9 dicembre forconi: Irpef
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martedì 3 settembre 2019

L'ITALIA HA IL DEPRIMENTE RECORD PER IL COSTO DEL LAVORO: QUANDO VA BENE, UN DIPENDENTE COSTA IL DOPPIO DI QUANTO GUADAGNA, MA SI ARRIVA TRANQUILLAMENTE AL 58% DELLO STIPENDIO LORDO CHE SE NE VA IN TASSE, CONTRIBUTI E TRATTENUTE, PER CERTE CATEGORIE DI LAVORATORI

MA CI SONO TRE OSTACOLI SULLA STRADA DELLA SUA RIDUZIONE 

Cristiano Dell'Oste e Valentina Melis per www.ilsole24ore.com

Il rapporto, quando va bene, è di uno a due. Oggi un operaio metalmeccanico che guadagna 23.290 euro all’anno (quasi 1.800 euro netti al mese) ne costa alla sua azienda poco meno di 50mila. Per l’esattezza 49.445. In pratica, il cuneo fiscale e contributivo arriva al 52,9%, fra trattenute in busta paga e oneri a carico del datore di lavoro. È un cronico difetto del sistema italiano, che il confronto in atto tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico ha riportato in cima all’agenda politica.

Il record italiano

tasseTASSE
L’Ocse ha rilevato per il nostro Paese un’incidenza media del “cuneo” pari al 47,9 per cento. Un record negativo secondo solo a Belgio e Germania, tra gli Stati dell’organizzazione. Ma le simulazioni del Sole 24 Ore del Lunedì rivelano che la percentuale può essere ben superiore, arrivando al 54,1% per un impiegato nel commercio con una retribuzione annua lorda (Ral) di 44mila euro. E addirittura al 57,5% per un assistente di cantiere con una Ral di 50mila euro. Con differenze che dipendono dal peso variabile dei contributi Inail e della detrazione Irpef per lavoro dipendente, oltre che dall’articolazione delle voci contributive minori (enti bilaterali, fondi di assistenza e così via).

L’obiettivo di ridurre il cuneo, per adesso, sembra condiviso. Entrare nei dettagli, però, non sarà facile. Per almeno tre motivi, che riguardano la copertura finanziaria, le finalità dell’operazione e la sostenibilità previdenziale.

Finora sono circolate diverse ipotesi. Nelle scorse settimane il Movimento 5 stelle aveva proposto di “compensare” l’introduzione del salario minimo con un taglio del cuneo fiscale. Appena due giorni prima che Matteo Salvini gli ritirasse la fiducia, il premier Giuseppe Conte aveva indicato come prioritario un intervento sul cuneo «a vantaggio di lavoratori e pensionati» per «liberare risorse effettive a favore delle buste paga».

In ambienti del Partito democratico, invece, si è parlato di una riduzione di un punto percentuale all’anno per cinque anni. Oppure di un intervento sulla falsariga del bonus da 80 euro, ma destinato ai contribuenti con redditi fino a 55mila euro. Tra gli scenari possibili ci sono anche sconti più selettivi legati alle nuove assunzioni o una sforbiciata dei contributi minori che gravano sulle imprese, a partire dall’1,61% destinato a finanziare la Naspi.


Dalla teoria alla pratica, gli ostacoli sulla via del taglio sono tre.

1. Le risorse. Una volta evitato il rincaro dell’Iva (23,1 miliardi) quanto denaro rimarrà per il cuneo? Interventi a tappeto costano molto e rischiano di tradursi in pochi euro a contribuente.

Il bonus 80 euro impegna 9,5 miliardi all’anno (dati 2017) e va a 11,7 milioni di lavoratori con un reddito tra 8mila e 26mila euro. Nella fascia fino a 55mila euro ci sono altri 4,5 milioni di contribuenti. Con tutta evidenza, un intervento significativo a loro favore costerebbe alcuni miliardi.

2. La sostenibilità previdenziale. La fetta più grande del cuneo è costituita dai contributi previdenziali (33% a carico dell’azienda e 9,19% a carico del dipendente). È chiaro che incidere su questa voce può rivelarsi un boomerang per i futuri assegni pensionistici, proprio mentre l’Ocse prevede che nel 2050 in Italia ci saranno più pensionati che lavoratori.

È anche per questa ragione che si è ipotizzato di tagliare i contributi minori o destinati a finanziare prestazioni accessorie, come la Naspi, che potrebbero essere messi a carico della fiscalità generale.

3. Le finalità dell’operazione. A parità di costo per lo Stato, i tagli non sono tutti uguali. Un conto è ridurre l’Irpef per aumentare il “netto in busta paga” (per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori e, si spera, aumentare la domanda interna). Un altro è tagliare gli oneri a carico del datore di lavoro (per difendere la competitività delle aziende e agevolare nuove assunzioni).

Fonte: qui

martedì 7 maggio 2019

UN PAESE DIVISO TRA POVERI CRISTI E SOLITI FURBI

IL 12% DEGLI ITALIANI PAGA IL 58% DELLE TASSE - IL 49,3% DICHIARA DI NON AVERE REDDITO E QUINDI NON PAGA NULLA. 27,3 MILIONI DI ITALIANI PAGANO IN MEDIA 157 € L'ANNO DI TASSE, PRATICAMENTE ZERO CONTRIBUTI, E SARANNO TUTTI A CARICO DELLA COLLETTIVITÀ IN FUTURO. 

I 467MILA CONTRIBUENTI CHE GUADAGNANO IN MEDIA 52MILA EURO NETTI L'ANNO PAGANO IL 19,35% DI TUTTA L’IRPEF

Alberto Brambilla e Paolo Novati (Centro Studi Itinerari previdenziali) per ''L'Economia - Corriere della Sera''

I numeri che non tornano
Politica e media, quasi tutti, sono concordi: siamo un Paese «strozzato» dalle tasse. E, dunque, bisogna ridurre le aliquote, introdurre la flat tax, aumentare le agevolazioni o la no tax area. Sono molte e tumultuose le proposte per porre rimedio al problema. Ma è proprio così? Dalle elaborazioni effettuate da «Itinerari Previdenziali» su dati del ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate non sembra proprio.

Irpef Irap InpsIRPEF IRAP INPS
Un primo dato: su 60,48 milioni di cittadini residenti a fine 2017, quelli che hanno presentato la dichiarazione dei redditi (i contribuenti dichiaranti) sono stati 41.211.336, ma quelli che versano almeno un euro di Irpef sono 30.672.866. Possiamo dedurre che il 49,29% degli italiani non ha reddito e quindi non paga nulla di Irpef. Non è oppresso.

Quanti sono a carico (e non lo sanno)
Ma un altro dato è più eclatante: i contribuenti delle prime due fasce di reddito (fino a 7.500 lordi l’anno e da 7.500 a 15 mila euro) sono 18.622.308, pari al 45,19% del totale e pagano solo il 2,62% di tutta l’Irpef (2,82% nel 2016). A questi contribuenti corrispondono 27,331 milioni di abitanti i quali, considerando anche le detrazioni, pagano in media circa 157,9 euro l’anno e, di conseguenza, si suppone anche pochissimi contributi sociali, e quindi con molte probabilità saranno dei futuri pensionati assistiti dalla collettività.

Tra i 15 mila e i 20 mila euro di reddito lordo annuo dichiarato (17.500 euro la mediana) troviamo 5,8 milioni di contribuenti pari a 8,5 milioni di abitanti. Questi contribuenti pagano un’imposta media annua di 1.979 euro, che si riduce a 1.348 euro se rapportata agli abitanti; anche questa fascia di reddito paga un’Irpef insufficiente per coprire il costo pro capite della sola spesa sanitaria. I 1.979 euro di Irpef potranno sembrare tanti, ma se la politica facesse ragionare la gente anziché dire che le tasse sono troppo alte, farebbe comprendere che una gran parte degli italiani sono già oggi «a carico» di altri concittadini.
TASSETASSE

L’esempio della spesa sanitaria
Prendiamo ad esempio la spesa sanitaria nazionale che costa pro-capite circa 1.878,16 euro. Per i primi 2 scaglioni di reddito la differenza tra l’Irpef media versata e il solo costo della sanità, ammonta a 47 miliardi che sono a carico degli altri contribuenti. E parliamo solo della sanità, senza considerare tutti gli altri servizi forniti dallo Stato e dagli enti locali, di cui pure beneficiano, ma che qualche altro contribuente si dovrà accollarsi.

A questa cifra dobbiamo sommare altri 2,52 miliardi per i cittadini con redditi tra i 15 e i 20 mila euro che pagano un’imposta media di 1.348 euro l’anno. Il totale fa circa 50 miliardi che dovranno pagare i cittadini che dichiarano redditi dai 35 mila euro in su. Una cosa è certa: per lo meno quasi la metà della popolazione italiana non può certo lamentarsi per le imposte in quanto non le paga proprio; a questi possiamo aggiungere quel 14% che paga imposte insufficienti per pagarsi la sola sanità. E allora, chi paga le imposte?

irpefIRPEF
Vi presento i «ricchi»
Il gettito Irpef al netto del «bonus Renzi» (di cui beneficiano 11,7 milioni di contribuenti per un costo di 9,5 miliardi) è pari a 164,701 miliardi (così suddivisi 147,9, l’89,84% del totale, dall’Irpef vera e propria; 11,9 miliardi per l’addizionale regionale e 4,8 miliardi per quella comunale). Il grosso di questi 164 miliardi è a carico del 12,28% di contribuenti, poco più di 5 milioni di soggetti che dichiarano redditi da 35 mila euro in su e che pagano ben il 57,88% contro il 2,62% pagato dal 45,19% di dichiaranti.

Sono i «ricchi» ai quali Luigi Di Maio non darebbe mai la flat tax, ma taglia le pensioni. Ricapitolando: 1) I contribuenti con redditi lordi sopra i 100 mila euro (per inciso: il netto di 100 mila euro è pari a circa di 52 mila euro) sono l’1,13%, pari a 467.442 contribuenti, che tuttavia pagano il 19,35% di tutta l’Irpef; 2) tra 200 e 300 mila euro di reddito troviamo lo 0,176%, circa 59 mila contribuenti che pagano il 2,99% dell’Irpef; 3) sopra i 300 mila euro solo lo 0,093% dei contribuenti versanti, circa 38.227 persone che pagano però il 5,93% dell’Irpef.

Il «contrasto» di interessi che ci farebbe bene
pensionati esteroPENSIONATI ESTERO
Considerando poi che è difficile credere che quasi 36 milioni di abitanti vivano con redditi inferiori ai 20 mila euro lordi l’anno, si dovrebbe immaginare una politica fiscale che incentivi l’emersione attraverso il contrasto di interessi tra chi compra la prestazione e chi la fornisce. Per esempio, in via sperimentale, per un triennio, si potrebbe consentire di dedurre ogni anno almeno il 50% di tutte le spese sostenute dalle famiglie, Iva compresa, per lavori di casa, meccanici, assistenti familiari e altro.

Questo «contrasto di interessi» può garantire, a differenza delle forme di tassazione che non prevedono la possibilità di deduzioni e detrazione e che incentivano a non chiedere scontrini e fatture, tanto non servono poiché indeducibili, addirittura un aumento del gettito, favorendo al contempo la famiglia che beneficia di una deduzione importante (pari a una 14° mensilità) mentre l’enorme schiera di evasori o elusori dovrà pagare tasse e contributi con grave sollievo di artigiani e lavoratori autonomi onesti e che pagano le tasse.


Il taglio miope e il rimborso opinabile
PENSIONEPENSIONE
Cosa succede invece? Assistiamo a un taglio vistoso delle pensioni di quello sparuto 1% di popolazione che nella vita attiva ha dichiarato oltre 100 mila euro di reddito e a un ridotto adeguamento delle pensioni sopra i 1.600 euro lordi al costo della vita. Per contro si è deciso di rimborsare tutti quei «poveri» , con un patrimonio immobiliare che potrebbe essere portata addirittura a 200.000 euro, che hanno investito in titoli o azioni di banche fallite, magari senza neppure chiedere ai suddetti come li hanno fatti quei soldi. Due pesi e due misure che essendo «non eque» alla fine presenteranno un conto salato. Peccato che comunque a pagare in termini economici saremo sempre noi. Fonte: qui