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sabato 23 febbraio 2019
domenica 15 aprile 2018
GLI INQUIETANTI MESSAGGI DI UNO DEI RAGAZZI CHE SPRUZZÒ SPRAY URTICANTE A PIAZZA SAN CARLO, A TORINO, LA SERA DELLA FINALE DI CHAMPIONS: “ERA UNA MERAVIGLIA...”
PER LA BANDA ERA SOLO UN’OCCASIONE PER FARE RAZZIE - ECCO PERCHE E' MORTA ERIKA PIOLETTI
Federico Genta e Massimiliano Peggio per “la Stampa”
«Boh, ieri sera si faceva a meraviglia per quello che è successo». Che meraviglia spruzzare spray urticante tra la gente pigiata in piazza San Carlo per rapinarla, vederla fuggire, urlare in preda al terrore, calpestarsi, scarnificarsi tra i cocci di bottiglia, perdere scarpe, occhiali, portafogli, oggetti d’oro.
Che meraviglia vedere bambini sui passeggini abbandonati in mezzo al disastro, smarriti nella foga delle ondate di gente senza via di fuga, migliaia di spettatori intrappolati e scossi come acqua in un secchio. Che meraviglia scoprire che Erika Pioletti, 38 anni, di Domodossola, venuta a Torino per amore del fidanzato e non per tifare Juve, è morta dopo giorni di agonia, sopraffatta dalla calca e schiacciata sotto i portici nobili di Torino.
Adesso, leggendo gli atti dell’inchiesta, con intercettazioni e messaggi recuperati da Instagram e Facebook, si scopre che Erika è morta per 60,06 grammi di oro. Nient’altro che tre manciate di collanine pesate su un bilancino, fotografate da Sohaib Bouimadaghen, 20 anni, e inviate il giorno dopo ad un amico per vantarsi.
Perché l’amico, dalla sera del 3 giugno 2017, aveva ricavato solo una felpa della Juventus. Tutto qui. Piazza San Carlo era soltanto un’occasione per fare un bottino. Sono le scarpe Nike, i viaggi in Europa e il nuovo Iphone X le motivazioni che spingono Sohaib detto «Budino» e i suoi amici a depredare gli spettatori con il peperoncino. Lo fanno ai concerti, nelle discoteche.
A Rotterdam, a Berlino, a Parigi. E lo fanno a Torino. Più volte. Anche dopo la finale di Champions League, nonostante una vittima, la valanga di feriti, il clamore e le polemiche per la sicurezza sottovalutata. Le loro imprese sono filmate, fotografate, postate sui social e commentate. Sohaib è un maestro.
Pochi minuti dopo il caos di piazza San Carlo, si riprende con il telefonino a correre in una delle più importanti vie commerciali della città, a pochi metri dall’epicentro della tragedia che ha marchiato per sempre l’anima di Torino.
«Sciade, sciade, sciade» dice lui sorridente, nel suo arabo incerto, perché in fondo è nato a Ciriè, cittadina di provincia. «Acchiappa, acchiappa, acchiappa». Alle spalle rumori di folla, sirene, gente che corre. Nel filmato, Sohaib inquadra anche il suo complice, Aymene Es Sabihi, con addosso una maglia della Juve per mimetizzarsi meglio.
«La loro corsa - scrivono gli investigatori nel fermo - di certo distesa e tranquilla, non è generata da panico o paura; sembra piuttosto essere una presa in giro nei confronti delle altre persone». E di prese in giro ce ne sono altre, scovate qua e là dagli investigatori nelle pagine social di questa gang di predatori, che ruota attorno alle imprese di «Budino», andato a scuola in uno degli istituti tecnici più blasonati della città, dove un tempo si forgiavano i tecnici della Fiat o chi aspirava a diventare artigiano.
Il 4 giugno, Sohaib condivide un messaggio sprezzante pubblicato sulla sua pagina Facebook, quasi compiacendosi nell’avvicinare le tragedie che infiammano il medioriente agli eventi di piazza San Carlo, partendo da una ringhiera di ferro del parcheggio sotterraneo piegata come gomma dalla calca di gente.
«Una ringhiera vi ha messo in ginocchio, avete calpestato bambini e donne per un petardo, ve ne accorgete solo quando vi tocca la pelle, c’è chi si alza senza la propria famiglia, sotto le macerie di una casa distrutta, senza né acqua né cibo, contro le più grandi forze mondiali».
Ma non è stato un petardo a causare il caos. È stato lo spray: la specialità di «Budino» e della sua banda. Nel pomeriggio del giorno della finale, Sohaib e due dei suoi complici incontrano un amico, confidandogli che in serata sarebbero andati in centro per «andare a lavorare» e a «fare serata». A rapinare. E poi leggono i giornali. Fanno commenti sulle indagini, che sembrano muoversi incerte alla ricerca di tracce di spray tra gli oggetti sequestrati quella sera in piazza.
Quella di «Budino» e dei suoi amici è la storia di una scalata criminale. Dopo aver mosso i primi passi facendo piccoli colpi nei centri commerciali, confondendosi con altri gruppi che trovano più efficiente usare il peperoncino al posto dei taglierini per rapinare la gente, piazza San Carlo è la svolta. La spregiudicatezza del gruppo sta nel colpo del 9 luglio, a poco più di un mese dalla finale. Altro spray, altre collanine razziate, altro panico. Ma il peso del rimorso preme. Pochi giorni fa, quando ormai il gruppo avverte la pressione delle indagini, Sohaib chiama un amico. «Sai frate, ho un peso troppo grosso della Juve, te lo giuro non riesco a dormire». Racconta al telefono intercettato che voleva andare dalla polizia e confessare. «Minchia, volevo dire loro che io aveva spruzzato. Sto impazzendo, frate». L’amico ascolta e risponde: «Stai calmo, tranquillo prima che sollevi casini che ti pentirai dopo».
Fonte: qui
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sabato 9 settembre 2017
LA SERIE A PERDE 200 MILIONI ALL’ANNO MA NE SPENDE 800 PER IL MERCATO
A BERLUSCONI IL MILAN È COSTATO MEZZO MILIARDO DI PERDITE IN 10 ANNI, MENTRE I MORATTI SEGNANO -900 MILIONI.
LA ROMA NON CHIUDE UN BILANCIO IN UTILE DAL 2009.
L’UNICA CHE FA UTILI? OH, YES: LA JUVE…
Fabio Pavesi per www.ilsole24ore.com
Quando c'è da aprire il portafoglio (e perché no, anche quando c'è da incassare) i presidenti dei nostri club calcistici non si tirano mai indietro. Anche quest'anno il calcio mercato estivo ha rispettato il copione. Non siamo ai livelli stellari della compravendita da oltre 200 milioni di Neymar ma nell'insieme il mercato dello scambio dei calciatori ha toccato cifre ragguardevoli.
Secondo i dati raccolti da ThomsonReuters a conclusione dei trasferimenti estivi i soli club della Serie A italiana avrebbero movimentato la bellezza di 798 milioni di euro.
Vista così dice poco. Dice di più se confrontato con il resto d'Europa. Quei quasi 800 milioni di controvalore tra acquisti e cessioni sono meno della metà di quanto speso dalla Premier League inglese che ha mosso 1,5 miliardi di euro. Ma la nostra Lega maggiore batte di gran lunga le altre Serie A del Continente.
Come va nelle altre nazioni europee
La BundesLiga tedesca si è fermata nel mercato estivo a 550 milioni di euro. La Liga spagnola dei potenti club del Real Madrid e del Barcellona ha totalizzato scambi per 540 milioni, mentre la Ligue francese ha movimentato 640 milioni.
Dopo l'Inghilterra patria del football, l'Italia ha speso molto più di altri paesi dove il calcio è blasonato quanto se non più che da noi. È il mercato, bellezza, si dirà. Vero ma fino a un certo punto. Se si guarda alla sostenibilità finanziaria dell'ex campionato più bello del mondo, allora i conti non tornano.
Se la Premier muove un mercato da 1,5 miliardi forse se lo può pure permettere. I loro club principali, dal Manchester United in giù grondano di profitti, hanno debiti sotto controllo e rendono profittevoli quelle campagne acquisti.
Idem per la Spagna. Basti pensare ai conti brillanti di Real Madrid e Barcellona. E che dire della potenza finanziari di Bayern e Borussia?
Se si guarda ai conti della Serie A italiana, il panorama cambia radicalmente. Come documenta puntualmente lo studio di Arel Pwc sul calcio del Belpaese, negli ultimi 5 anni il filotto delle perdite è stato ininterrotto. Nella stagione 2011-2012, i 20 club della massima serie hanno cumulato perdite nette per 281 milioni di euro su un monte ricavi di 2,1 miliardi.
13 euro di perdite ogni 100 di incassi
Ogni 100 euro incassati almeno 13 euro si sono tramutati in perdite. Il rosso nei conti aggregati è di una costanza millimetrica. 202 milioni persi nel campionato 2012-2013 e via così fino a cumulare un buco nei bilanci delle 20 squadre per la cifra di 1,3 miliardi nel quinquennio.
Per molti club è quasi un destino inesorabile. I costi operativi spesso superano i ricavi e i diritti Tv, che sono ormai la principale fonte di incassi, spesso non bastano a coprire i costosi ingaggi di calciatori e tecnici. Non solo, ma la salute precaria viene anche dagli alti livelli di indebitamento che tende tra l'altro a crescere nel tempo. Nella stagione ultima censita da Arel-Pwc, quella del 2015-2016, il livello del debito della Serie A ha superato i 3 miliardi di euro. Quella montagna di debiti superano ampiamente il fatturato aggregato di un buon mezzo miliardo e valgono quasi 10 volte il margine industriale dei club.
Se fosse un'azienda normale, il business del calcio sarebbe sull'orlo del crac. Ci si salva solo in parte con il turn-over dei calciatori a fine stagione, sempre che non ti ritrovi anche lì con delle minusvalenze.
Un costo per i presidenti
Oppure si sopravvive con il “sacrificio” personale dei vari presidenti di club. Al solo Berlusconi, che ha passato la mano, il Milan è costato mezzo miliardo nell'ultimo decennio. Per non parlare dell'Inter, anch'esso ceduto. Ai Moratti è costato di sole perdite cumulate oltre i 900 milioni in un decennio.
Non che gli altri big se la passino granché bene. La Roma non chiude un bilancio in utile dal 2009 e si è ritrovata alla fine della scorsa stagione, a giugno del 2016, con un patrimonio netto negativo che superava i 100 milioni. Pallotta è dovuto intervenire ricapitalizzando e indebitandosi con le banche.
Di fatto solo la Juve tra le grandi ha i numeri per sostenersi. È tornata a fare utili da 3 anni, è ben capitalizzata e ha debiti sotto controllo. Come rileva uno studio di Kpmg, la Juventus è l'unico club per cui le performance sportive sono strettamente correlate al trend dei ricavi e del Valore d'Impresa. Il valore d'impresa (capitale + debiti) della Juve è più alto della somma di Milan, Inter e Lazio messe insieme.
Non basta però un club in salute a fare della Serie A un business competitivo e che può permettersi di spendere così tanto per i suoi calciatori a ogni stagione.
Fonte: qui
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