9 dicembre forconi: deputata
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sabato 9 novembre 2019

CERCAVANO MESSINA E HANNO TROVATO NICOSIA

IL LEGAME DELL'EX COLLABORATORE DELLA DEPUTATA OCCHIONERO COI FEDELISSIMI DI MESSINA DENARO. E I COLLEGAMENTI CON COSA NOSTRA AMERICANA. È NELLA CACCIA ALL'ULTIMO SUPERLATITANTE DI COSA NOSTRA CHE LA PROCURA DI PALERMO SI È IMBATTUTA NELL'ATTIVISTA RADICALE
M.Bova e G.Pipitone per www.ilfattoquotidiano.it

antonello nicosiaANTONELLO NICOSIA
Cercavano Matteo Messina Denaro. Legami, tracce, spiragli che dai clan di Agrigento potessero condurre alla latitanza del boss di Castelvestrano. E invece si sono imbattuti in Antonello Nicosia, attivista radicale, sedicente professore di “storia della mafia” all’Università di Santa Barbara in California, e soprattutto collaboratore della deputata Giuseppina Occhionero. È nella caccia all’ultimo superlatitante di Cosa nostra che gli investigatori della procura di Palermo sono arrivati a ordinare il fermo dell’uomo che definiva “primo ministro” il boss di Cosa nostra.

E addirittura invocava la protezione di “san Matteo” (riferendosi sempre a Messina Denaro ndr) nei messaggi vocali inviati alla parlamentare di Liberi e Uguali, recentemente passata con i renziani di Italia Viva. Una collaborazione, quella con Occhionero, che garantiva a Nicosia di accedere ai penitenziari e incontrare autorevoli boss di Cosa nostra. Padrini reclusi ai quali portava i messaggi dei clan.

MESSINA DENARO ANTONELLO NICOSIAMESSINA DENARO ANTONELLO NICOSIA
L’alta mafia – Secondo i pm, infatti, Nicosia, l’uomo che era stato eletto al congresso nazionale dei Radicali, l’attivista che conduceva su un’emittente locale una trasmissione sui diritti dei detenuti (si chiamava, non senza fantasia, “Mezz’ora d’aria“), aveva una doppia vita. Era “pienamente inserito nell’associazione mafiosa“, scrivono i pm Francesca Dessì e Geri Ferrara nel provvedimento di fermo. A certificarlo sono le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Paolo Guido, che documentano il rapporto strettissimo con il boss di Sciaccia Accursio Dimino, braccio destro del padrino Salvatore Di Gangi e in passato addirittura socio di Massimo Maria Berruti, ex finanziere, poi avvocato della Fininvest di Silvio Berlusconi e quindi deputato di Forza Italia.

MATTEO MESSINA DENAROMATTEO MESSINA DENARO
Ma non solo. Perché l’inchiesta della procura di Palermo conduce direttamente ai fedelissimi di Messina Denaro. Gli investigatori del Ros dei carabinieri e della Guardia di Finanza hanno fotografato un summit con due uomini storicamente vicinissimi all’ultima primula rossa delle stragi. E pure un legame stretto con Cosa nostra americana, ancora attivissima e legatissima alla terra nati. Insomma, stando alle carte dell’inchiesta, quelli frequentati da Nicosia non erano balordi di strada, ma mafiosi di rango. D’altra parte l’attivista radicale diventato collaboratore della deputata Occhionero aveva alle spalle una condanna a dieci anni e mezzo per spaccio di stupefacenti. Ma andiamo con ordine.

Il summit con gli uomini di Matteo – È il 14 febbraio del 2019 e a Porto Empedocle Nicosia incontra Giuseppe Fontana, detto Rocky. Un personaggio molto importante nella storia del clan di Castelvetrano: scarcerato nel 2013 dopo vent’anni di carcere, è legato a Messina Denaro da un’amicizia stretta fin da quando erano bambini. Negli anni ’90 Rocky Fontana era considerato l’armiere del clan: in una delle sentenze che lo riguardano è accertato che importava dall’estero mitragliatori Kalashnikov e Uzi.

Con Fontana e Nicosia c’era anche Fabrizio Messina, fratello di Gerlandino, capomafia dell’Agrigentino arrestato da latitante nel 2010. Piazzati a poca distanza c’erano gli uomini del Ros dei carabinieri, armati di fotocamera. “Il dato che deve assolutamente evidenziarsi è che lo spessore mafioso dei soggetti che si incontravano lasciava certamente intendere che detta riunione aveva ad oggetto argomenti mafiosi di natura interprovinciale posto che, a parteciparvi, erano un importante uomo d’onore di Castelvetrano e un altrettanto importante uomo d’onore di Porto Empedocle”, annotano i pm.
MATTEO MESSINA DENAROMATTEO MESSINA DENARO

L’amico di Castelvetrano – Il lavoro degli investigatori è difficoltoso: più che docente o attivista per i diritti dei detenuti, infatti, Nicosia si comporta da ricercato. “Questi dove li lasciamo”, chiedeva prima di un altro incontro, riferendosi ai cellulari. Nicosia era preparatissimo anche sui tempi dei decreti per piazzare le microspie ambientali: “Io ogni mese cambio la macchina” perché “ci vogliono 45 giorni prima per l’autorizzazione e io gliela vado a lasciare prima”. Anche nel summit di Porto Empedocle gli inquirenti riescono a intercettare pochi dialoghi: a un certo punto fotografano Fontana mentre si prende la briga di lasciare il telefono a bordo della sua auto, prima di rimettersi a discutere con gli altri.

antonello nicosiaANTONELLO NICOSIA
“Ma l’amico vostro a Castelvetrano è? A lui non gli si deve dire? A lui si deve dare il giusto”, diceva Messina, in una delle poche frasi registrate. L’amico di Castelvetrano è chiaramente Messina Denaro. “Gli si deve dare quello che il giusto … quello che”, era la risposta dell’attivista radicale. “La possibilità per il Nicosia di interloquire con associati mafiosi su una questione di natura economica, che rivestiva evidentemente enorme importanza per il sodalizio, e i riferimenti fatti alla destinazione di somme all’amico di Castelvetrano, rivela ancora una volta il pieno inserimento dell’indagato nell’associazione Cosa nostra”.

Fonte: qui

sabato 17 marzo 2018

IL SALTO CARPIATO DI DONATELLA FERRANTI: DA DEPUTATA PD A GIUDICE DI CASSAZIONE SENZA AVER MAI SCRITTO UNA SENTENZA


UNA VERGOGNA TUTTA ITALIANA!!!

IL CSM DÀ IL VIA LIBERA 


L’EX PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DELLA CAMERA RIENTRA IN MAGISTRATURA DOPO 10 ANNI IN POLITICA

Stefano Zurlo per il Giornale

Un salto spettacolare. Più lungo di quello, celeberrimo, di Bob Beamon alle olimpiadi di Città del Messico. Da presidente della Commissione giustizia della Camera, in quota Pd, a giudice di cassazione. Un record, anche per l' Italia abituata a non stupirsi di nulla. In un batter di ciglia Donatella Ferranti si sfilerà la casacca del Partito democratico, indosserà la toga prestigiosissima di Giudice supremo e scriverà sentenze in nome del popolo italiano.

Altro che porte girevoli e valutazioni di opportunità.
Il Csm ha sbrogliato alla velocità della luce un caso che si annunciava delicato e scivoloso. Soprattutto, ha risparmiato al deputato uscente, non più ricandidato, tutta la difficile trafila per aspirare a un ruolo cosi importante. La Ferranti torna alla sua prima vita di magistrato: nel 1998, vent' anni fa, lasciò la procura di Viterbo, dove era pm, e approdò proprio al Csm. Qui diventò nel 2004 segretario generale, incarico ricoperto fino al 2008 quando sbarcò in parlamento. E il curriculum le è servito per conquistare nella legislatura che si chiude nei prossimi giorni la presidenza della Commissione giustizia della Camera, prima guidata da Giulia Bongiorno.
donatella ferrantiDONATELLA FERRANTI

Ora, dopo dieci anni a Montecitorio, rieccola in magistratura. Per carità, il pendolarismo fra giustizia e politica è un fenomeno registrato e criticato da anni. Più di una toga è stata eletta in parlamento, a destra come a sinistra. I più scrupolosi si sono dimessi, molti hanno giocato la carta dell' aspettativa, pronti a rientrare nell' ordine giudiziario dopo la parentesi parlamentare.

È la parabola della Ferranti che però ha messo il turbo, con un' accelerazione senza precedenti. In teoria avrebbe dovuto occupare una casella equivalente a quella di partenza, qualcosa di paragonabile al ruolo di pm svolto nel passato.
Invece, nelle pieghe della legislazione, è saltata fuori una norma ad hoc: il segretario generale del Csm - in buona sostanza un incarico amministrativo di alto livello - viene equiparato al giudice di cassazione. Et voilà, alla quasi unanimità, col solo voto contrario del togato Aldo Morgigni di Autonomia e indipendenza, la Ferranti è stata catapultata in Cassazione. Anche se non ha mai prodotto una sentenza in vita sua.

Un premio doppio. Perché la neonominata si è risparmiata un iter difficile. Prima l' esame da parte di una commissione di cinque membri. Poi il concorso e la sfida agli altri candidati. Per la cronaca, nella stessa seduta Palazzo dei Marescialli ha bandito una «gara», mettendo in palio 20 posti per la Suprema corte. Lei non ne avrà bisogno.

Fonte: qui