9 dicembre forconi: Cgia
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mercoledì 14 novembre 2018

GLI ITALIANI PAGANO 600 EURO DI TASSE IN PIU' RISPETTO ALLA MEDIA UE

TRA LE NAZIONI PIÙ IMPORTANTI SOLO FRANCIA, BELGIO E  SVEZIA HANNO REGISTRATO UNA PRESSIONE FISCALE SUPERIORE ALLA NOSTRA 

IN ATTESA DELLA FLAT TAX NEL 2019 C'E' IL RISCHIO CHE LE TASSE LOCALI TORNINO AD AUMENTARE…

Se l’anno scorso avessimo avuto la stessa pressione fiscale della media Ue, ciascun italiano, compresi neonati e ultracentenari, avrebbe risparmiato quasi 600 euro. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia che ha messo a confronto la pressione fiscale registrata nel 2017 nei principali Paesi europei e, successivamente, ha calcolato il differenziale di tassazione pro capite esistente tra gli italiani e i cittadini dei principali paesi dell’Unione.
Dai dati emerge che tra le nazioni più importanti solo in Francia, in Belgio e in Svezia hanno pagato più di noi, rispettivamente 1.765, 1.196 e 712 euro. Ad eccezione dell’Austria che nel 2017 ha registrato il nostro stesso carico fiscale, tutti gli altri, invece, hanno avuto una pressione fiscale inferiore alla nostra; si tratta di un carico che ha assicurato un risparmio di tassazione pro capite rispetto ai cittadini italiani pari a 541 euro in Germania, a 996 euro in Olanda, a 1.964 euro nel Regno Unito e a 2.164 euro in Spagna. 
Rispetto alla media dell’Unione europea, pertanto, nel 2017 ogni italiano ha ipoteticamente versato al fisco 598 euro in più.
In attesa della riduzione del peso fiscale, grazie all’estensione a tutti i contribuenti dell’applicazione della flat tax, nel 2019 corriamo il rischio che le tasse locali tornino ad aumentare. La manovra, infatti, non ha confermato i blocchi delle imposte territoriali introdotte nel 2015, pertanto è probabile che Sindaci e Governatori rivedano all’insù le addizionali Irpef e le aliquote dell’Irap, dell’Imu e della Tasi sulle seconde case e i capannoni. Se ciò si verificasse sarebbe una vera e propria iattura per i bilanci delle famiglie e delle imprese”, denuncia il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo.
''Con tante tasse e con una platea di servizi erogati dal pubblico che negli ultimi anni è diminuita sia in qualità sia in quantità - segnala il segretario della Cgia Renato Mason - si sono sacrificati i consumi e gli investimenti. Inoltre, è diventato sempre più difficile fare impresa, creare lavoro e redistribuire ricchezza. Alle piccole e piccolissime imprese, in particolar modo, il calo dei consumi delle famiglie ha creato non pochi problemi finanziari, costringendo molte partite Iva a chiudere i battenti''.

TASSETASSE
E in questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva hanno registrato, statisticamente, i risultati più negativi. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.
Oltre all'eccessivo peso delle tasse è altrettanto evidente per Cgia che l'efficienza e la qualità della nostra Pubblica amministrazione "sono un grosso problema". Una situazione che emerge anche dai risultati dell'ultima indagine condotta dalla Commissione Europea sulla qualità della Pubblica Amministrazione a livello territoriale. Rispetto ai 192 territori interessati dall'analisi realizzata nel 2017, le principali regioni del Centro-Sud d'Italia compaiono per 8 volte nel rank dei peggiori 20, con la Calabria che si classifica addirittura al 190° posto.
tasseTASSE
Il risultato finale, conclude Cgia, è un indicatore che varia tra 100, ottenuto dalla regione finlandese Åland (1° posto). Sebbene sia relegato al 118° posto a livello europeo, il Trentino Alto Adige (indice pari a 41,4) è la realtà territoriale più virtuosa d'Italia; seguono, a pari merito, altre due regioni del Nordest: l'Emilia Romagna e il Veneto (indice pari a 39,4) che si collocano rispettivamente al 127° e al 128° posto della graduatoria generale. Subito sotto troviamo la Lombardia (38,9) che è al 131° posto e il Friuli Venezia Giulia (38,7) che si attesta al 133° gradino della classifica stilata dalla Commissione Europea. Male in particolar modo le regioni del Mezzogiorno dove si registrano le performance più preoccupanti. Se la Campania (indice pari a 8,4) è al 186° posto, l'Abruzzo (6,2) è al 189° e la Calabria, il territorio in cui la Pa funziona peggio tra tutte le nostre 20 realtà regionali, è addirittura al 190° gradino della graduatoria generale, con un indice di soli 1,8 punti (vedi Tab. 2).
TASSETASSE
Tornando alla stima delle pressione fiscale la Cgia avverte come il dato della pressione fiscale italiana relativa al 2017 non tenga conto dell'effetto del cosiddetto ''Bonus Renzi''. L'anno scorso, infatti, gli 80 euro ''concessi'' ai lavoratori dipendenti con retribuzioni medio-basse sono costati alle casse dello Stato 9,5 miliardi di euro. Un importo contabilizzato nel bilancio della nostra Amministrazione pubblica come spesa aggiuntiva. Pertanto, conclude, se si ricalcola la pressione fiscale considerando questi 9,5mld di euro che praticamente sono un taglio delle tasse, anche se contabilmente vanno ad aumentare le uscite, la pressione fiscale scende al 41,6 %.
Fonte: qui

martedì 16 ottobre 2018

IL SUD ITALIA STA MESSO PEGGIO DELLA GRECIA



LO STUDIO DELL’UFFICIO STUDI DELLA CGIA: L’ITALIA È SEMPRE PIÙ SPACCATA A METÀ (SAI CHE NOVITÀ) 

AL NORD SI TIENE IL PASSO CON LA GERMANIA, E LE PERSONE HANNO A DISPOSIZIONE 15.600 € (SIC!) IN PIÙ ALL’ANNO RISPETTO A CHI ABITA DA ROMA IN GIÙ, DOVE TRA IL 2008 E IL 2017 I DISOCCUPATI SONO AUMENTATI DI 592MILA UNITÀ


ITALIA - LE DIFFERENZE NORD SUDITALIA - LE DIFFERENZE NORD SUD
L’Italia è un Paese sempre più spaccato a metà: se, dopo la crisi, il Nord ha ripreso a correre e con qualche difficoltà tiene il passo della locomotiva d’Europa, vale a dire la Germania, il Sud, invece, arranca e presenta una situazione socio/occupazionale addirittura peggiore della Grecia (ma con un pil pro-capite superiore) che da oltre un decennio è stabilmente il fanalino di coda dell’Eurozona.

E’ questo il risultato a cui è giunto l’Ufficio studi della Cgia dopo aver comparato una serie di indicatori economici, occupazionali e sociali della Germania con il Nord Italia e della Grecia con il nostro Mezzogiorno.
lavoroLAVORO

In termini di Pil pro capite il Nord Italia sconta un differenziale negativo con la Germania di poco superiore ai 4.300 euro; il dato del Mezzogiorno, invece, è superiore a quello greco di 2.000 euro. Tuttavia un cittadino del settentrione dispone di oltre 15.600 euro all’anno in più rispetto a un residente al Sud.

Sul versante della produttività del lavoro (valore aggiunto per occupato in euro), invece, sia il Nord sia il Sud hanno la meglio rispettivamente della media tedesca e di quella greca. E’ questo l’unico indicatore tra i 10 presi in esame dove l’esito delle due macro aree del nostro Paese è migliore di quello registrato a Berlino e ad Atene.

cercare lavoroCERCARE LAVORO
In merito all’export, infine, i dati della Germania non hanno eguali nel resto d’Europa, tuttavia il Nord Italia si difende benissimo, registrando un gap molto contenuto, anche nel rapporto tra saldo commerciale e Pil. Tra la Grecia e il nostro Sud, invece, le esportazioni sul Pil sono maggiori nel Paese ellenico, anche se il Mezzogiorno d’Italia conta una bilancia commerciale meno squilibrata di quella greca.

Sul versante occupazionale le distanze tra i dati riferiti al mercato del lavoro tedesco e quelli del Nord Italia sono importanti. Se il tasso di occupazione generale in Germania è superiore di quasi 10 punti, il tasso di disoccupazione, invece, è di poco inferiore alla metà (3,8 contro il 6,9 per cento).

lavoroLAVORO
Altrettanto forte è il divario riferito al tasso di disoccupazione giovanile: in Germania è quasi 4 volte inferiore (6,8 contro il 24 per cento). Ugualmente preoccupanti i risultati che emergono dalla comparazione tra il nostro Sud e la Grecia. Solo per quanto concerne il tasso di disoccupazione generale il Mezzogiorno registra una situazione migliore di quella greca (19,4 contro 21,5 per cento). In tutti gli altri casi Atene ha sempre la meglio.

Sebbene il Nord Italia presenti degli indicatori occupazionali meno positivi della media tedesca, in materia di povertà o esclusione sociale la situazione si capovolge. Nelle nostre regioni settentrionali le percentuali sono inferiori sia al rischio povertà (19 contro 19,7 per cento), così come inteso dall’indicatore previsto dalla strategia Europa 2020, sia quando analizziamo il “tradizionale” indicatore del rischio povertà (12,1 contro il 16,5 per cento). Nelle comparazione tra il nostro Sud e la Grecia, infine, le distanze sono pesantissime e in entrambi i casi la popolazione greca presenta percentuali nettamente inferiori alle nostre.

SUD ITALIASUD ITALIA
A un decennio dall’inizio della crisi economica che ha pesantemente colpito il nostro Paese, il Sud è stata la ripartizione geografica del Paese più penalizzata. Secondo una elaborazione della Fondazione Leone Moressa, tra il 2008 e il 2017 il Mezzogiorno d’Italia ha perso 310.000 occupati e ha registrato un aumento dei disoccupati pari a 592mila unità. Sempre nello stesso arco temporale, al Nord i posti di lavoro sono aumentati di 74mila unità, mentre il numero dei senza lavoro è salito di 413mila.

L’Istat, tuttavia, stima che nel Mezzogiorno le unità di lavoro standard in nero siano pari a 1.300.000, contro le 776mila presenti nel Nordovest e le 517.400 “occupate” nel Nordest. La Cgia sottolinea la forte presenza dell’economia 'non osservata' al sud che, solo per la parte del lavoro irregolare, produce nel Mezzogiorno oltre 27 miliardi di euro di valore aggiunto sommerso all’anno.

Fonte: qui

martedì 12 dicembre 2017

LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE IMPIEGA, IN MEDIA, 3 MESI PER SALDARE UNA FATTURA: SIAMO TRA I PIU’ LENTI D’EUROPA (GRECIA ESCLUSA)

ITALIA DEFERITA ALLA CORTE DI GIUSTIZIA UE 

IL COMUNE PIU’ LENTO E' SCICLI, IN SICILIA: LE IMPRESE RIMBORSATE DOPO DUE ANNI! 

Fabio De Ponte per “la Stampa”

pubblica amministrazionePUBBLICA AMMINISTRAZIONE
A pagare e morire c' è sempre tempo. Il detto viene preso alla lettera dallo Stato italiano. I tempi di pagamento della nostra Pubblica amministrazione sono i più lunghi d' Europa, insieme a quelli del Portogallo. Peggio di noi fa solo la Grecia, che però in questi anni ha avuto bisogno di due salvataggi finanziari e ha subito una crisi economica pesantissima. Se in Francia una fattura mediamente viene pagata in 57 giorni e in Spagna in 78, in Italia bisogna attenderne 95. Impietoso il confronto con i paesi più virtuosi: Germania 23 giorni, Regno unito 22, Finlandia 22.

ITALIA E LA CORTE UE

pubblica amministrazione societa pubblichePUBBLICA AMMINISTRAZIONE SOCIETA PUBBLICHE
La questione è sotto la lente di Bruxelles già da tempo. La prima lettera della Commissione Ue all' Italia sull' argomento risale al giugno 2014. All' epoca, secondo i dati in possesso di Bruxelles, la Pa italiana pagava a 170 giorni beni e servizi e addirittura a 210 i lavori pubblici. Da allora la situazione è significativamente migliorata, i tempi sono praticamente dimezzati grazie alla riforma della pubblica amministrazione.

Ma ancora non basta: secondo le norme Ue le amministrazioni pubbliche dovrebbero pagare a 30 giorni. E solo «in circostanze molto eccezionali» a 60. Il che avviene se la media Ue è di 43 giorni. Così nei giorni scorsi la Commissione ha rotto gli indugi e ha deferito l' Italia alla Corte di giustizia europea. Pur «riconoscendo gli sforzi fatti dal governo italiano», ha scritto, «più di tre anni dopo il lancio della procedura di infrazione, le autorità pubbliche italiane ancora impiegano mediamente circa 100 giorni per liquidare le proprie fatture, con picchi anche considerevolmente più alti».

PUBBLICA AMMINISTRAZIONEPUBBLICA AMMINISTRAZIONE
LE LUMACHE

Il premio lumaca per l' ente più lento d' Italia (tra quelli che almeno li hanno dichiarati) va al Comune di Scicli, nel ragusano, che a pagare una fattura ci mette mediamente poco meno di due anni, 658 giorni. E questo non vale solo coi fornitori, ma persino con le famiglie. Sul sito del Comune, in un avviso del 10 agosto scorso, si legge che sono in pagamento i contributi per i libri di testo scolastici dell' anno 2014/15.

Ma Scicli è in buona compagnia. Seguono in classifica il Comune di Poggio Nativo (Rieti), con 508 giorni, quello di Torrebruna (Chieti) con 445, quello di Cerreto Sannita (Benevento) con 432. Sono 75 gli enti che dichiarano di pagare le fatture a oltre 200 giorni.

LA POLEMICA

CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEACORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA
Ma il Tesoro non ci sta. Un deferimento, quello alla Corte Ue, «ingiustificato e penalizzante - scrive - in un contesto in cui le pubbliche amministrazioni stanno procedendo sistematicamente verso i tempi di pagamento previsti dalla normativa europea». E contesta i numeri, mettendo avanti quelli rilevati dalla Piattaforma per i crediti commerciali (Pcc). Si tratta di un sistema digitale al quale si è registrato la maggior parte degli enti, mettendo così in condizione via Venti Settembre di tenere la situazione sotto controllo.

I NUMERI DEL MEF

il palazzo della commissione europea a bruxellesIL PALAZZO DELLA COMMISSIONE EUROPEA A BRUXELLES
Nell' anno 2016 sono state registrate oltre 27 milioni di fatture - scrive il Mef - per un importo totale pari a circa 138 miliardi di euro. In base alle informazioni fornite dagli enti, la piattaforma ha rilevato pagamenti relativi a circa 18,6 milioni di fatture, per un importo pari a 118,1 miliardi di euro, che corrisponde all' 85% del totale ricevuto. I tempi medi di pagamento sono pari a 60 giorni, a 13 quelli di ritardo.

Ritardo, segnala il Mef, in diminuzione del 50% rispetto al 2015. Numeri da prendere con cautela, segnala però lo stesso ministero sul proprio sito, in un aggiornamento del 25 settembre, spiegando che «il tempo medio di pagamento effettivo del totale delle fatture è con ogni probabilità più lungo di quello registrato tra gli enti che comunicano i dati». Il ministero ha elaborato così «una stima dei pagamenti mancanti ottenuta con metodologia statistica». 

Risultato: 64 giorni.

«SOLO I PIÙ VIRTUOSI»

inchino padoan1INCHINO PADOAN
È guerra di numeri. Che nasce, riassume il coordinatore dell' ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo, dal fatto che sulla piattaforma del Mef «si registrano solo le Pa più virtuose». C' è da dire che per venirne a capo il Tesoro sta mettendo a punto un nuovo sistema, Siope+, che dovrebbe dare risultati più certi.

LE CAUSE DEL PROBLEMA
Ma perché la Pa paga così in ritardo? Spesso per mancanza di liquidità - denuncia la Cgia - ma molte volte anche per semplice inefficienza delle amministrazioni. E a volte persino per «ritardi intenzionali». Ci si mettono poi anche i ricorsi, che inevitabilmente scaricano i dilatati tempi della giustizia civile sulla Pubblica amministrazione.

Fonte: qui

giovedì 24 novembre 2016

PER LA CGIA DI MESTRE IN ITALIA CI SONO 3,1 MILIONI DI LAVORATORI SENZA CONTRATTO

QUESTO ESERCITO DI “INVISIBILI” (INSIEME AI DATORI DI LAVORO CHE PREFERISCONO NON ASSUMERE) NON VERSANO TASSE E CONTRIBUTI E CREANO 77,2 MILIARDI DI EURO DI PIL IRREGOLARE ALL'ANNO

(ANSA) - Secondo una stima elaborata dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre sono 3.100.000 i lavoratori in nero presenti in Italia e oltre il 40 per cento (pari a quasi 1.270.000) sono "occupati" al Sud. Questo esercito di invisibili che ogni giorno lavora nel Paese senza versare tasse e contributi dà luogo a 77,2 miliardi di euro di Pil irregolare all'anno(LA CAUSA E' L'ECCESSIVA PRESSIONE FISCALE ED IL PESO INSOSTENIBILE DELLA BUROCRAZIA STATALE!).

Tre milioni di persone che sono costituiti da lavoratori dipendenti che fanno il secondo lavoro; da cassaintegrati o pensionati che arrotondano le loro magre entrate o da disoccupati che in attesa di rientrare ufficialmente nel mercato del lavoro sbarcano il lunario "grazie" ai proventi di una attività irregolare. La Regione più a "rischio" è la Calabria che presenta 143.000 lavoratori in nero e un'incidenza percentuale del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil pari all'8,7 per cento.
LAVORO NEROLAVORO NERO

Questa situazione, secondo l'elaborazione della Cgia, si traduce in 1,3 miliardi di euro di mancate entrate per lo Stato dalla Calabria. Segue la Campania che con 387.200 unità di lavoro irregolari "produce" un Pil in "nero" che pesa su quello ufficiale per l'8,4 per cento. Le tasse che mediamente vengono a mancare in Campania ammontano a 3,9 miliardi di euro all'anno.

Al terzo posto di questa particolare graduatoria troviamo la Sicilia: con 306.900 irregolari e un peso dell'economia sommersa su quella ufficiale pari al 7,8 per cento, le imposte e i contributi non versati sono pari a 3,2 miliardi di euro all'anno. Come ricordato oggi dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, la Cgia rileva che il valore aggiunto "prodotto" dal sommerso economico nel 2014 è stato stimato dall'Istat in 194,4 miliardi di euro (che include i flussi generati dalla sotto-dichiarazione, dal lavoro irregolare e dagli affitti in nero). Tale importo sale a 211,3 miliardi se si considerano anche le attività illegali (prostituzione, traffico stupefacenti e contrabbando di sigarette).

Fonte: qui