessi dal governo degli Stati Uniti in mani della popolazione.

Questo trasferimento di ricchezza svantaggia risparmiatori ed avvantaggia i debitori. Questo dovrebbe essere ovvio, ma svantaggia anche i poveri, i cui salari fissi sono sempre in ritardo rispetto al costo della vita. I pensionati sono i più colpiti. Minori pagamenti del welfare state erosi in potere d'acquisto dalla svalutazione della moneta, sono un beneficio immediato per lo stato. La ragione fondamentale dietro l'inflazione è che fornisce finanziamenti agli stati e riduce i loro costi di welfare, ma va anche a favore dei gruppi di lobby.

Le aziende ne beneficiano acquistando materie prime e beni strumentali ai prezzi vecchi e, finché i sindacati rimangono composti, pagano i salari alle somme di ieri. Vendono i loro prodotti ai prezzi odierni, per una crescita media dei profitti rispetto ai loro costi operativi pari al tasso d'inflazione dei prezzi. I consumatori finiscono per guadagnare stipendi di ieri e pagare per prezzi gonfiati di oggi. E gli economisti che agiscono nel ruolo di ingannatori dicono che sono necessari prezzi più alti per garantire il loro tenore di vita.

I consumatori, sebbene inconsciamente, lo capiscono: invece di risparmiatori, sono diventati essi stessi i mutuatari. Quindi il mondo in cui i mutuatari erano imprese ed i consumatori erano i risparmiatori, non esiste più. Il cambiamento nel comportamento dei consumatori ha un impatto significativo sui prezzi, portando l'espansione del credito bancario a far fronte più rapidamente alla domanda dei consumatori.

Tuttavia l'espansione del credito richiede ancora tempo per essere trasmessa ai prezzi reali, non ultimo perché i consumatori possono acquistare merci importate a prezzi più economici. È per questo motivo che l'espansione monetaria porta a deficit commerciali con altri Paesi, ed i consumatori americani ne hanno beneficiato enormemente. L'amministrazione Trump sta tentando ingenuamente di ridurre le importazioni dall'estero attraverso i dazi, i quali non faranno altro che spingere verso un aumento dei prezzi al consumo. Per quanto riguarda i prezzi, è stata bloccata la valvola di sfogo delle importazioni a prezzi più economici.

Mentre le politiche commerciali determineranno un aumento dei prezzi al consumo, il deficit di bilancio del governo verrà aumentato, fornendo un'ulteriore fonte di stimolo alla domanda che può solo far salire i prezzi ancora di più.

Nonostante l'aumento dei tassi d'interesse in America finora, il processo di espansione monetaria non può fermarsi. Continuerà, a prescindere dall'offerta di credito per sostenere i prezzi, come suggerisce il grafico sopra. I tassi d'interesse aumenteranno, riflettendo la crescente influenza da parte delle preferenze temporali del settore privato, fino a quando i modelli di business dei mutuatari basati su anni di tassi a zero diventeranno del tutto anti-economici. Coloro che saranno saggi taglieranno i loro investimenti improduttivi, ma la maggioranza proverà a lottare, con le banche sempre più riluttanti a sostenerli. Questo è il modello convenzionale di come si sviluppa una crisi del credito, ma come vedremo la prossima crisi sarà probabilmente di origine finanziaria, piuttosto che economica.


Come si evolverà la fase pre-crisi del ciclo del credito

Vi sono errori significativi nella politica dei tassi d'interesse, i quali garantiscono l'arrivo della prossima crisi del credito. Supponendo che un tasso d'interesse rappresenti il prezzo del denaro, la politica monetaria procede in modo errato sin dalle premesse. Ma ammettere ciò significherebbe dover abbandonare tutti i tentativi di gestire i tassi d'interesse, ed è molto improbabile che le banche centrali rinuncino alla ragione più potente della loro esistenza.

Avendo compreso l'errore fondamentale, ovvero, non riconoscere il ruolo della preferenza temporale nell'economia, possiamo prevedere l'evoluzione della politica monetaria fino alla prossima crisi del credito. Oltre alla comprovata mancanza di un qualsiasi collegamento tra i tassi d'interesse e il credito bancario, è chiaro che durante tutto il ciclo i tassi d'interesse sono stati mantenuti al di sotto del valore di una preferenza temporale determinata dal mercato. Ciò porta all'espansione del debito e del denaro, poiché sia ​​le imprese che i consumatori sono incoraggiati ad accendere nuovi prestiti per sostenere la crescita economica.

Negli ultimi anni molti commentatori finanziari hanno sottolineato che l'espansione del debito nell'economia americana non sia riuscita a stimolare la crescita economica come previsto. Si potrebbe obiettare che ciò è dovuto al fatto che gran parte del debito non è stato utilizzato per espandere l'offerta di beni e servizi, e questo è certamente vero. Districare la relazione tra l'accelerazione del debito e il PIL implica il vaglio di una serie di fattori, e il credito bancario totale dovrebbe essere considerato in modo diverso dalle emissioni obbligazionarie totali: il primo è denaro e i secondi sono asset in mano alla popolazione. Un'analisi più pertinente prevede la comprensione che i depositi bancari sono l'immagine speculare del credito bancario. In altre parole, i commentatori finanziari dovrebbero commentare la gigantesca mole di soldi che è stata creata.

Come viene distribuito tale denaro? Ad oggi, la liquidità di in mano alla popolazione, i conti correnti ed i depositi bancari sono aumentati da $5,460 miliardi poco prima dell'ultima crisi del credito a $12,854 miliardi di oggi. Ciò significa che dal settembre 2009 sono stati creati circa $7,394 miliardi. Come notato in precedenza, sappiamo che $4,217 miliardi sono proprietà di società non statunitensi, banche ed istituzioni finanziarie estere. Di conseguenza un aumento dei depositi bancari per un totale di $3,177 miliardi nelle mani di persone negli Stati Uniti.

Questi numeri sono importanti per capire come si svilupperà il ciclo del credito da qui. I dollari in mani estere si trovano nelle banche, possibilmente scambiabili per altre valute, oro o anche materie prime. È denaro che non verrà mai speso nell'economia degli Stati Uniti, quindi in senso stretto non è inflazionistico. Tuttavia se il dollaro si indebolisce, si trasformerà in denaro speso per fare hedging.

Dei depositi in dollari negli Stati Uniti per un totale di $7,394 miliardi, una parte sostanziale è di proprietà di istituti finanziari. La preponderanza di questi depositi in mano degli istituti finanziari (interni ed esterni), ci spiega perché l'inflazione dei prezzi registrata sin dal 2009 è rimasta sorprendentemente sottomessa, nonostante un'espansione monetaria quasi senza precedenti. Gran parte dell'effetto sui prezzi, se dobbiamo accettare i dati ufficiali dell'IPC, deve ancora manifestarsi e ciò significa un gigantesco calo del potere d'acquisto del dollaro nella corsa verso la prossima crisi del credito. Troppi soldi sono in mani instabili, alcune delle quali venderà dollari e altre che rimarranno intrappolate nel sistema.

Finora ci siamo concentrati su considerazioni di natura monetaria, ma ci sono anche quelle di politica fiscale e commerciale. Il presidente Trump, attraverso riduzioni fiscali progettate per proteggere la produzione nazionale, ha inasprito la situazione. Certo, quando sono i ricchi che traggono benefici, è improbabile che avremo aumenti nel consumo diretto; ma laddove ci sono aumenti dell'occupazione, dovremmo tenere presente che l'offerta di lavoro occupabile è già molto bassa. I tagli fiscali di Trump contribuiranno a far salire i costi di produzione nei prossimi mesi.

L'introduzione dei dazi da parte di Trump, anche se c'è possibilità che siano un'arma commerciale temporanea, aumenterà anche i costi della produzione interna e aumenterà i prezzi al consumo. Diventerà quindi evidente che il ritmo dell'aumento dei prezzi accelererà, probabilmente in tempi relativamente brevi.

La popolazione include in particolare titolari di depositi bancari, conti correnti e contanti. Data la recente propensione al debito da parte dei consumatori, non possiamo più fare affidamento sul normale lag tra svalutazione della moneta e comprensione generale dell'effetto sui risparmi. La proporzione di titolari istituzionali e finanziari di questi conti è maggiore rispetto ai precedenti cicli del credito, quindi è probabile che vogliano trasferire il loro denaro a qualcun altro quando il tasso d'inflazione dei prezzi aumenterà; e tale trasferimento sarà più rapido di quando i detentori di suddetti conti erano principalmente i consumatori.

È qui che la comprensione delle preferenze temporali diviene importante. Man mano che il potere d'acquisto del dollaro diminuirà, le istituzioni finanziarie si libereranno rapidamente dei loro dollari. È probabile che le istituzioni finanziarie nazionali acquisteranno asset finanziari, ma tutte tenderanno ad essere dalla stessa parte della transazione. Vi è quindi una forte possibilità che si sviluppi una corsa per liberarsi dei dollari ed acquistare asset, facendo salire le azioni ed i prezzi degli immobili. Allo stesso tempo aumenteranno i rendimenti delle obbligazioni a lunga scadenza. Questi sviluppi ci dicono una cosa: il valore presente del denaro futuro scenderà ad un ritmo sostenuto.

La situazione non verrà letta in questo modo dalla FED. Essa vedrà i segni di un'economia surriscaldata e tenterà di raffreddarla, inizialmente con riluttanza, rialzando "il prezzo del denaro".

Ritorniamo ai fattori che influenzano la proprietà estera dei depositi in dollari. Il presidente Trump sta aumentando il deficit di bilancio, che ipotizzando un piccolo cambiamento nel tasso di risparmio, si trasformerà in un crescente deficit commerciale come descritto in precedenza in questo articolo. I proprietari esteri di depositi in dollari possiedono circa $18,400 miliardi di titoli statunitensi, oltre ai loro depositi bancari, per un totale di $22,600 miliardi, superando di un margine significativo il PIL statunitense a $19,400 miliardi. A questi squilibri verrà aggiunto un deficit commerciale annuale di oltre $1,000 miliardi di dollari. Gli stranieri vogliono veramente continuare ad aumentare le loro partecipazioni in dollari?

La risposta sarà probabilmente "No". Potranno trarre brevemente profitto dall'ondata di prezzi azionari più alti, ma dei loro $18,400 miliardi di titoli USA, $11,200 miliardi sono obbligazioni, le quali caleranno di prezzo come argomentato sopra. L'esposizione estera al dollaro e l'aumento del deficit commerciale, indicano un'enorme pressione di vendita che si sta sviluppando contro il biglietto verde nelle borse estere.

Una fuga dai dollari e un rifugio in azioni, proprietà immobiliari e persino opere d'arte, combinato con un aumento dei rendimenti obbligazionari, può avvenire solo per un breve periodo di tempo. L'inflazione dei prezzi, alimentata in parte dalla quantità di dollari in deposito e in parte da una combinazione di stimoli fiscali e commerciali sui beni importati, frantumerà l'obiettivo d'inflazione al 2% della FED. Ci sarà un breve boom finanziario nella migliore delle ipotesi e poi una crisi drammatica. La FED non sarà in grado di tenere il passo con il rapido valore presente degli obblighi futuri, incapsulato nella preferenza temporale.

In sintesi, la prossima crisi del credito sarà alimentata dagli squilibri monetari accumulati durante l'ultima crisi del credito, innescata dalle politiche fiscali e commerciali del presidente Trump. I tempi per l'inizio della crisi del credito sembrano essere l'ultimo trimestre del 2018, oppure entro e non oltre la metà del 2019.


[*] traduzione di Francesco Simoncellifrancescosimoncelli.blogspot.com

venerdì 7 settembre 2018

LA MAXI RICERCA SU 195 PAESI DEL MONDO: IL CONSUMO DI ALCOLICI È RESPONSABILE DI OLTRE 60 MALATTIE ED È LA PIÙ GRAVE CAUSA DI MORTE PREMATURA E DISABILITÀ TRA I 15 E I 49 ANNI

Alberto Mantovani* per il “Corriere della Sera”
*Direttore scientifico IRCCS Humanitas e docente di Humanitas University
Sono stati recentemente pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet i risultati emersi da un' analisi cosiddetta Gbd, acronimo di Global Burden of Disease Study. Si tratta dello studio più estensivo mai effettuato sugli effetti dell' alcol, condotto su 195 Paesi in un arco temporale compreso fra il 1990 al 2016.
I dati mostrano chiaramente, a livello mondiale, i danni realmente globali di questa sostanza. Nel 2016 era il settimo fattore di rischio non solo di morte prematura, con 2,8 milioni di morti (circa il 10%, maggiore per i maschi), ma anche di perdita di salute.
Non solo. Il consumo di questa sostanza rappresenta la più grave causa di morte prematura e disabilità fra i 15 e i 49 anni.
La diatriba sul fatto che ci sia o meno una soglia di consumo al di sotto della quale l' alcol non fa male - o, al contrario, addirittura farebbe bene - è un tema ricorrente sia nella letteratura scientifica sia nelle conversazioni al ristorante.
Ma lo studio Gbd sembra spazzare via ogni dubbio: i dati indicano chiaramente che il livello di consumo di alcol che rende minimo il rischio di danno alla salute è zero. Di fronte a una tale affermazione non possiamo non ricordare che l' alcol costituisce un enorme problema di salute globale.
alcol e salute 8ALCOL E SALUTE
Che, come accade sempre, affligge maggiormente i più poveri. L' alcol è responsabile di oltre 60 malattie, fra cui quelle cardiovascolari, diversi tumori (ad esempio mammella e fegato), tubercolosi, diabete, patologie infiammatorie. Per avere un' idea dell' impatto delle malattie causate da questa sostanza, nel 2010 in tutto il mondo si sono registrati 493 mila morti per cirrosi epatica e 80.600 per cancro del fegato.
alcol e salute 6ALCOL E SALUTE
Ma in che modo agisce l' alcol, al di là degli aspetti comportamentali? Attraverso meccanismi in larga misura di tipo infiammatorio: provoca danno ai tessuti, che mandano un segnale di allarme al nostro sistema immunitario.
Si scatena così una risposta infiammatoria fuori controllo, a sua volta causa di danno ai tessuti. Questa infiammazione fuori controllo, sostenuta da cellule del sistema immunitario chiamate macrofagi, è causa - o concausa - di malattie apparentemente così diverse, dai tumori alle patologie cardiovascolari.
alcol e salute 13ALCOL E SALUTE
Viene da chiedersi, dunque, perché consumiamo alcol? Certamente non me ne tiro fuori: mi piace bere un bicchiere di vino rosso a tavola, sarei un ipocrita se non lo dicessi. Per il nostro Paese, fino agli inizi del 900 povero, i motivi del consumo di alcol sono storici: forniva una quota importante di calorie, in un mondo dove c' era poco da mangiare e molto da lavorare.
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Ma non possiamo dimenticare che si tratta di una sostanza che crea dipendenza fisica: come tale, è una vera e propria droga. Una delle due al momento legalizzate nel nostro Paese, insieme al fumo di tabacco. I dati di quest' analisi sono dunque motivo di forte preoccupazione. Vedo un cambiamento di usi e costumi, soprattutto fra le persone giovani, pericoloso.
Nella mia esperienza internazionale ho visto spesso, all' estero, una cultura diffusa del consumo di alcol - al di fuori di ogni limite ragionevole - al venerdì e al sabato sera. Un' abitudine che non c' era nel nostro Paese e che invece oggi vedo - purtroppo - più presente.
Di fronte a noi abbiamo dunque una battaglia culturale importantissima da combattere. Contro le droghe, legalizzate e non solo, e contro gli eccessi. Personalmente - non lo nascondo - continuerò a bere un bicchiere vino rosso a tavola con gli amici.
vino bere in gravidanzaVINO BERE IN GRAVIDANZA
Apprezzando la qualità straordinaria dei vini italiani e in particolare dei vitigni di casa nostra, unici al mondo. Ma sarà sempre e comunque un solo bicchiere, ricordando una massima del Manzoni: «Pedro, adelante con juicio», come disse ne I promessi sposi (capitolo XIII) il gran cancelliere spagnolo Ferrer per indurre il suo cocchiere ad avanzare cautamente, con la carrozza, tra la folla.
Fonte: qui