9 dicembre forconi: immunosoppressori
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martedì 6 novembre 2018

UNA DONNA FRANCESE È MORTA DI CANCRO DOPO UN TRAPIANTO DI POLMONI: AVEVA RICEVUTO GLI ORGANI DA UNA FUMATRICE AFFETTA DA FIBROSI CISTICA

Polmoni di un fumatore
QUANDO LA DONATRICE ERA MORTA I MEDICI NON AVEVANO RILEVATO ALCUNA ANOMALIA, MA POI…


tumore ai polmoniTUMORE AI POLMONI
Affetta da fibrosi cistica, una donna francese è morta di cancro ai polmoni dopo aver ricevuto quegli organi in un trapianto: la donatrice era una fumatrice, secondo uno studio della rivista Lung Cancer, che mette in guardia sul rischio di trapiantare tali organi.

La poveretta era in cura per la fibrosi cistica fin dall'infanzia, ma recentemente era peggiorata molto: le sue funzioni respiratorie erano gravemente compromesse e la donna - nel novembre 2015 - è  stata sottoposta al trapianto polmonare.

polmoni di un fumatorePOLMONI DI UN FUMATORE
Lo studio pubblicato su Lung Cancer - condotto da medici del Chu di Montpellier - rivela: "Secondo la banca dati dei donatori, i polmoni trapiantati sono stati prelevati da una 57enne che fumava un pacchetto di sigarette al giorno da 30 anni".

Gli esami praticati al momento della morte cerebrale della donatrice non avevano rilevato alcuna anomalia, ma nel giugno 2017, la paziente trapiantata si è scoperta malata di tumore, è stata ricoverata in oncologia toracica all'ospedale di Montpellier ed è morta due mesi dopo, senza possibilità di cura.

Secondo lo studio, i sintomi ricordano chiaramente quelli causati dal fumo. "Il breve lasso di tempo tra il trapianto dei polmoni e la comparsa della prima anomalia radiologica suggeriscono che la carcinogenesi avesse avuto inizio durante la vita della donatrice", proseguono gli autori dello studio.

Il cancro sarebbe cresciuto a una velocità anomala, a causa dei trattamenti con immunosoppressori che la donna trapiantata assumeva per evitare il rigetto degli organi. "Visto il tempo di latenza, relativamente lungo, del cancro ai polmoni, proponiamo che i trapianti da donatori fumatori o che hanno smesso da poco siano considerati con cautela", hanno dichiarato i medici.

Fonte: qui

giovedì 19 aprile 2018

A PADOVA UN PADRE NE DONA UN PEZZETTO DI FEGATO (IL 25%) AL FIGLIO DI UN ANNO E GLI SALVA LA VITA

NELLO STESSO OSPEDALE 20 ANNI FA PER LO STESSO INTERVENTO FU CHIAMATO UN CHIRURGO GIAPPONESE 

I RISCHI MAGGIORI SONO NEL PRIMO ANNO, POI IL BAMBINO POTRÀ VIVERE NORMALMENTE

Enza Cusmai per il Giornale

Fin dove può arrivare l'amore di un genitore per il proprio figlio? «Darei la vita», qualcuno sostiene. E in effetti, sia pure a malincuore, si potrebbe arrivare fino all'atto estremo pur di salvare il sangue del proprio sangue.

lo staff del centro trapianti di padovaLO STAFF DEL CENTRO TRAPIANTI DI PADOVA
Per fortuna in questo caso nessuno è arrivato a tanto. A un bimbo gravemente malato di neanche un anno di vita, una manciata di chili, dieci in tutto, è stato donato un pezzo di fegato da parte del suo papà. E ora tutti e due stanno bene grazie anche all'abilità dell'équipe del Centro di chirurgia epatobiliare e trapianti di fegato dell'Azienda ospedaliera universitaria di Padova, diretta dal professor Umberto Cillo.

Durante l'intervento è stato prelevato il 25% del fegato al padre, precisamente il lobo sinistro, che è poi stato impiantato nel suo bambino. A dire il vero anche la mamma si era resa disponibile ma la scelta dei medici è caduta sul padre visto che in famiglia c'è da accudire anche un altro figlioletto.

UMBERTO CILLOUMBERTO CILLO
Il dramma familiare ha avuto un lieto fine così come il precedente intervento effettuato circa 20 anni fa sempre nello stesso ospedale. Anche allora a Padova si effettuò un trapianto epatico da donatore vivente ma l'équipe era guidata da un chirurgo giapponese.

Era il 1997 quando un ferroviere croato donò parte del suo fegato al figlio, colpito da tumore; un intervento che allora fece talmente tanto positivo scalpore, che il ragazzino venne poi ricevuto dal Papa.

Anche agli Ospedali Riuniti di Bergamo c' è stato però un caso analogo. Gabriel, un bimbo che era in lista d' attesa da quattro mesi, si è salvato grazie al gesto d' amore del padre, di origini cubane, che gli ha donato parte del proprio fegato.

Ma si può crescere senza il timore del futuro con un fegato trapiantato da piccolo? Dipende molto dall' intervento chirurgico e dalla qualità dell'organo trapiantato ma, in generale i bambini, possono condurre una vita pressoché normale.

Significativo è il primo anno post-trapianto: minori le complicanze, maggiori le prospettive per il futuro. Per quello epatico, se non si verificano particolari complicanze e l'organo era perfettamente funzionante, i benefici clinici possono durare 30 anni.

trapianto di fegatoTRAPIANTO DI FEGATO
Inoltre, secondo le statistiche, se i donatori sono genitori il rischio di mortalità e le complicanze post-trapianto sono più bassi. E gli esperti confermano che spesso le cose vanno bene.

Per esempio, un paziente trapiantato negli anni '90, con una porzione di fegato del padre, attualmente studia, fa sport e non prende neppure gli immunosoppressori.

I trapianti tra vivi dunque sono oliati ormai ma non è molto lontano il 2001 quando il primo trapianto di fegato tra viventi adulti ad opera di medici italiani venne effettuato al Niguarda.

trapianto di fegato 1TRAPIANTO DI FEGATO
E questa volta, fu un figlio di 32 anni che donò il lobo destro a suo padre, 60 anni, in lista di attesa da mesi, preceduto però da altre sette persone. L'uomo era stato colpito da cirrosi epatica ormai giunta all' ultimo stadio e i medici gli avevano dato solo un mese di vita. Così il figlio si era rivolto ai medici del reparto chiedendo l'applicazione della legge del 1999 che autorizzava il trapianto da vivente.

A Pisa invece è stata una madre invece a ridare un sorriso a suo figlio. Gli ha donato un rene e ora è un bambino felice che «non salta mai neppure un giorno di scuola». Ma la conquista della sua normalità, per un bambino di 8 anni, è passata attraverso un fatto che di normale ha poco: il donatore aveva una doppia incompatibilità (per gruppo sanguigno e per anticorpi). Ma a distanza di 8 mesi sia il bambino che la madre stanno bene e hanno una funzione renale completamente normale.

17 aprile 2018

Fonte: qui