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venerdì 6 dicembre 2019
domenica 15 settembre 2019
‘AUTOSTRADE’ TRUCCAVA I DATI, TRE ARRESTI E SEI FUNZIONARI SOSPESI PER I REPORT SULLA SICUREZZA AMMORBIDITI DOPO IL CROLLO DEL MORANDI: “GRAVI RISCHI PER GLI AUTOMOBILISTI”

“QUI LA PRENDIAMO NEL CULO”
LO SFOGO DI UN INGEGNERE: "NON E’ POSSIBILE UNA SUPERFICIALITA’ COSI’ SPINTA DOPO LA SCIAGURA DI GENOVA. I COINVOLTI NON HANNO CAPITO UN CAZZO ETICAMENTE”
E IL PD APRE ALLA REVOCA PARZIALE DELLA CONCESSIONE (SOLO DELL’AUTOSTRADA LIGURE A10)
CROLLA IL TITOLO ATLANTIA
Marco Menduni per la Stampa
Tra il viadotto Pecetti, 132 metri su due campate, uno dei giganti dell' A26 che dal Piemonte scende giù al mare di Voltri, e l' area in cui sorgeva il ponte Morandi ci sono 15 chilometri di distanza. Venti minuti al massimo, in macchina. In quei 15 chilometri si dipana l' inchiesta arrivata, qualche settimana dopo l' anniversario della tragedia del 14 agosto, la messa cantata, la commemorazione delle 43 vittime, alla prima grande svolta giudiziaria.
Non è il corpo principale dell' inchiesta per la sciagura di Genova. Ma è la prima risposta alle richieste di giustizia e delinea, in quello che la procura ricostruisce, un quadro inquietante della gestione della sicurezza.
Finiscono ai domiciliari Massimiliano Giacobbi di Spea, la controllata di Autostrade per le manutenzioni e la sicurezza, e due pezzi grossi di Aspi della direzione VIII tronco, Gianni Marrone e Lucio Torricelli Ferretti. Poi in sei vengono sospesi dai pubblici servizi per 12 mesi: Maurizio Ceneri, Andrea Indovino, Luigi Vastola, Gaetano Di Mundo, Francesco D' antona e Angelo Salcuni. Altri sei rimangono indagati a piede libero. E fanno 15. Tutti nel mirino dei pm, con diverse sfumature, accomunati da un' accusa che i magistrati scandiscono in cento pagine fitte di ordinanza in maniera precisa. C' era un disegno per edulcorare i test e le verifiche, per far sì che le criticità e i potenziali pericoli venissero sottovalutati.
Il giorno prima del Ferragosto dell' anno scorso il Morandi crolla, portando con sé il suo carico di morti e dolore. Cambia, questa sciagura, il modo di agire? Pare di no, perché uno degli indagati intercettato ha un sussulto di dignità e ammonisce il suo interlocutore: «Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 di agosto, vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un cazzo.».
La vicenda, nelle carte della procura, si svolge parallela su un asse lunghissimo che congiunge la Liguria alla Puglia, con due ponti sotto osservazione. Riparte da qui, sotto al viadotto Pecetti. Il grande ponte che dal basso fa paura, sentimento rinforzato dalle fotografie scattate dagli abitanti della zona.
Le pagine dei magistrati sono complesse, sia in punto di diritto che in considerazioni ingegneristiche. Ma il senso vero può esser riassunto così: i tecnici rilevano che si è rotto uno dei cinque cavi costituiti da trefoli intrecciati.
La falsa ricostruzione
Da quel momento scatta il tentativo, sempre nella ricostruzione dei pm, di negare la verità. Il cavo spezzato è uno dei tre principali. Però viene accreditata una ricostruzione alternativa e falsa: che in realtà sia uno dei due secondari, meno importante. Perché così il pericolo viene sminuito. Perché così non si deve vietare il transito ai mezzi più pesanti.
Perché così transita anche quel trasporto eccezionale da 141 tonnellate, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre dell' anno passato. Erano consapevoli, gli indagati, di quel che stavano facendo? Gli inquirenti dicono di sì: per evitare che le conversazioni telefoniche venissero intercettate, c' è anche chi ha usato il jammer, un dispositivo che le protegge.
L' altro caso, scoperto nelle prime fasi dell' indagine del Morandi, è più lontano nello spazio. Il viadotto si chiama Paolillo, si trova sull' A16, in Puglia. Spiega la procura che è stato costruito in maniera differente rispetto al progetto, ma anche in questo caso si è cercato di occultare la verità.
Eppure, proprio per le differenze accertate, le relazioni di calcolo e di contabilità non potevano garantire nulla sulla reale sicurezza. Non era più il viadotto progettato, quei dati non significavano più nulla.
Qui emerge un altro elemento choc dell' inchiesta. «C' è una disinvoltura degli indagati a modificare le relazioni tecniche - scrive il gip - in spregio alle loro finalità di sicurezza».
C' è chi, come il dirigente dell' VIII tronco di Bari Marrone, è già stato condannato in primo grado l' 11 gennaio alla pena di 5 anni e 6 mesi per i reati di omissione di vigilanza e alla manutenzione del viadotto Acqualonga, «ma ha perseverato durante il dibattimento nelle proprie condotte».
Il riferimento è all' incidente del 28 luglio 2013 con 40 vittime: un pullman con i freni rotti, tradito dalla mancata resistenza del guard rail, precipita giù.
La replica di Autostrade Autostrade, ovviamente, reagisce. I due viadotti, sostiene, sono assolutamente sicuri: «Gli interventi di manutenzione sono stati conclusi diversi mesi fa e la società ha inviato il 4 dicembre 2018 al ministero delle Infrastrutture e Trasporti un report contenente il dettaglio degli interventi manutentivi realizzati e delle verifiche effettuate sui viadotti della rete, tra cui il Pecetti e il Paolillo». Per il caso-Pecetti, sottolinea, aveva già «provveduto a cambiare la sede operativa dei due dipendenti interessati dai provvedimenti».
In serata, poi, le determinazioni del Cda di Atlantia, la holding di cui Aspi fa parte: un audit da affidare a una «primaria società internazionale» per verificare la corretta applicazione delle procedure aziendali da parte delle società e delle persone coinvolte. Arriva anche la dichiarazione del presidente della Regione Giovanni Toti: «Quanto emerge sconcerta, in particolare chi amministra una città e una regione che hanno vissuto la tragica esperienza di ponte Morandi. Pretendiamo verità, processi brevi e pene esemplari per chi sarà giudicato responsabile. Genova, la Liguria e i familiari delle 43 vittime meritano verità e giustizia».
"STAVOLTA CI SIAMO SPINTI OLTRE" MA LASCIAVANO TRANSITARE I TIR
Marco Grasso e Tommaso Fregatti per la Stampa
A soli due mesi dai 43 morti del Morandi, c' è un altro ponte che agita i sonni degli addetti ai controlli di Spea: «Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 agosto. Cioè, vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un cazzo ma proprio eticamente».
Sono giorni convulsi quelli fra il 17 e il 20 ottobre del 2018. Andrea Indovino, ingegnere addetto ai monitoraggi dipendente di Spea (società controllata da Autostrade per l' Italia), non ci dorme la notte: «Qui la prendiamo nel culo». A preoccuparlo è il reale stato di salute del viadotto Pecetti, tratto genovese della A26, il cui ammaloramento è stato coperto da un report taroccato (un caso simile riguarda il viadotto Paolillo, in Puglia): dopo la rottura di un cavo, il tecnico Alessandro Costa aveva segnalato alla sua catena di comando un deterioramento della precompressione (dunque della tenuta) del 33%, percentuale sbianchettata dai suoi superiori (in particolare Maurizio Ceneri, superiore di Indovino) e corretta con un più tranquillizzante 18%.
Sul tavolo di Indovino ora c' è la richiesta di far passare su quello stesso viadotto un transito eccezionale, un carico da 140 tonnellate diretto ad Ansaldo: «Hanno chiamato più volte Galatà (amministratore delegato di Spea), dicono che per Genova è strategico». Indovino non può opporsi, perché la richiesta arriva «da un mittente pesante» (cioè «Autostrade», specifica la Finanza): «Ci siamo spinti oltre - si sfoga - Più andiamo oltre e più rosicchiamo i margini di sicurezza. Ma come si fa a chiedere una verifica su un manufatto ammalorato, con un transito eccezionale che lo porta al limite della resistenza? Con un ponte che è appena venuto giù? E mi vieni dire di andare a fare un sopralluogo».
Per il giudice Angela Nutini quello dei falsi report era un vero e proprio «sistema»: «La logica di un simile generalizzato comportamento sembra da ricondurre a uno spirito di corpo aziendale, probabilmente motivato dal tornaconto economico». A questo proposito il magistrato cita una conversazione tra due alti dirigenti di Autostrade, entrambi indagati per i morti del Ponte Morandi: Michele Donferri Mitelli, responsabile nazionale manutenzioni, e Paolo Berti, ex numero 4 di Aspi.
Quest' ultimo confida al primo di «aver mentito» nel processo in cui è stato condannato per la strage di Avellino e «si rammarica» perché se avesse parlato avrebbe potuto «mettere altri nei guai». Il collega lo tranquillizza: «A te non cambiava un c... Questa gente aspettala al varco. Pensa soltanto a stringere un accordo col capo, punto e basta!».
Ma chi è il capo a cui si riferiscono? Sul passaggio arriva una replica puntuale di Autostrade per l' Italia, che senza girarci troppo intorno, rimarca come con Giovanni Castellucci, all' epoca amministratore delegato di Aspi, oggi alla guida della holding Atlantia (assolto nel processo di Avellino), non fosse possibile stringere alcun patto, «perché le contestazioni erano diverse».
C' è di più. Nel pieno degli accertamenti su Spea, nell' inchiesta sul Ponte Morandi, le intercettazioni portano alla luce attività che vanno ben aldilà dell' ordinaria attività difensiva: «Lo zelo della società durante le indagini non si è limitato al supporto ai dipendenti indagati, ma si è tradotto anche in attività di bonifica dei computer, nell' installazione di telecamere finalizzate a impedire l' attivazione delle intercettazioni da parte degli inquirenti e nell' utilizzo di disturbatori delle intercettazioni, al fine di ostacolare quelle eventualmente già in corso». Fonte: qui

"AUTOSTRADE" DI GUAI PER CONTE
DI MAIO INSISTE: "NOI ANDIAMO AVANTI CON LA VOLONTÀ DI REVOCA DELLE CONCESSIONI AUTOSTRADALI AI BENETTON"
LA MINISTRA PIDDINA DE MICHELI: "LA POSIZIONE DEL GOVERNO E’ QUELLA ESPRESSA DAL PREMIER"
L'IDEA DI CONTE SAREBBE QUELLA DI TOGLIERE AI BENETTON SOLO LA GESTIONE DELLA A10, LA TRATTA LIGURE DEL VIADOTTO POLCEVERA…
"Noi andiamo avanti con la volontà di revocare le concessioni autostradali ai Benetton, ovvero a quella azienda che non ha manutenuto il Ponte Morandi". Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri e leader del M5s, Luigi Di Maio, a margine del suo intervento alla Scuola Open di Rousseau.
"Addirittura ieri abbiamo visto dalla indagini che si omettevano totalmente quelle che erano le carenze di quel ponte, delle infrastrutture. Cioè: chi doveva manutenere quel ponte non lo ha fatto", ha insistito Di Maio contro i Benetton. "E' assurdo che si dica che quella gente può continuare a gestire i nostri ponti. Mi fa piacere che anche nel Pd non sia più un tabù, bene questo è un ulteriore passo che permette a questo governo di essere più forte ancora. Ora - ha continuato - il tema è molto semplice: in Italia non ci sono come concessionari solo i Benetton ed è per questo che noi abbiamo messo revisione del sistema concessioni".
"Ma è chiaro - ha aggiunto - che sul ponte Morandi noi non possiamo pensare che quei tratti autostradali siano ancora gestiti da loro e il procedimento sta andando avanti e lo portiamo dal vecchio governo, nel senso che lo abbiamo già avviato qualche mese fa e speriamo che nei prossimi mesi si possa arrivare a fare giustizia per le vittime di quel ponte", ha concluso il capo politico dei Cinque stelle.
A Di Maio risponde a stretto giro la ministra delle infrastrutture e trasporti Paola De Micheli a margine di un evento a Cesenatico. "C'è una procedura- afferma De Micheli - in corso. Il
presidente del consiglio si è espresso alla Camera dei deputati il giorno della fiducia. Quella è la posizione del governo. E' una posizione condivisa e oltre le parole del presidente del consiglio non potrei aggiungere".
Ieri Atlantia è crollata in Borsa (-8%) dopo la notizia delle nove misure cautelari eseguite dalla Guardia di Finanza nell'ambito dell'inchiesta bis riguardante i report 'ammorbiditi' sulle condizioni dei viadotti gestiti dalla controllata Autostrade. Oggi, la società è tornata a comunicare al mercato: "Alla luce dei recentissimi eventi, Edizione, come azionista di riferimento, prenderà senza esitazione e nell'immediato tutte le iniziative doverose e necessarie, anche a salvaguardia della credibilità, reputazione e buon nome dei suoi azionisti e delle aziende controllate e partecipate". E' quanto afferma in una nota la holding dei Benetton, che detiene il 30,25% di Atlantia, "in relazione alle diverse indagini in corso dopo la tragedia del crollo del ponte Morandi di Genova".
Tornando alle dichiarazioni di Di Maio, il leader grillino ha stoppato l'idea di alleanze con il Pd: "Il nostro obiettivo nei prossimi mesi é che le Regioni siano ben governate ma la parola alleanze con il Pd non è all'ordine del giorno". Si è poi detto "entusiasta" del lavoro che si appresta a fare questo nuovo governo e, a margine di un'iniziativa di Rousseau, ne approfitta per dare il benvenuto alla nuova squadra di governo. E per precisare: "Alcuni sottosegretari non sono stati riconfermati ma non per demerito loro. Ma perché è il risultato di una trattativa con altre forze politiche in campo".
M5S: VIA LE CONCESSIONI CONTE MEDIA: "LO STOP SOLO PER GENOVA"
Tommaso Ciriaco e Ettore Livini per la Repubblica
La tegola giudiziaria arrivata da Genova rimaterializza in Borsa l' incubo del ritiro delle concessioni autostradali ai Benetton - tema delicatissimo sul fronte dei rapporti Pd-M5s - e affonda il titolo Atlantia: le azioni del gruppo hanno perso a Piazza Affari quasi l' 8%, bruciando in una seduta 1,6 miliardi di valore.
Le misure interdittive chieste dai pm per nove manager del gruppo - accusati di aver compilato rapporti "ammorbiditi" sullo stato di alcuni viadotti in gestione - hanno mandato in frantumi, almeno in apparenza, il delicatissimo compromesso che sembrava essere stato raggiunto tra i Dem e i grillini per la gestione di questa partita: quella «progressiva revisione delle concessioni» anticipata dal premier nel discorso sulla fiducia al governo che pareva escludere un loro ritiro tout court .
I pentastellati però, appena le agenzie di stampa hanno battuto la notizia, sono tornati all' attacco: «Se proponiamo un provvedimento così soft, io non sono più in grado di garantire la tenuta del movimento», ha fatto sapere informalmente Luigi Di Maio al presidente del consiglio Giuseppe Conte. Una posizione puntellata subito dagli affondo dei "falchi" grillini: «Chi ha causato la morte di 43 persone non può continuare a gestire le nostre strade - ha detto il neo-viceministro alle infrastrutture Giancarlo Cancelleri - . L' imperativo è proseguire sul percorso tracciato dall' ex ministro Toninelli, ossia quello della revoca delle concessioni ai Benetton».
Il cerino è tornato così in mano a Conte che già nel pomeriggio di ieri era al lavoro per disinnescare il dossier Autostrade, uno dei primi seri ostacoli del nuovo esecutivo giallorosso, con l' obiettivo di arrivare a una proposta in tempi stretti. L' idea che starebbe prendendo forma in queste ore sarebbe quella di togliere ai Benetton la gestione della A10, la tratta ligure del viadotto Polcevera. Una soluzione di compromesso che consentirebbe a Di Maio di presentare uno scalpo al proprio elettorato, potrebbe convincere anche il Pd - dove sul tema convivono posizioni molto differenti - e in fondo potrebbe rappresentare anche per Atlantia il male minore. La A10 Genova-Ventimiglia rappresenta in fondo solo una goccia nell' impero autostradale del gruppo: 158 km. di asfalto sui 3.020 gestiti da Autostrade per l' Italia. Una tratta breve che ha generato nel 2018 solo 158 milioni di ricavi (sui 4 miliardi complessivi) e un utile di 35 milioni.
Briciole rispetto ai 622 milioni messi assieme dalla rete tricolore di Ponzano Veneto.
La holding dei Benetton per ora non commenta queste indiscrezioni e in passato ha minacciato cause miliardarie contro chiunque avesse provato a toglierle anche un solo chilometro di autostrada in anticipo rispetto alla scadenza dei contratti. Il cda della società ha deciso invece di avviare subito un' indagine interna sui fatti emersi dall' inchiesta ligure, affidandola a una società internazionale.
Obiettivo: verificare la corretta applicazione delle procedure aziendali da parte delle società e delle persone coinvolte.
I provvedimenti del tribunale di Genova è stato ieri una sorta di fulmine a ciel sereno per i Benetton, convinti su questo fronte di essersi lasciati ormai il peggio alle spalle. In parte grazie al ramoscello d' ulivo teso alla politica con l' intervento per salvare Alitalia ma soprattutto in virtù della mediazione di Conte che si era già speso anche all' epoca del governo gialloverde per evitare provvedimenti draconiani sulle concessioni.
Le autostrade rappresentano oggi la quasi totalità dei profitti delle casseforti della famiglia veneta. E malgrado la tragedia del ponte Morandi (costata finora in bilancio oltre 500 milioni tra cause legali, abbattimento del ponte e risarcimenti), Atlantia ha continuato a macinare utili, staccando 740 milioni di dividendi anche nel 2018.
Il titolo, dopo essere scivolato del 25% nei giorni immediatamente successivi al crollo del viadotto, aveva ormai recuperato quasi tutto il terreno perduto, prima della nuova retromarcia di ieri che ha ridotto il valore della società a poco più di 18 miliardi.
Fonte: qui
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domenica 28 luglio 2019
10 MILA E 826 STABILIMENTI BALNEARI ITALIANI STANNO DISATTENDENDO LA DIRETTIVA BOLKESTEIN CHE PREVEDE DI FARE DELLE GARE D'APPALTO E RIVEDERE LE PRECEDENTI CONCESSIONI - I VARI GOVERNI, A COLPI DI PROROGHE, HANNO RINVIATO NEL TEMPO LA QUESTIONE MA ORA IL TRIBUNALE DEL RIESAME HA FATTO SCATTARE I SIGILLI A UNO STABILIMENTO PER OCCUPAZIONE ABUSIVA SU SUOLO DEMANIALE
Niccolò Zancan per “la Stampa”
VACANZE SPIAGGIA
Tutta colpa di un vecchio muro costruito nel 1930, un metro e ottanta di altezza per due metri di lunghezza. Quel muro divideva da sempre i bagni Liggia dai bagni Maria nel quartiere Sturla di Genova, poco dopo la chiesa di Boccadasse in direzione levante. Nell' estate del 2018 la spiaggia si era molto consumata. Il muro finiva nel mare. Impediva alle persone di poter camminare lungo la battigia.
Il fatto che il proprietario dei bagni Liggia, il signor Claudio Galli, abbia chiesto di poterlo abbattere ha innescato un' inchiesta giudiziaria che adesso spaventa tutti i concessionari degli stabilimenti balneari d' Italia. E che potrebbe avere una soluzione politica clamorosa su proposta dalla Lega: un gigantesco condono penale per gli «abusi edilizi su suolo demaniale».
VACANZE SPIAGGIA
Eppure, all' inizio, quella dei bagni Liggia sembrava davvero una storia minima. Una storia locale. «Ho chiesto al Comune di poter tirare giù quel muro per ragioni di sicurezza visto che era pericolante, e anche perché volevo garantire il passaggio pubblico. Mi hanno risposto che non solo potevo farlo, ma dovevo. Ho chiamato un operaio e abbiamo iniziato a lavorare. Era la fine di maggio del 2018».
Così inizia la storia. Ma la capitaneria di porto non era convinta che la risposta ricevuta via mail dal Comune di Genova fosse sufficiente per mettere in moto quel piccolo cantiere. Ha posto sotto sequestro ciò che restava del muro. E ha denunciato il signor Galli per il reato di «innovazione abusiva su spazio demaniale». Ma quando lui si è presentato in procura per il primo interrogatorio ha scoperto che l' indagine si era allargata, e di molto: «Il pm Walter Cotugno sostiene che il mio stabilimento sia abusivo. Tutti i rinnovi della concessione demaniale fatti dal Comune di Genova non sarebbero validi.
SPIAGGIA
Perché contrari alla direttiva Bolkestein del 2006, che prevede di fare delle gare d' appalto e rivedere i precedenti accordi. Il pm ritiene, cioè, che una direttiva europea sia superiore e dirimente rispetto a tutte le pezze legislative messe in campo dalla politica italiana in questi anni». Primo rinvio nel 2009, secondo rinvio nel 2012, terzo rinvio nel 2015. Tutti i governi hanno sempre evitato di affrontare la questione Bolkestein. Il governo a guida Lega e Cinque Stelle ha spostato al 2034 la revisione delle concessioni. Ma ecco a Genova, all' inizio dell' estate del 2019, il caso dei bagni Liggia.
Dopo un anno di appelli e ricorsi in Cassazione, il Tribunale del Riesame ha ordinato il sequestro dello stabilimento balneare. Mercoledì mattina i militari della capitaneria di porto sono venuti in forze. Hanno alzato quelle reti arancioni che solitamente vengono usate per chiudere i cantieri e delimitare le zone pericolanti. Resta un passaggio al mare, la possibilità di accedere a un moletto. Restano i clienti affezionati che non intendono andarsene, e stanno cercando un angolo libero per prendere il sole e resistere: «È una decisione assurda».
E adesso, veniamo alle possibili conseguenze del caso. «Non licenzio nessuno nonostante i danni economici, ma non ci sto ad essere l' unico bischero in Italia», dice il signor Galli. Altri 10 mila e 826 stabilimenti balneari italiani sono nella stessa identica situazione del suo. Anche loro hanno usufruito di proroghe.
Anche loro stanno disattendendo la direttiva Bolkestein. «Ho già preparato un esposto per la procura ma aspetto a presentarlo, perché il ministro Gianmarco Centinaio ha chiesto 5 giorni di tempo. L' idea del governo è fare un decreto legge per depenalizzare l' articolo 1161 del Codice Navale. Quello sulle occupazioni abusive su suolo demaniale. L'idea è toglierlo dal codice penale, per passarlo a quello civile. Il mio stabilimento sarebbe salvo. E così la questione passerebbe ai Tar». Una parola che, in quanto tale, non è mai suonata risolutiva. Anzi. Ecco perché il caso dei bagni Liggia non è più una piccola storia locale. Fonte: qui
martedì 25 settembre 2018
ECCO COME AUTOSTRADE GUADAGNA CON GLI AUMENTI DEI PEDAGGI
LA VARIABILE PIÙ SIGNIFICATIVA? LE STIME DI CRESCITA DEL TRAFFICO
IL NUMERO DI VEICOLI CHE TRANSITA OGNI ANNO SULLE TRATTE AUTOSTRADALI PUÒ VARIARE IN MODO SIGNIFICATIVO GLI INTROITI DI UN CONCESSIONARIO
LA REPLICA DI “AUTOSTRADE” AL “SOLE 24 ORE”
PEDAGGIO, ECCO COME AUTOSTRADE GUADAGNA CON GLI AUMENTI
Laura Serafini per https://www.ilsole24ore.com
I margini di manovra che le convenzioni autostradali italiane consentono ai concessionari per assicurare una relativa certezza di crescita dei ricavi, e dunque dei profitti, non sono pochi. Il contratto che regola i rapporti tra Autostrade per l’Italia (Aspi) e lo Stato fu approvato nel 2008 con un decreto legge e stabilisce un regime unico rispetto alle altre concessioni. In tutto, tra le varie concessionarie, ci sono ben 6 regimi diversi tanto da far definire la regolazione del settore autostradale nazionale “à la carte”. I meccanismi sui quali fare leva per sostenere i margini sono però simili.
La variabile più significativa è legata alle stime di crescita del traffico: il numero di veicoli che transita ogni anno sulle tratte autostradali può variare in modo significativo gli introiti di un concessionario. Il contratto stabilisce che le tariffe (determinate in periodi regolatori di 5 anni, anche se gli incrementi dei pedaggi sono riconosciuti ogni anno) abbiano aumenti pari al 70% dell’inflazione reale, incrementabili per remunerare alcune tipologie di investimenti (i fattori X e K).
Una volta stabilita una tariffa unitaria per veicolo, lo scenario può cambiare molto se le stime previste nei piani finanziari sono più prudenti rispetto a quanto accade nella realtà. Ed è esattamente quello che si verifica nella realtà: nel periodo regolatorio 2013-2017, come descritto nel piano finanziario pubblicato da Aspi, l’andamento del traffico registrato dai bilanci della società è sempre stato migliore rispetto alle stime, con discostamenti anche di 2 punti percentuali. I ricavi da pedaggio pubblicati sui bilanci confrontati con le stime dell’atto aggiuntivo siglato nel 2013 mostrano aumenti oltre il 10% fino a punte del 18 per cento. Certo, ci sono state fasi in cui ad Aspi le cose non sono andate bene: nel 2012, anno della forte recessione in Italia, il traffico è crollato di oltre il 7 %, ben peggio di ogni stima. La convenzione prevede che il rischio traffico sia a carico del concessionario; se però le stime sono sempre basse questo rischio si riduce.
Nel 2007 furono inserite clausole nella convenzione (i paletti per limitare gli extraprofitti) perché a fronte di discostamenti in positivo oltre l’1% sulle stime la società facesse accantonamenti progressivi in un apposito fondo alla fine di ogni periodo regolatorio di 5 anni. Quegli accantonamenti non sono mai stati fatti: il motivo risiede in un’interpretazione data alla clausola in base alla quale i guadagni ottenuti quando il traffico è ben superiore alle stime servono a compensare i minori introiti (come quelli del 2012) quando le cose vanno male. Ma alla fine, allora, il rischio d’impresa dov’è?
L’altra leva di manovra sono i costi. Un sistema di price cap puro (come in parte era previsto nella convenzione Aspi ante 2007) tiene conto delle efficienze sui costi (misurate come aumento della produttività) perché i benefici che ne derivano siano restituiti agli utenti sotto forma di riduzione delle tariffe. In fase di revisione della convenzione nel 2007 è stato fatto il seguente ragionamento: è stato calcolato in modo forfettario un aumento della produttività in tutto l’arco della concessione (che scade nel 2038) del 30%; rispetto al passato, quando veniva recuperato il 100% dell’inflazione programmata, quel 30% è stato scalato, e la tariffa è stata legata al 70% dell’inflazione reale. Se, come annunciato, il governo passerà i compiti di vigilanza e controllo dal ministero a un’Authority, con tutta probabilità i contenuti delle convenzioni andrebbero rivisti, per tenerne conto. Potrebbe essere l’occasione per portare i concessionari a cambiare le regole del gioco passando da una regolazione blindata per contratto a un sistema che consenta, ad esempio, di adeguare rapidamente la remunerazione al trend del traffico.
2 - LA LETTERA DI AUTOSTRADE
Gentile Direttore, in relazione all'articolo «Ecco come Autostrade guadagna con gli aumenti delle tariffe», che lascia intendere che Autostrade per l'Italia abbia avuto un beneficio dalla sottostima dei ricavi futuri, Autostrade per l'Italia ritiene importante precisare che l'evoluzione del traffico sulla rete della società - misurata in km percorsi - ha fatto registrare nel 2017 un livello di traffico consuntivato ampiamente inferiore (-18,9%) rispetto alle previsioni per l'anno 2017 contenute nel Piano Economico Finanziario allegato alla Convenzione Unica del 2007.
Tale minor traffico si è tradotto in minori ricavi che, secondo la Convenzione di Autostrade per l'Italia in vigore dal 2008, non sono recuperabili in tariffa e quindi determinano un “ rischio traffico” interamente a carico del Concessionario.
A proposito di ricavi, inoltre, è utile segnalare ai lettori del Sole 24 Ore un elemento rilevante che non compare nell'articolo: il confronto tra le tariffe di Autostrade per l'Italia e quelle applicate negli altri Paesi europei. Dal benchmark emerge che i pedaggi pagati da chi viaggia sulla nostra rete sono i più bassi in Europa.
Ad esempio, i pedaggi chilometrici (centesimi al kilometro) sulla rete di Autostrade per l'Italia sono inferiori del 40% circa rispetto a quelli applicati in Spagna e del 15% circa rispetto a quelli applicati in Francia. Come chiunque può facilmente verificare sul sito www.autostrade.it nell'area “Dati e fatti sulla nostra attività”, visibile in homepage.
Ufficio stampa
Autostrade per l'Italia
Fonte: qui
“AUTOSTRADE” HA TAGLIATO DEL 98% GLI INVESTIMENTI SUL PONTE: CON LO STATO SI SPENDEVANO IN MANUTENZIONE 1,3 MILIONI L'ANNO, CON I BENETTON APPENA 23.000 EURO
BELPIETRO: “IL CROLLO DEL PONTE MORANDI NON È STATO UNA TRAGICA FATALITÀ. IL PERICOLO ERA RISAPUTO DA SEMPRE, MA PER MOLTI LUNGHI ANNI SI È PREFERITO INCASSARE PIÙ CHE RISANARE. UN CASO PERFETTO DI CAPITALISMO DA RAPINA”
Maurizio Belpietro per “la Verità”
Che il ponte Morandi fosse a rischio di caduta lo sapevano da anni e nonostante lo sapessero le spese di manutenzione diminuirono verticalmente, passando dagli 1,3 milioni l' anno spesi dallo Stato ai 23.000 euro l' anno spesi dalla nuova gestione formato Benetton. L' atto d' accusa, quasi una sentenza, è scritto nero su bianco nella relazione della commissione d' inchiesta voluta dal ministero.
C' è scritto che dal 1982 a oggi, per la conservazione del viadotto di Genova, sono stati spesi oltre 24 milioni, ma dalla privatizzazione al momento del disastro la cifra investita è stata di soli 470.000 euro. Il confronto è da paura. Soprattutto se si tiene conto dell'invecchiamento dell' opera e dei rischi manifesti di un collasso. Il pericolo era noto almeno dal 2017, cioè quando fu messo a punto dalla società concessionaria un progetto di ammodernamento del viadotto.
Tuttavia, nonostante ci fosse un' evidente minaccia di crollo, Autostrade sottovalutò «l'inequivocabile segnale d' allarme», «minimizzando o celando» la gravità della situazione al ministero delle Infrastrutture, senza «adottare alcuna misura precauzionale a tutela dell'utenza». A scrivere è ancora una volta la commissione d' inchiesta.
Nel documento, reso pubblico ieri sul sito del ministero guidato da Danilo Toninelli, i tecnici a cui è stata affidata la prima perizia dopo il disastro di Genova puntano il dito contro Autostrade per l'Italia, mettendo in luce una serie di gravi carenze della società.
Tanto per cominciare «non esisteva, non essendo mai stata eseguita, la valutazione di sicurezza del cavalcavia sul fiume Polcevera».
Già, perché al contrario di quanto il 23 giugno del 2017 aveva comunicato l' azienda, la commissione ha scoperto che nessuno si era mai preso la briga di eseguire con una perizia tecnica la valutazione di sicurezza. Altro che costante monitoraggio, come sui giornali sensibili alla pubblicità multicolore della famiglia di Ponzano Veneto si è detto e scritto. Sul ponte, che da anni era giudicato «ammalorato» a causa della salsedine e delle sollecitazioni di un traffico più che quadruplicato, nessuna misura per garantire la sicurezza dei viaggiatori è stata messa in atto.
I tecnici della commissione, a questo proposito, non dimostrano di avere dubbi, al punto da sostenere che le funzioni di controllo affidate al Comitato tecnico del provveditorato, ossia le verifiche sulla stabilità del manufatto, non sono state eseguite in quanto Autostrade non ha mai segnalato alcuna criticità. Dicono i commissari: «Emerge, nel caso concreto, che esse non si sono potute espletare in modo compiuto a causa della omissione della segnalazione delle criticità non riportate con la dovuta evidenza negli elaborati progettuali presentati da Aspi».
Tradotto, significa che la commissione accusa Autostrade per l'Italia di aver taciuto, evitando di avvisare il ministero, forse per timore di controlli o forse proprio perché neppure l' azienda posseduta dai Benetton ha mai effettuato verifiche. Di più: secondo i tecnici nominati per conoscere le cause del crollo del 14 agosto e le eventuali omissioni della società, «la procedura di controllo della sicurezza strutturale delle opere documentata da Aspi, basata su ispezioni, è stata in passato ed è tuttora inadatta a prevenire crolli e del tutto insufficiente per la stima della sicurezza nei confronti del collasso».
Ma il peggio è costituito dal passaggio in cui i commissari spiegano che fino al 1994, cioè fino a quando la società era nelle mani dello Stato, sono stati eseguiti lavori strutturali, dunque di mantenimento in sicurezza del ponte. Poi, dal 2005 a oggi, la spesa per interventi sulle strutture è scesa a 440.000, cioè poco più di 30.000 l' anno. «Nonostante la vetustà dell' opera e l' accertato stato di degrado», scrivono i tecnici, «i costi degli interventi strutturali fatti negli ultimi 12 anni sono trascurabili».
Insomma, il ponte invecchiava e rischiava di essere minato nella sua stabilità, ma l' azienda dei Benetton fece investimenti risibili. E dire che nel 2017, nella relazione della stessa Autostrade, «emergevano elementi che avrebbero dovuto spingere la società a prendere un provvedimento di messa in sicurezza improcrastinabile». E invece non fu fatto niente. Anzi, qualcosa fu fatto: si continuò a incassare il pedaggio sul transito di milioni di veicoli invece di bloccare il traffico.
L'analisi dei commissari non lascia spazio a incertezze. Il crollo del ponte Morandi non è stato una tragica fatalità, un evento improvviso e non annunciato. Il pericolo era risaputo da sempre, ma per molti lunghi anni si è preferito incassare più che risanare.
Un caso perfetto di capitalismo da rapina. Ma anche un caso in cui lo Stato, cioè colui che doveva controllare, ha dimostrato tutta la propria inefficienza.
E a proposito di mano pubblica e di dinamismo, quando si svolsero i funerali delle 43 vittime della strage il governo in coro giurò che avrebbe fatto in fretta a ricostruire il ponte per consentire a Genova di non essere spezzata in due. È passato oltre un mese da quella promessa, ma a oggi non solo non è stato posto neppure un mattone, ma non è stata nominata la struttura che dovrà occuparsene.
A quanto si apprende, il decreto dovrebbe essere stato trasmesso al Quirinale, dopo gli ultimi litigi, solo nella notte. Il commissario forse si saprà oggi, i tempi non sono definiti, il progetto vedremo. Sono passati troppi giorni. Proprio come nella peggiore Italia, quella che ha consentito, nell' indifferenza generale, che il ponte crollasse e seppellisse la vita di 43 persone.
Fonte: qui
“LE TRAVI NON REGGONO PIÙ”
NEL 2017 UN INGEGNERE PRESENTÒ 62 OBIEZIONI AL PROGETTO DI RISTRUTTURAZIONE DI PONTE MORANDI: TRA QUESTE CLAUDIO BANDINI CHIEDEVA CONTO DEI RISULTATI DEI TEST FATTI DA SPEA, CHE EVIDENZIAVANO L'USURA DELLE TRAVI
Estratto dell’articolo di Marco Mensurati e Fabio Tonacci per “la Repubblica”
Nelle 62 obiezioni al progetto di ristrutturazione del ponte Morandi presentato da Autostrade nel 2017, sollevate da un ingegnere della stessa società e, adesso, contenute in un documento riservato allegato alla relazione finale della "Commissione Toninelli", c' è, secondo i tecnici del ministero delle Infrastrutture, la Prova.
(…)
Si tratta dell' esito dei test fatti da Spea (società del gruppo Atlantia, che controlla anche Autostrade) sulle travi del Morandi su cui poggiava la strada. (…) «La verifica non è soddisfatta», come dimostra la tabella "St002" che riporta una sfilza di cifre inferiori a 1, l' indice sotto il quale una struttura rischia di crollare perché non sostiene più il peso per cui è stata progettata. In particolare, alle prove della Spea, alcune travi del Morandi dettero come risultato 0,58.
(…)
La tabella della Spea è allegata al progetto esecutivo della ristrutturazione delle pile 9 (quella crollata) e 10 che il cda di Autostrade approvò il 12 ottobre 2017. Secondo il Codice degli appalti, però, quel progetto avrebbe dovuto prima essere certificato da un organismo esterno, perché superiore di 159.344 euro, al tetto dei 20 milioni. Norma che, secondo la Commissione, Autostrade ignorò deliberatamente. Tant' è che incaricò della certificazione un interno, l' ingegner Claudio Bandini.
(…)
Il suo compito era di scrivere un rapporto di validazione. E però, l' ingegner Bandini, quando vide quelle cifre, si spaventò. Rimandò l' incartamento ai mittenti, senza validarlo, ma accompagnandolo con 62 osservazioni e domande.
(…)
Rimediò, sia pure in burocratese, una rispostaccia: «L' intervento sugli stralli costituisce un' attività estremamente specialistica, il cui sviluppo si traduce in scelte costruttive e dimensionali fortemente presidiate in fase di progettazione. Pertanto non si ritiene necessario intervenire sugli aspetti sopra menzionati». In altre parole, Bandini si doveva fare gli affari suoi.
(…)
Tra le sue osservazioni, vane, ce ne è una che la Commissione ha tenuto a sottolineare. La numero 3. Dove Autostrade scivola su una bugia. Bandini chiese se i progettisti fossero in regola con gli adempimenti in zona sismica. Risposta: «Gli adempimenti sono in corso». (…) Ecco l' incongruenza: Autostrade dà tre versioni diverse dello stesso fatto. La prima, del 23 giugno 2017: Autostrade con una nota comunica alla Direzione generale di Vigilanza sulle concessionarie autostradali, quindi al ministero, che gli adempiementi sismici «sono stati effettuati». La seconda, quella offerta all' ingegner Bandini: «Sono in corso». La terza, quella sostenuta due giorni fa da Autostrade: «Non erano necessari».
Fonte: qui
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