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venerdì 6 luglio 2018

Dieci anni di crisi sono serviti solo a aumentare i debiti

Dieci anni sono passati da quel drammatico 2008 che segnò la fine di un’epoca e proiettò sul mondo l’ombra inquietante di una seconda Grande Depressione peggiore persino della prima. Abbiamo avuto in cambio una Grande Crisi Finanziaria (GCF), come ci ricorda la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea nella sua ultima relazione annuale. E dobbiamo pure farcela piacere, consolandoci con l’idea che avremmo potuto uscirne assai più malconci, e senza badare al conto, che è stato salatissimo. Già. Perché l’esito più eclatante delle GCF, nata e cresciuta e poi esplosa a causa del livello elevato dei debiti (privati), è che il debito, dieci anni dopo, è aumentato.
L’aggregato del debito complessivo nel 2007, pari al 179% del pil, è diventato il 217% a fine 2017, ma è soprattutto l’assortimento che fa la differenza. Le economie avanzate ormai sfiorano il 270% complessivo, ma sono soprattutto le economie emergenti che hanno visto crescere i propri debiti dal 113 al 176% del pil (+55%), grazie soprattutto al settore corporate e alle famiglie
Al contrario, l’aumento più visibile nei paesi avanzati l’ha dovuto sopportare il settore pubblico, che ha dovuto farsi carico di costosissimi salvataggi. Gli stati e le loro banche centrali hanno dovuto agire insieme, al prezzo di notevoli aumenti delle rispettive obbligazioni, la normalizzazione dell’economia addormentando i torbidi della crisi con grandi elargizioni. “Le banche centrali hanno dovuto ampiamente farsi carico da sole del peso della ripresa, dato che le altre politiche, non da ultime quelle strutturali dal lato dell’offerta, non hanno saputo raccogliere il testimone”, nota con una punta di malinconia la Bri, sottolineando come tale intervento, che ha dilatato mostruosamente i bilanci delle BC, è stato al tempo stesso “uno dei fattori che hanno portato all’espansione smisurata dei bilanci del settore pubblico e privato e all’aumento dei livelli di debito, che caratterizzano il cammino che ci troviamo ora di fronte”.
Dieci anni e molti debiti dopo è opportuno tirare le somme per capire dove si trovi l’economia e soprattutto cosa dobbiamo aspettarci. La situazione attuale è ben rappresentata da questo grafico.
In sostanza l’economia sta marciando bene. I tassi di crescita si sono allineati alle media di lungo periodo,la disoccupazione diminuisce e l’inflazione, grande preoccupazione dei policy maker, dà segnali di risveglio. Da qui il commento della Bri che invita ad “approfittare delle condizioni favorevoli per mettere in atto una combinazione di politiche più equilibrate volte a sostenere un’espansione sostenibile”, nella consapevolezza che “il sentiero che ci troviamo di fronte è stretto”.
E questo è uno dei problemi più rilevanti. Gli spazi di intervento, anche a causa del notevole aumento dei debiti, si sono drasticamente ridotti, sia a livello fiscale che monetario. L’espansione ancora in corso, alquanto inusuale per alcune caratteristiche – emergono i limiti di capacità produttiva, senza che vi siano segnali chiari di un rischio di inflazione – non può celare una notevole quantità di rischi annidati dietro l’ottimismo delle previsioni. Nell’ultimo anno il dollaro si p svalutato, ad esempio, e ciò ha favorito la crescita dell’indebitamento in dollari dei paesi emergenti. Ma adesso l’aria sta cambiando nel mercato valutario e questo non sarà scevro di conseguenze per questi paesi. “I rischi sono sostanziali – scrive la Bri – nei paesi con vulnerabilità finanziarie si sono accumulati con le loro usuali gradualità e persistenza”. Nulla è davvero cambiato, insomma, stiamo proseguendo un ciclo che somiglia pericolosamente a quello precedente che è iniziato con il calo a lungo termine dei tassi di interesse. Non sono solo gli ultimi dieci anni, quindi, ma molti di più quelli che dobbiamo osservare per comprendere gli esiti della GCF.
Fra questi esiti c’è anche quello che mostra come in molti paesi non toccati dalla crisi si osservano squilibri crescenti, che si manifestano con un notevole aumento del credito al settore privato associato molte volte all’incremento dei prezzi degli immobili. Non certo una novità. Fra questi paesi c’è la Cina, dove il governo ha adottato delle misure di contenimento. A livello globale invece a mitigare i rischi c’è la circostanza che il settore bancario appare più robusto, grazie alle riforme messe in piedi in questo decennio, da Basilea 3 alla crescente adozione di misure macroprudenziali. Rimane il punto dolente: “I fattori finanziari sembrano essere destinati ad avere un ruolo di rilievo, sia come determinanti che come meccanismi amplificatori”. Il ruolo dei flussi finanziari negli andamenti del ciclo economico “si è rafforzato in modo sostanziale dall’inizio degli anni ottanta, quando si è generalizzata la liberalizzazione finanziaria”. Dopo la crisi il peso degli intermediari non bancari, come le società di gestione patrimoniale e gli investitori istituzionali, “è aumentato notevolmente e probabilmente influenzerà le dinamiche di tutti gli episodi futuri di tensioni finanziarie, in modi sia noti sia inaspettati”.
Ma più che il futuro, dovrebbe preoccuparci il presente. L’andazzo protezionistico voluto dalla politica sta già producendo danni agli scambi internazionali e, ancor più profondamente, al meccanismo della fiducia: “Vi sono riscontri che indicano che l’aumento dell’incertezza associato al discorso protezionistico e alle relative prime misure intraprese ha già frenato gli investimenti. Inoltre, se dovesse continuare la recente inversione di tendenza del deprezzamento del dollaro USA, le negoziazioni commerciali si complicherebbero”. Già in aprile si sono visti gli effetti nefasti dell’apprezzamento de dollaro su due paesi fragili, perché molto indebitati in dollari, come la Turchia e l’Argentina. Ma in generale “un nuovo aumento del debito mondiale sarebbe particolarmente preoccupante”, sottolinea ancora, pur nella conspevolezza che sarà molto difficile evitare che succeda.

C’è da dubitare che i governi abbiano la forza politica, in un momento in cui emergono i vari populismi che vanno nella direzione opposta, si mitigare la crescita delle proprie obbligazioni e tanto meno il settore privato, che si è abituato a convivere da un decennio con tassi molto bassi che hanno favorito una allocazione poco efficiente delle risorse. La trappola del debito, tanto temuta dalla Bri, è la culla confortevole delle nostra abitudini. Per questo è così difficile evitarla. Le politiche monetarie espansive, spiega la Bri, sia fiscali che monetarie, “si basano entrambe in larga misura sul prelevare domanda dal futuro. E quando il futuro diventa presente, ovviamente c’è un prezzo da pagare”. Ma siamo diventati bravissimi a rimandare.
Fonte: qui

Esperti sulla capacità della Russia ad affrontare una nuova crisi economica

La minaccia della crisi finanziaria globale esiste davvero a causa dei problemi irrisolti del debito degli Stati Uniti e di molti altri paesi. Lo hanno detto a Sputnik gli esperti.
Gli esperti ritengono che questa situazione possa colpire la Russia in caso di un crollo dei prezzi del petrolio, tuttavia, la severa politica della Banca centrale e gli "airbag" creati dal ministero delle Finanze dovrebbero attenuare lo shock causato dai cambiamenti nella congiuntura esterna.L'agenzia Bloomberg martedì ha riferito che gli esperti di Bank of America, sulla base dell'analisi delle tendenze, prevedono una possibile ripetizione della crisi del 1998.
Allo stesso tempo, il primo vice presidente della Banca di Russia, Ksenia Yudaeva, mercoledì ha avvertito della possibilità di nuovi shock nel sistema finanziario globale, anche a causa delle misure protezionistiche nel commercio. Ella ha osservato che le misure a sostegno delle industrie, tuttavia, hanno contribuito ai buoni risultati dello scorso anno per l'intera economia mondiale.
"Penso che se esiste una minaccia di crisi, essa sarà come quella del 2008 perché i problemi legati al debito di una serie di paesi non sono stati risolti. Inoltre, per scappare da questa crisi gli americani hanno deciso di aprire tutti i tipi di finanziamento: tassi di interesse bassi, aumento del deficit di bilancio. Se questo accadrà di nuovo non ci saranno strumenti per contrastarlo", ha detto Oleg Vyugin, docente presso la facoltà di economia della National Research University — Higher School of Economics di Mosca.
Secondo Vyugin, la Russia potrebbe risentire della crisi attraverso un calo dei prezzi del petrolio, possibile con il calo della domanda mondiale di energia.
"Se ci sarà una brusca correzione del crollo dei mercati cadono, del calo della domanda, il prezzo del petrolio tornerà ai livelli più bassi — 20, 25, 30 dollari al barile. Di conseguenza, ci sarà di nuovo una minaccia di ulteriore svalutazione", ha sottolineato l'economista.
Tuttavia, la Russia può resistere alla crisi costruendo il suo "airbag": le riserve internazionali russe hanno già superato i 450 miliardi di dollari. 
"Non c'è niente per contrastare lo scarto. Ma una delle varianti è quello che sta facendo ora il governo, cioè creare delle riserve. Non possiamo farci nulla, non ci si può isolare dal mondo. Perciò bisogna perseguire una politica economica equilibrata, che è quello che sta facendo il governo", ha osservato l'esperto.
Una delle misure per affrontare gli shock globali è anche la politica conservatrice della Banca di Russia, ritiene Anatoly Aksakov, presidente della commissione parlamentare per il mercato finanziario.
"La Banca centrale persegue una politica conservatrice, regolando rigidamente i mercati finanziari. Di conseguenza, se succede qualcosa, gli shock esterni non avranno un impatto duro sulla Russia", crede Aksakov.
Egli è sicuro che in ogni caso non ci sarà una crisi su vasta scala dell'economia mondiale né in questo né nel prossimo anno.
"Le crisi sono crisi perché non possono essere previste. Se sapessimo quando accadrebbero, ci prepareremmo in anticipo" ha osservato l'esperto.    Fonte: qui

lunedì 20 novembre 2017

IL DEBITO PUBBLICO MONDIALE


Oggi pubblichiamo due tabelle, davvero istruttive.

La prima tabella indica il contributo di ogni nazione al Prodotto interno mondiale, e il peso dei tre principali settori (servizi, industria e agricoltura) al Pil medesimo.

La seconda mostra la composizione del debito pubblico mondiale e la percentuale Paese per Paese.

Vediamo quindi la prima tabella.

Essa non mostra solo il PIL di dozzine di paesi in relazione tra loro in base alle dimensioni, ma divide anche ogni economia nei suoi settori principali: agricoltura, servizi e industria. L'ombra più leggera in ogni Paese corrisponde all'attività economica più primitiva, che è l'agricoltura. L'ombra media è l'industria, e l'ombra più scura corrisponde ai servizi che, come si vede, costituisce una grande parte del PIL delle economie sviluppate. La vogliamo chiamare "terziarizzazione del mondo"?
Per una maggiore chiarezza la visualizzazione ombreggia anche i paesi in base all'appartenenza continentale, ad indicare i relativi contributi economici del Nord America, Europa, Sud America, Asia, Oceania e Africa.




Veniamo ora alla seconda e quanto mai istruttiva tabella (in fondo). 
Abbiamo la composizione, Paese per Paese, del debito pubblico mondiale (nota bene: i debiti del settore privato sono esclusi). 
A quanto ammonti il debito pubblico mondiale (dati Fmi 2016) è presto detto: 63 trilioni (63mila miliardi) di dollari.

Il Rating di Standard & Poors

Cosa scopriamo? Che gli Stati Uniti detengono, da soli,  il 31,8% del debito pubblico mondiale.
Gli Stati Uniti (non solo Giappone e Italia) rappresentano, oltre tutto, un caso esemplare di aumento del debito. Gli USA non registrano un surplus di bilancio dal 2001. Allora il debito federale era di 6,9 trilioni di dollari (il 54% del PIL). Da allora esso è aumentato di quasi tre volte, salendo a circa 20 trilioni di dollari (107% del PIL), che è pari al 31,8% del debito sovrano mondiale nominalmente.



Viene da sola la domanda: come mai il debito pubblico americano (e quello giapponese) non sono considerati problematici (vedi grafico sul rating di Standard & Poors) mentre quello italiano (che rappresenta solo il 3,9% di quello mondiale) lo sarebbe? Forse che la cosa ha a che fare con i Trattati europei ed il loro impianto ordoliberista? Forse che ciò dipende dall'euro, ovvero dal fatto che l'Italia ha ceduto la sua sovranità monetaria?







La fonte delle Tabelle è Visual Capitalist

Fonte: qui

martedì 17 gennaio 2017

Fmi: “Economia globale in ripresa, solo l’Italia in controtendenza” e taglia le stime Pil


Nel rapporto World Economic Outlook pubblicato stamane dal Fondo Monetario Internazionale, viene evidenziata la ripresa globale dell'economia, in particolare di quella dei grandi paesi avanzati.

Una situazione che però non riguarda l'Italia, che appare in controtendenza.


Nonostante l'economia mondiale stia dando segnali di ripresa, l'Italia continua a crescere in maniera sensibilmente inferiore rispetto ad altre grandi economie avanzate. Il Fondo Monetario Internazionale, infatti, nel rapporto pubblicato oggi – il World Economic Outlook – ha tagliato le stime di crescita del Belpaese, sostenendo che nel 2017 l'Italia crescerà dello 0,7%, e non dello 0,9% come precedentemente prospettato nell'ottobre scorso, e dello 0,8% nel 2018, ovvero uno 0,3% in meno rispetto alle stime precedenti.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il quadro mondiale prevede una crescita del 3,4% per l'anno 2017 e del 3,6% per il 2018, previsioni sostanzialmente invariate rispetto a quelle pubblicate nell'ottobre 2016.
Le economie avanzate, nel loro complesso, "per effetto di una seconda metà del 2016 che è andata meglio delle attese e dell'aspettativa di uno stimolo di bilancio da parte del nuovo Governo negli Stati Uniti" hanno però visto un ritocco al rialzo. Tutte, meno che quella italiana. "Il panorama economico globale ha cominciato a cambiare nella seconda metà del 2016. È più probabile che si realizzino le nostre previsioni di ripresa mondiale. Ma l'incertezza è aumentata", ha spiegato il capo economista Maurice Obstfeld.

Secondo gli analisti del Fondo Monetario Internazionale, dopo il rialzo dei tassi d'interesse americani, i rendimenti a lungo termini sono cresciuti in tutta europa di 35 punti base in Germania e di 70 in Italia, un ampio distacco causato "dall'alta incertezza politica e sul settore bancario". Secondo il Fmi, infatti, fra i rischi che può correre l'economia globale ci sono soprattutto "una continua caduta della domanda privata e progressi inadeguati sulle riforme potrebbero portare a una crescita e a un'inflazione permanentemente più basse, con implicazioni negative per la dinamica del debito", analisi che riguarda soprattutto i Paesi con problemi di bilancio, come appunto l'Italia. Inoltre, sempre per quanto riguarda l'ottica globale, "l'incertezza sulle politiche della nuova amministrazione Usa e sulle sue ramificazioni globali è la ragione principale dell'incertezza sulle previsioni" e pesa quindi sull'affidabilità delle stime.

Per quanto riguarda la sola area-Euro, secondo il Fondo Monetario internazionale nel 2017 e 2018 si assisterà a una crescita pari all'1,6%. In particolare, la Germania crescerà dell'1,5% sia nel 2017 che nel 2018, la Francia rispettivamente dell'1,3 e dell'1,6%, la Spagna del 2,3 e del 2,1%. La leva della politica monetaria in aree come quella Euro "deve restare accomodante", secondo gli analisti del Fmi, ma per far crescere la domanda i Paesi dell'area hanno bisogno di un grosso stimolo fiscale, oltre che di riforme strutturali.


Fonte: qui