9 dicembre forconi: Lira Turca
Visualizzazione post con etichetta Lira Turca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lira Turca. Mostra tutti i post

sabato 25 agosto 2018

La crisi finanziaria turca: “è il tapering, sciocco”

All’inizio dell’anno, il nostro sito previde che il tentativo delle banche centrali di ridurre l’espansione monetaria (tapering) avrebbe fatto saltare il sistema. Citammo l’ex economista capo della Banca per i Regolamenti Internazionali William White, che denunciò i “numerosi punti di frattura” del sistema, pronti ad esplodere in caso di riduzione della liquidità, e ricordammo la famosa “funzione di collasso” di Lyndon LaRouche. Esattamente ciò sta avvenendo con la crisi finanziaria turca.
Uno dei punti di frattura denunciati da White è il debito delle imprese. Il rublo e la lira turca sono due tra le maggiori valute sottoposte a gravi pressioni o addirittura crolli sullo sfondo di una immensa e traballante bolla globale di bassa qualità di debito delle imprese generato da un decennio di scriteriata espansione monetaria a costo zero. Dei 75 mila miliardi di dollari di debito globale delle imprese dotato di rating, più della metà è classificato spazzatura o un gradino al di sopra. L’aumento degli interessi americani (da zero a due per cento in due anni) ha invertito il flusso del “carry trade” verso i Paesi emergenti e il rafforzamento del dollaro rende quei debiti impagabili. Era chiaro da almeno un anno che questo fenomeno avrebbe spinto ingenti masse di quel debito verso l’insolvenza. Questo vale specialmente per il debito a breve termine (un anno), ammontante a 180 miliardi di dollari.
Le imprese turche hanno 337 miliardi di dollari denominati in dollari. Questo perché la Turchia, seguendo il dettame “più privato e meno stato”, ha finanziato il proprio sviluppo economico ricorrendo ai mercati finanziari internazionali invece che al credito nazionale. Infatti il debito pubblico turco è estremamente basso: meno del 30% del PIL. La lira turca scende dall’inizio dell’anno e i crolli drammatici succeduti all’annuncio delle tariffe americane ne hanno aggravato il tonfo.
La Turchia può difendersi dalle fughe di capitali e dagli attacchi speculativi se fa ricorso ai controlli sui capitali e sull’intervento statale. In parte le misure adottate dalla banca centrale hanno avuto successo, ma la lira si è ripresa decisamente quando il Qatar è giunto in soccorso con 15 miliardi di dollari. In futuro capiremo quali siano le condizioni.
Tuttavia, similmente alla crisi greca del 2008, ora sono le banche europee a tremare. Infatti, numerose grandi banche europee, specialmente spagnole e francesi, sono esposte verso la Turchia. Le banche spagnole da sole vantano crediti per ben ottanta miliardi. Che farà la BCE se scoppia una nuova crisi bancaria in Europa?
La Turchia è la punta dell’iceberg. Sono numerosi i Paesi “emergenti” le cui valute sono sotto pressione e potrebbero saltare.
Anche l’Italia è nel mirino con la fine del Quantitative Easing. La BCE era ormai diventata l’unico acquirente dei titoli italiani. La speculazione aspetta il nostro Paese al varco. Due sono le date “calde”: metà ottobre, quando dovrà essere presentata la legge di bilancio, e la fine dell’anno, quando cesseranno completamente gli acquisti della BCE. I “mercati” hanno già segnalato che se il governo pianifica un pur modesto aumento del deficit si scatenerà la speculazione. E nessuno sa che cosa accadrà quando, l’anno prossimo, dovranno essere collocati titoli per circa un quarto di triliardo(mille miliardi) di euro. In proposito, il ministro Tria volerà in Cina dal 28 agosto al 2 settembre per cercare acquirenti di titoli del Tesoro. L’aspetto più interessante di questo viaggio è la presenza di una delegazione guidata dal sottosegretario Michele Geraci che affronterà con le controparti cinesi il discorso della partecipazione italiana alla Belt and Road, e specificamente dell’aiuto cinese nel rilancio delle infrastrutture italiane. Una proposta win-win che forse sbloccherebbe la nota riluttanza cinese a investire in titoli di stato che non siano quelli americani (vedi qui).
Fonte: qui

giovedì 9 agosto 2018

Usa e Turchia possono mettere nei guai l'Europa

La situazione della Turchia è sempre più difficile: Ankara è finita nel mirino degli Usa. E potrebbero esserci conseguenze negative per l'Europa

Il precipitare della crisi economico-finanziaria turca non vi ha certo colti impreparati, visto che ne parlo da almeno un mese. Il problema è che ora la questione sta davvero diventando rischiosa. E a livello sistemico, qui non siamo di fronte a uno scenario argentino, ma potenzialmente venezuelano: peccato che riguardi il Paese strutturalmente e strategicamente più importante negli equilibri fra Occidente e mondo islamico, Medio Oriente in testa e, particolare non da poco, membro Nato. Quello che sta subendo la Turchia è un attacco speculativo in piena regola, un 1992 in versione 2.0: martedì la lira turca ha perso il 5,5% sul dollaro, andando abbondantemente oltre la linea di supporto psicologico di 5 sul cambio con il biglietto verde (5,42) e da inizio anno la svalutazione è ormai del 27%. Il tutto, in un Paese le cui aziende hanno un'esposizione debitoria estera monstre, come ci mostra il grafico più in basso: parliamo di circa 340 miliardi lordi (circa 215 al netto degli attivi) e con un tasso di inflazione che punta dritto verso il 20%, partendo dall'attuale 16% abbondante. Iper-inflazione, insomma. 


Per carità, sia il Venezuela che il fantasma di Weimar sono ancora lontani anni luce, ma la crisi del 2008 e quelle sovrane del 2010 ci hanno insegnato che, in un mondo finanziarizzato e interconnesso ai massimi livelli, quello dell'effetto palla di neve che muta in valanga è un rischio tutt'altro che peregrino. Per cercare di tamponare la situazione, la Banca centrale ha bruciato altri 2,2 miliardi di riserve in dollari, ma i dati macro cominciano a far paura: da inizio anno, la Borsa di Istanbul ha perso il 17% e il decennale turco ormai paga qualcosa come il 20% di rendimento. Quello obbligazionario sovrano della Mezzaluna è il peggiore a livello globale, -38% da inizio anno contro il -36% dell'Argentina. 
 
E qualcosa sta pericolosamente avvicinando i destini dei due Paesi: se infatti Buenos Aires si è strangolata con le proprie mani a vita, accettando giocoforza il prestito record da 50 miliardi di dollari del Fmi (l'alternativa sarebbe stato un altro default sul debito, temo fatale), anche per Ankara comincia a circolare la voce di un prossimo pellegrinaggio con il cappello in mano dalle parti di Washington. Certo, entrambe le parti negano, al momento, ma la propensione autolesionistica dettata da ego ipertrofico e delirio di onnipotenza di Recep Erdogan potrebbe presto cambiare lo scenario, visto che il sultano ha un'avversione tipica dei despoti populisti per le politiche di contrazione monetaria e, dall'alto del suo potere (anche familistico, avendo piazzato parenti ovunque nei gangli vitali dello Stato), sta stroncando ogni richiamo interno alla necessità di un rialzo dei tassi di interesse. 
Inoltre, rimane sempre il vulnus di base: a esacerbare e far precipitare la situazione nell'arco dell'ultima settimana ci hanno pensato le sanzioni comminate verso soggetti turchi dal Dipartimento di Stato Usa relativamente al caso del pastore evangelico, Andrew Brunson, detenuto in Turchia. Un braccio di ferro che Ankara sta combattendo in maniera abbastanza suicida non tanto per il caso in sé, quanto come proxy del vero bersaglio grosso nel mirino di Erdogan da due anni: ovvero, Fatullah Gulem, il predicatore islamico auto-esiliatosi in Pennsylvania e che il presidente turco ritiene l'ideatore del fallito golpe del 15 luglio 2016. E come ci mostra questo grafico, le sanzioni Usa hanno accelerato e appesantito di molto la svalutazione della lira. 
 
Insomma, gli Usa stanno usando l'arma finanziaria ed economica per destabilizzare la Turchia. Di fatto, la logica del "segnale inviato", infatti, è stata superata abbondantemente. Qui, ormai, siamo al ricatto. E questo grafico mette la situazione in prospettiva: fa parte - anzi, è la parte integrante - del report pubblicato martedì da Goldman Sachs, la quale fa notare che un ulteriore deprezzamento della valuta turca, esattamente in area 7,1 sul dollaro, potrebbe portare potenzialmente a un wipe-outdel capitale in eccesso delle banche turche. Di fatto, crisi totale da erosione dei buffers. E, potenzialmente, difficile da gestire senza le maniere forti, un qualcosa che Erdogan ha più volte dimostrato di non disdegnare. 
 
Insomma, siamo di fronte alla minaccia nemmeno troppo velata di uno scenario di destabilizzazione di stampo iraniano, tutto basato sulla leva economica e, quindi, del malcontento interno per le condizioni di vita. Non a caso, in Iran è guerra nemmeno più per accaparrarsi dollari a cifre folli sul mercato nero, ma direttamente verso l'oro, il bene rifugio che tesaurizza le aspettative di crisi reali. E strutturali. Gli analisti non hanno dubbi: per evitare un potenziale default, Erdogan dovrà accettare l'aumento dei tassi di interesse, forti tagli alla spesa pubblica (solitamente il detonatore delle rivolte) e quasi certamente un intervento da quantificare del Fmi. La questione, come sempre in questi casi, sta nel timing. Per Jacob Kirkegaard, senior fellow al Peterson Institute for International Economics di Washington, l'epilogo di un programma di sostegno da parte del Fondo monetario è ineluttabile ma resta una domanda dirimente: «Quanto dovrà peggiorare la situazione, prima che Erdogan ceda e tratti con il Fmi? Io penso che debba peggiorare molto». 
E, infatti, non solo il presidente turco ha annunciato contro-sanzioni, quantomeno farsesche, verso gli Usa, ma ha rincarato la dose, annunciando che Ankara non terrà minimamente conto del diktat di Washington e continuerà la propria collaborazione economica e commerciale con l'Iran. Insomma, muro contro muro. Esattamente come quello che sembra intenzionata a condurre l'Unione europea, la quale alla minaccia ultimativa della Casa Bianca («Chi fa affari con l'Iran nonostante le sanzioni, non ne farà mai più con gli Stati Uniti») ha risposto con una durezza senza precedenti, visto che Federica Mogherini ha detto chiaramente alle aziende europee che cesseranno le loro attività con Teheran in ossequio alle sanzioni Usa che andranno incontro, a loro volta, a sanzioni di Bruxelles. 
Quanto è pericolosa questa situazione? Per l'Ue tanto. Per un semplice motivo: a capo della Commissione, l'organo che formalmente garantisce lo scudo legale alle aziende Ue contro le sanzioni, c'è lo stesso Jean-Claude Juncker che non più tardi di dieci giorni fa, in visita alla Casa Bianca, ha accettato di aumentare gli acquisti di gas naturale liquefatto (Lng) statunitense come fonte alternativa a quello russo, peccato che il primo costi 175 dollari ogni mille metri cubi contro i 120-130 di quello di Mosca. Il tutto, con un'aggravante: ieri la Germania ha dato ufficialmente il via alla costruzione del gasdotto Nord Stream 2, destinato appunto a portare il gas russo direttamente in Europa, oltretutto bypassando l'Ucraina. 
Insomma, qual è la posizione ufficiale europea sul tema? Qual è l'agenda? Perché attenzione, Washington ha un chiaro piano in testa: da un lato, simulare la guerra commerciale con la Cina per "mistificare" lo sgonfiamento della bolla dei mercati senza che la gente precipiti nel panico tipo 2008 e, così facendo, spingere Pechino a un Qe in piena regola. Dall'altro, scardinare l'Unione europea, competitor commerciale troppo forte e scomodo in tempi di quote di mercato che si restringono, margini che si assottigliano ed euro che compete sempre più con il dollaro. E l'atteggiamento di Juncker da un lato, ma anche di Giuseppe Conte dall'altro, ci mostrano come gli americani puntino chiaramente all'utilizzo di quinte colonne per terremotare un'Unione già non solidissima. La Turchia, poi, rientra a pieno nella strategia di più ampio respiro della Casa Bianca. Il caos ad Ankara, infatti, garantirebbe a Trump di ridiscutere l'intero assetto della Nato, una questione che ha già avanzato più volte, minacciando di togliere lo scudo di difesa Usa se gli alleati non permetteranno il concretizzarsi di due condizioni: l'aumento delle spese militari (tutto warfare che andrà a ingrassare il Pil statunitense e i bilanci delle grandi corporations che reggono il Paese) e mano libera per la fase finale del programma di allargamento a Est, ovvero quei Balcani che fanno innervosire Mosca e che vedono l'Albania pronta a diventare il nuovo avamposto militare Usa, in caso Erdogan non scenda a più miti consigli. 
C'è poi l'arma strategica: se la crisi dovesse precipitare, lo stesso Erdogan potrebbe bussare prima alla porta dell'Ue che a quella del Fmi, minacciando la fine della politica di contenimento dei flussi di migranti e la riapertura della "rotta balcanica" via terra verso il Nord. Il tutto, a meno di due mesi dalle elezioni in Baviera, fondamentali per la tenuta del governo Merkel e tutte incentrate proprio sul tema immigrazione. Gli Usa hanno dichiarato guerra globale, perché vogliono che la partita del dominio futuro si ridimensioni a un faccia a faccia contro la Cina: tutti gli altri contendenti, vanno eliminati prima. Europa in testa, prima ancora della Russia. 
Fonte: qui

giovedì 24 maggio 2018

Lira turca: è tonfo sui minimi storici

La lira turca sotto esame: le ultime dalla banca centrale di Ankara e da Fitch hanno permesso alla valuta di scivolare su nuovi minimi storici. Il punto.

Lira turca: è tonfo sui minimi storici
L’andamento del cambio dollaro/lira turca nel corso dell’ultima settimana: il deprezzamento della divisa di Ankara è stato esacerbato dal progressivo avanzamento del biglietto verde
Fonte: qui

lunedì 7 maggio 2018

MONETA A PICCO, A BUENOS AIRES SI TEME UN ALTRO DEFAULT: I TASSI DI INTERESSE ARRIVANO AL 40% PER FERMARE LA FUGA VERSO IL DOLLARO. LA RICETTA MACRÌ HA GIÀ DELUSO I MERCATI?

LA TURCHIA INVECE PIANGE INSIEME ALLA LIRA CHE CROLLA, VIENE DECLASSATA DA S&P E L’INFLAZIONE VOLA. E DIETRO C’È ANCHE LO ZAMPINO DI TRUMP…

MONETA A PICCO L' ARGENTINA TEME UN ALTRO DEFAULT
Rocco Cotroneo per il “Corriere della Sera”

MAURICIO MACRIMAURICIO MACRI
L'idea che bastasse mandare a casa il solito populismo peronista per rimettere in sesto l' Argentina e cancellare le abitudini del passato non è durata molto. A due anni dalla vittoria di Mauricio Macri - primo liberale dichiarato dopo decenni - il Paese sudamericano è di nuovo sull' orlo di una crisi finanziaria. In una situazione non drammatica come quella che portò al crac del 2001-2002, ma che rende difficile non evocarlo. Tutto ruota attorno alla più classica delle tradizioni argentine - più del tango e dell' asado di carne - e cioè la corsa a liberarsi del peso e accumulare dollari ai primi segnali di crisi.

In pochi giorni la moneta locale ha subìto un collasso, spingendo la banca centrale ad aumentare per tre volte i tassi di interesse. La stretta è arrivata al 40 per cento e gli interventi delle autorità monetarie per fermare la domanda hanno toccato i 5 miliardi di dollari. Ormai per comprare un biglietto verde servono 23 pesos, il livello più alto da quando saltò la convertibilità, il rapporto 1 a 1 tra le due monete negli anni Novanta. Stavolta in soli quattro mesi il peso ha perso quasi un quarto del suo valore. L' altra misura di Macri è stato tagliare la previsione di deficit pubblico dal 3,2 al 2,7 per cento del Pil, sempre con l' obiettivo di calmare i mercati.

MAURICIO MACRIMAURICIO MACRI
Quando sostituì Cristina Kirchner, il presidente di origini calabresi promise di liberare l' Argentina dagli effetti nefasti del populismo con una politica di rigore finanziario che avrebbe riportato il Paese alla crescita. Vennero eliminati i controlli sul cambio e quelli sulle importazioni, favorite le esportazioni e eliminate le tariffe pubbliche a prezzi calmierati. È stata chiusa definitivamente la lunga vertenza sui tango bonds con i fondi che ancora ne avevano in portafoglio da 15 anni.
La fiducia dei mercati è venuta via via diminuendo quando ci si è resi conto che la ricetta non funzionava granché.

MAURICIO MACRIMAURICIO MACRI
L' inflazione in Argentina è ancora molto alta (attorno al 25 per cento all' anno, con un obiettivo ufficiale di portarla al 15), la crescita incerta mentre gli indici di disoccupazione e povertà restano alti. L' aumento dei tassi a livello internazionale, a partire da quelli Usa, ha accelerato la crisi. Infine una nuova tassa sui capital gain degli investitori stranieri voluta dal governo per ridurre il deficit ha fatto scattare la corsa a vendere pesos e comprare dollari. Sta succedendo anche nel vicino Brasile, ma in Argentina la fragilità dei conti pubblici ha effetti assai più evidenti.

cristina kirchnerCRISTINA KIRCHNER
«È tutto sotto controllo - assicura il capo di gabinetto Marcos Peña -. Una situazione di volatilità come quella che stiamo attraversando può accadere con il cambio flessibile, con il quale stiamo imparando a vivere». La popolarità di Macri è in calo, perché i sacrifici chiesti alla gente per normalizzare un' economia drogata dai precedenti governi si stanno rivelando assai più pesanti del previsto. In tutto questo c' è chi vede il desiderio di Macri di arrivare alla rielezione (alla fine del prossimo anno) con un' economia più vigorosa come una delle cause di alcune mosse false degli ultimi tempi.

Le stime del governo tuttora parlano per quest' anno di una crescita attorno al 3 per cento, nonostante la siccità che ha creato problemi all' agricoltura. Ma non c' è nulla che possa distruggere un politico in Argentina come il crollo della moneta, la storia lo insegna tra le pampas da due secoli.


LA TURCHIA RISCHIA DI FALLIRE E IL MERITO VA TUTTO A TRUMP - GRAZIE AL RIALZO DEI TASSI AMERICANI, IL GOVERNO ERDOGAN PUÒ CADERE
Ugo Bertone per ‘Libero Quotidiano

Un soffio di vento, mica una tempesta. Eppure è bastato che i rendimenti delle obbligazioni decennali Usa salissero di poco oltre il 3% per meno di una settimana per far crollare la finanza di due Paesi tanto importanti quanto indebitati. Il caso più clamoroso è quella dell' Argentina, costretta venerdì a far salire il costo del denaro fino al 40% per tamponare la fuga dal peso.
erdogan lira turcaERDOGAN LIRA TURCA

La misura ha recato un sollievo temporaneo, ma sono in pochi a pensare che i mercati concedano grande credito al presidente Macrì che chiede tempo per realizzare le sue «riforme graduali», una ricetta che a Buenos Aires non ha mai funzionato.

Ma la situazione più esplosiva riguarda un Paese ben più vicino ed importante per le nostre relazioni economiche: la Turchia. Venerdì è stato un venerdì nero per la lira turca, che in una sola settimana, la peggiore dal 2008, ha lasciato sul terreno più del 5% del suo valore (addirittura il 10% da gennaio). Un bel guaio per un Paese fortemente indebitato in dollari che ha in cassa riserve valutarie in sufficienti per sostenere una fuga di capitali.
Una situazione di emergenza esasperata dalla congiuntura politica, estremamente delicata.

BIVIO ELETTORALE
erdogan macronERDOGAN MACRON
Il presidente Erdogan, infatti, ha indetto le elezioni anticipate per il prossimo 24 giugno, con l' obiettivo dichiarato di prendere possesso dei poteri che la nuova Costituzione da lui voluta garantisce al capo dello Stato e poter così prendere, parole sue, «decisioni importanti per l' economia». La reazione della grande finanza però non è stata quella che il Sultano si attendeva.

A sorpresa l' agenzia Standard & Poor' s ha abbassato il rating della Turchia, nel timore di nuove regalie fiscali prima del voto, nonostante una congiuntura economica in rapido deterioramento. In settimana, infatti, l' allarme è stato confermato da alcuni segnali, tra cui l' aumento dell' inflazione al 10,85% che la banca centrale non è in grado di contenere nonostante i numerosi rialzi del costo del denaro (finora cinque dall' inizio del 2017).
ERDOGAN TRUMPERDOGAN TRUMP

L' economia, già sicuro puntello e àncora di salvezza di Erdogan, minaccia così di trasformarsi in una mina per la sua affermazione elettorale comunque probabile contro il rivale Muharrem Ince, che si richiama all' eredità laica di Atatürk, e Demirtas, il candidato del Pkk curdo, oggi in prigione. Il mercato si sta rendendo conto che il lucido calcolo politico del Sultano potrebbe proprio essere quello di congelare la sua posizione politicamente dominante senza aspettare la fine naturale del mandato (2019) prima che la congiuntura economica possa prendere una piega davvero spiacevole.

FUTURO INCERTO
Si spiega così il pessimismo che ha fatto volare alle stelle il rischio Turchia, ai massimi dal 2008 a giudicare dall' andamento dei cds, mentre la stima delle banche è scivolata ai minimi tra i Paesi emergenti.

Secondo una stima di Bloomberg oggi gli istituti di Ankara valgono circa un quarto di quelli dell' India, un Paese che, come la Turchia, deve fare i conti con l' aumento del prezzo del greggio. Non è una bella notizia per le nostre imprese, come Astaldi o Unicredit.

STANDARD AND POOR'SSTANDARD AND POOR'S
L' unica nota positiva è che il rialzo dei tassi Usa, per ora, sembra sotto controllo. E la fuga dei capitali dai mercati emergenti, confermata dal calo dei fondi (-4,2% da inizio anno) potrebbe essere sospesa, così come sperano i Paesi nel mirino, dal Sud Africa al Messico, dove presto si andrà a votare. Ma non sarà comunque facile rimettere in sesto il castello di carta dell' Argentina.

O il tesoro del Sultano di Istanbul, schiacciato dai debiti nonostante i tributi pagati dall' Unione Europea.

Fonte: qui