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venerdì 19 luglio 2019

Protesta dei «forconi»: tutti assolti i sei canosini

La vicenda risale al Dicembre 2013 in occasione delle proteste nazionali

Protesta dei «forconi»: tutti assolti i sei canosini

CANOSA DI PUGLIA - Dopo cinque anni si è conclusa la vicenda dei sei canosini arrestati per gli episodi avvenuti durante le proteste cosiddette dei «Forconi». Il giudice Luigi Camporeale, in composizione monocratica del Tribunale Penale di Trani ha assolto i sei imputati tutti di Canosa di Puglia che il 30 gennaio 2014 erano stati destinatari di ordinanza di custodia cautelare. La sentenza è passata in giudicato. I fatti risalgono all’11 dicembre del 2013: in occasione della manifestazione nazionale di protesta, «dei Forconi», a sei canosini, quasi tutti attivisti della formazione di destra «Forza nuova», era stato contestato di aver utilizzato atteggiamenti minacciosi e violenza sulle cose creando tensione e panico tra i clienti presenti nell’Ufficio Centrale delle Poste e, secondo l’accusa, l’atteggiamento aveva determinato l’interruzione di pubblico servizio. Per quell’episodio furono accusati anche del reato di violenza privata aggravata e finirono ai domiciliari. Poi il processo e l'assoluzione.
«La protesta di quei giorni – ha commentato l’avv. Giovanni Patruno, uno dei difensori degli imputati – era legittima e figlia dell’insofferenza verso l’incapacità di una classe dirigente politica di trovare soluzioni adeguate ai problemi della gente comune dalla quale sembra distante e per certi versi insensibile. Dalle motivazioni depositate – continua l’avv. Patruno - emerge chiaramente che il mio assistito non ebbe alcun atteggiamento minaccioso ma, al contrario, si era prodigato per far conoscere a tutti le problematiche rimaste peraltro oggi irrisolte della categoria degli autotrasportatori nel rispetto di quelle che sono le prerogative di pubblico dissenso che anche la Costituzione garantisce».
«È stata una vicenda che si inserisce in un contesto socio-politico particolare e che ha creato in tutta Italia grande clamore- aggiunge l’avv. Michele D’Ambra difensore di Fabio D’Aquino, Claudio D’Aquino e Francesco Malcangio (gli altri due imputati sono stati difesi dagli avvocati Giambattista Pavone ed Enzo Princigalli, ndr) - tutti ricorderanno il periodo della “protesta dei forconi” che aveva coinvolto gran parte della popolazione. Una protesta partita dagli autotrasportatori, poi affiancati dagli agricoltori, dai commercianti e successivamente dagli appartenenti a diverse fasce di settori economici. I miei assistiti furono raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare alla fine di gennaio del 2014, nonostante rivendicassero a gran voce la loro innocenza e la estraneità ai fatti contestati hanno subìto diversi giorni di privazione della libertà, ma ancora più gravemente soprattutto per chi, come Malcangio, esercita una attività di frequente contatto con il pubblico in quanto commerciante, hanno subìto la privazione della dignità e della credibilità in primo luogo professionale ed in secondo luogo della dignità di uomo ed infine di marito e di genitore». I delitti contestati erano di elevato allarme sociale: dalla violenza privata aggravata alla interruzione dei pubblici servizi. «Tuttavia il Tribunale, sottoponendo al vaglio le prove che avevano determinato la custodia cautelare e dopo una adeguata valutazione ha ritenuto che i reati contestati fossero insussistenti. Il diritto di protestare civilmente non può essere frustrato, specie quando le rivendicazioni dei cittadini sono giustificate e non basta l’appartenenza ad una forza politica di destra come nel caso dei rappresentanti di Forza Nuova, per definire antigiuridico un comportamento perché questo è figlio di un retaggio ormai superato in Italia. L’attento e competente giudice - conclude l’avv. D’Ambra - ha sposato integralmente la tesi delle difese ed ha giustamente posto fine a un processo che si protraeva già da diversi anni, riabilitando anche giuridicamente i nostri assistiti». 
24 Dicembre 2018
Fonte: qui

domenica 1 ottobre 2017

Standard & Poor's, la notizia che i giornali non riportano

Si è parlato molto dell'assoluzione di Standard & Poor's a Trani. Poco, invece, delle motivazioni della sentenza rese note in settimana

Immagino che ricorderete tutti i titoloni di prima pagina che lo scorso 30 marzo accompagnarono la sentenza del Tribunale di Trani nel processo contro le società di rating responsabili, a detta dell'accusa, di un declassamento immotivato del debito italiano, nella fattispecie quello operato nel 2012 da Standard&Poor's. Ci furono risate e grandi sberleffi di sarcasmo verso l'ennesimo pm che avrebbe cercato gloria mediatica, imbastendo un processo molto simile alla lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento, di fatto non solo ridicolizzando quell'inchiesta, ma ponendo il sigillo di sacralità su quanto decretato dalle società di valutazione. Ivi compreso, l'accaduto durante il famoso "golpe dello spread" dell'estate-autunno 2011. 
Bene, in ossequio alla tradizione tutta italiana dello sbattere il mostro in prima pagina, salvo relegare l'eventuale assoluzione in una breve a pagina 40, ecco che l'altro giorno qualcosa ha incrinato la narrativa ufficiale riguardo l'accaduto. E per questo, ovviamente, non ha trovato il benché minimo spazio sulla stampa autorevole, la stessa che trasformò l'assoluzione di marzo nella sentenza del secolo, con toni millenaristici da Watergate. Giovedì sono state rese note le motivazioni di quella sentenza e - udite udite - tutto questo profumo di bucato attorno all'operato di Standard&Poor's non si sentiva, nemmeno da parte degli stessi giudici di Trani che l'hanno assolta. 
Leggiamo: «Il processo per il declassamento di due notch del rating sovrano dell'Italia del 2012 a carico di S&P ha evidenziato i profili di incompetenza degli analisti e di quelli del debito sovrano in particolare: gli stessi profili di criticità evidenziati da Pierdicchi (all'epoca dei fatti AD di S&P Italia, ndr) al presidente mondiale di S&P, Deven Sharma, in un'intercettazione telefonica. Sharma è dunque consapevole della inadeguatezza degli analisti del debito sovrano». Lo scrive il Tribunale di Trani, assolvendo gli imputati E ancora: il processo per manipolazione del mercato nei confronti di analisti e manager di S&P sul declassamento di due gradini dell'Italia (da A a BBB+) del 2012 «ha fatto emergere gli intrecci tra azionisti, manager, analisti, dirigenti del Tesoro, banche di affari e agenzie di rating, ma non ha consentito di delinearne in maniera definitiva i confini proprio per la "reticenza" manifestata da alcuni testi». 
Ma non basta: «I testimoni avrebbero dovuto avere, invece, il dovere - si legge nelle 315 pagine della sentenza - di fornire una più ampia e sincera collaborazione, frenata o da interessi personali o da interessi di natura politica in un chiaro tentativo di frammentare le singole condotte, ostacolando l'accertamento dell'elemento soggettivo del reato e, ancor prima, ostacolando la riconduzione a un disegno unitario di tutte le condotte, anche di quelle antecedenti all'azione del rating del 13 gennaio 2012, in un'ottica di sicuro pregiudizio per l'Italia, descritto dalla dirigente del debito pubblico Maria Cannata... In un contesto di velata, ma sostanziale, reticenza - annota il Tribunale - dettata da interessi di natura personale commisti a compiacenza nei confronti di S&P's - di cui hanno tratto vantaggi per la loro carriera - si collocano le testimonianze della general manager Maria Pierdicchi (all'epoca dei fatti AD per l'Italia dell'agenzia di rating, ndr) e dell'analista bancario, Renato Panichi». 
Vi rendete conto di ciò che avete appena letto, vergato di loro pugno dai giudici di Trani? Sapete cosa significa, scrostando via il linguaggio forense? Che in appello quelle parole potrebbero pesare come pietre. E che tutti i titoli di giornale e i servizi ironici dei tg di fine marzo potrebbero rivelarsi per ciò che erano: i festeggiamenti di un sistema che fino a poche ore prima, intimamente e senza darlo a vedere all'esterno, aveva sudato freddo. Freddissimo. Come faceva notare Alberto Micalizzi sul suo blog l'altro giorno, appena pubblicate le motivazioni della sentenza, «uno dei primi elementi chiave che emergono dal documento riguarda Panichi, l'analista di S&P che tentò di fermare la pubblicazione del rating del Gennaio 2012, ritenendo errate le analisi dei colleghi, evidenza provata da diverse email che la Procura di Trani ha intercettato. In una delle email citate, quella del 12 Gennaio 2012, il Tribunale afferma che "Panichi scrive all'analista del debito sovrano dell'Italia, Eileen Zhang (e per conoscenza David Harrison, Director Financial Services Rating - Londra). Con questa email Panichi sollecita il destinatario a "condividere…eventuali riferimenti alle banche contenute nel rating sull'Italia…., onde evitare possibili errori o un disallineamento rispetto all'opinione di Financial Institutions"».
Insomma, la preoccupazione di Panichi è che i colleghi del rating Italia esprimano giudizi sul Paese che contrastino con quanto era stato detto in precedenza su analisi di settore bancario, condotte nel 2011, nelle quali S&P's aveva espresso un parere positivo sul settore bancario italiano. E ancora: «Continua il Tribunale: "Il riferimento a possibili errori nel rating evidenzia i profili di incompetenza degli analisti e di quelli del debito sovrano in particolare, gli stessi profili di criticità evidenziati dalla Pierdicchi al presidente mondiale di S&P, Deven Sharma, nel corso della conversazione di cui del 3 Agosto 2011, il quale dunque è consapevole della inadeguatezza degli analisti del debito sovrano". Pierdicchi è l'ex amministratore delegato di S&P Italia che svela retroscena imbarazzanti in una telefonata dell'Agosto 2011, intercettata dalla Procura di Trani». 
Ed ecco le conclusioni, quelle troppo scomode da pubblicare e rendere note all'opinione pubblica: «Dunque, il Tribunale di Trani accoglie in pieno le due evidenze chiave prodotte dal PM, Michele Ruggiero, in relazione alle criticità interne di S&P's: la conversazione del 3 Agosto 2011 tra Pierdicchi e Sharma, dove la prima dice testualmente al proprio capo che S&P non dispone delle competenze per emettere un rating sull'Italia, e lo scambio di email tra Panichi ed i colleghi che coprono l'Italia del 12 Gennaio 2012, dove lo stesso Panichi tenta di impedire l'emissione del rating, una volta compreso il giudizio sbagliato dato dai colleghi sulla situazione del debito italiano, sia del Tesoro che delle banche. Tutto ciò porta il Tribunale ad una prima importante concessione, e cioè che "Rimane confermata, pertanto, la violazione sia delle policy aziendali di S&P che del Regolamento europeo n. 1060 del 2009 sul conflitto di interessi"». Ma guarda un po'. Non vi pare una notizia degna di nota, questa? 
Certo, l'assoluzione copre tutto, ma le motivazioni che hanno portato a quel verdetto lasciano aperto un portone, non una finestra, relativamente a profili di non professionalità tenuti dall'agenzia di rating nel gestire quel passaggio delicatissimo relativo alla profilazione della nostra credibilità creditizia. Oltretutto, in pieno fall-out della crisi e nel momento di maggiore drammaticità per la tenuta dei nostri conti pubblici, visto che eravamo in pieno nel tentativo di salvataggio dal precipizio greco messo in atto, a suo modo di dire, da Mario Monti e dal suo esecutivo tecnico, entrato in azione nel novembre 2011 per l'ondata di crisi dello spread e la conseguenza perdita dei numeri in Parlamento da parte del governo Berlusconi. 
Io non voglio scomodare ancora la parola golpe, ma non vi pare che sia di una gravità inaudita quanto accaduto? Non vi pare da pelle d'oca che una società privata con forti interessi particolari possa decidere con criteri così assolutamente contraddittori del destino di un Paese, visto che in quei momenti un rating di un certo tipo sanciva la differenza fra sopravvivere e soccombere sui mercati? Serviva forse una drammatizzazione della situazione per garantire a Mario Draghi di superare le resistenze della Bundesbank e lanciare la famosa politica del whatever it takes, come sembrerebbe suggerire una lettura politica dell'assoluzione del personale di S&P's da parte del Tribunale di Trani? Benissimo, la causa di forza maggiore va sempre riconosciuta, però occorre anche dire che Michele Ruggiero non è un pm in cerca di fama mediatica o un Don Chisciotte visionario e irresponsabile nello spendere i soldi pubblici per inchieste fantasiose. Altrimenti, oltre al danno si unisce la beffa. 
Abbiamo già una Commissione d'inchiesta sul settore bancario a tenere alto il nome del ridicolo in questo Paese, quando si tratta di (non) svelare intrecci tra banche, potere politico e interessi privati, quantomeno sul processo di Trani diciamo la verità dei giudici agli italiani. Non chiudiamo tutto con quei titoli sbeffeggianti del 30 marzo scorso, perché molto di ciò che è stato della storia recentissima di questo Paese, è dipeso anche da quelle valutazioni quantomeno contraddittorie e mal delineate. Non mi pare affatto cosa da poco. Proprio per niente. 
Fonte: qui






sabato 21 gennaio 2017

Processo rating: pm di Trani chiede condanne per Standard&Poor's, ex presidente e analisti

"Contro di loro un bazooka fumante": richiesta una sanzione da 4,647 milioni di euro per la società, 2 anni di reclusione per Deven Sharma e 3 anni per gli altri. L'azienda: "Le nostre analisi solide e coerenti"

TRANI - Nel gennaio 2011 l'Italia, "se si guardano i dati di bilancio, stava messa meglio di tutti gli altri Stati europei", ma da parte di Standard&Poor's, con il declassamento del rating del nostro Paese di due gradini (da A a BBB+), ci fu "la menzogna, la falsificazione dell'informazione fornita ai risparmiatori", con la quale fu messo "in discussione il prestigio, la capacità creditizia di uno Stato sovrano". Per questo motivo la Procura di Trani ha chiesto la condanna per manipolazione del mercato di cinque imputati, tra analisti e manager della società di rating.

Due anni di reclusione e 300mila euro di multa per Deven Sharma, all'epoca dei fatti presidente mondiale di S&P; tre anni e 500mila euro di multa ciascuno per Yann Le Pallec, responsabile per l'Europa, e per gli analisti del debito sovrano Eileen Zhang, Franklin Crawford Gill e Moritz Kraemer. Per Standard e Poor's è stata chiesta anche la sanzione di 4,6 milioni. Gli imputati sono accusati di aver emesso "intenzionalmente" ai mercati finanziari - tra maggio 2011 e gennaio 2012 - quattro report contenenti informazioni tendenziose e distorte sull'affidabilità creditizia italiana e sulle iniziative di risanamento adottate dal governo per "disincentivare l'acquisto di titoli del debito pubblico italiano e deprezzarne così il valore".

L'ultimo report sotto accusa è quello con cui S&P, il 13 gennaio 2012, decretò il declassamento del rating dell'Italia di due gradini. Nella lunga requisitoria, durata circa otto ore, il pm Michele Ruggiero ha spiegato anche il movente dell' "accanimento" di S&P. "Il rapporto di consulenza contrattuale tra S&P e lo Stato Italiano - ha rilevato - cessa nel 2010, dopo 17 anni, e nel 2011 Standard & Poor's si scatena contro l'Italia con declassamenti a catena: come vogliamo chiamarle queste se non ritorsioni!".

A sostegno delle sue tesi, il pm ritiene di aver raccolto la "confessione del crimine commesso" e di aver trovato "non la pistola fumante, ma il bazooka fumante". Ruggiero ricorda al tribunale la conversazione telefonica, intercettata durante le indagini, tra l'allora AD per l'Italia di S&P, Maria Pierdicchi e Deven Sharma. Colloquio che - a giudizio del pm - "è la confessione del comportamento criminoso di S&P sul doppio downgrade dell'Italia". Nella telefonata Pierdicchi dice che "alcuni analisti - spiega il magistrato - non hanno le capacità adeguate per poter gestire il rating sovrano dell'Italia", e ritiene che "c'è bisogno di persone più senior".
"Questa - ha insistito - non è la pistola fumante, è un bazooka fumante che si salda con la mail di Renato Panichi", il responsabile per gli istituti di credito di S&P che in una mail interna inviata poche ore prima del doppio downgrade aveva criticato i giudizi degli analisti di S&P sull'affidabilità del sistema creditizio italiano contestando loro di aver espresso giudizi contrari alla realtà sulle banche. "Parole dure come macigni", quelle del pm Ruggiero, secondo il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, per il quale "il comportamento illecito di S&P è l'ennesima conferma di un vero e proprio colpo di Stato perpetrato contro il governo guidato da Silvio Berlusconi".

Una freccia nell'arco della difesa è la decisione della Consob di non sanzionare la società di rating. "La Consob - sostiene invece la Procura - non ha sanzionato S&P perché è stata castrata, neutralizzata, sterilizzata, in quanto non le è stata data la possibilità di chiudere in procedimento amministrativo perché non le sono state date le carte, nemmeno da S&P". 

Nonostante ciò e i danni che - secondo l'accusa - i giudizi di S&P hanno prodotto all'Italia, Consob, ministero dell'Economia e Bankitalia non si sono costituite parte civile al processo(perchè gestite da corrotti ed incapaci!!!).

Standard&Poor's affida a una nota la propria replica: "Nessuna di queste accuse è stata dimostrata da prove degne di questo nome. Nessun testimone, neanche quelli del pubblico ministero, hanno avvalorato queste tesi. Inoltre, le udienze hanno ripetutamente dimostrato che le analisi di Standard & Poor's sono state coerenti con le valutazioni pubblicate dalla Banca d'Italia e dalle maggiori istituzioni sovranazionali, e più volte hanno mostrato la solidità dei nostri processi di rating".

"Le accuse contro Standard & Poor's - prosegue la società - si basano su una cattiva interpretazione del normale dibattito analitico, fondamentale per il nostro processo di rating, e da una visione revisionista delle difficoltà macro-economiche in cui versava l'Italia durante la crisi dei paesi dell'Unione europea. Siamo fiduciosi che la Corte ci darà ragione, scagionando Standard & Poor's e i  suoi dipendenti". Si torna in aula il 25 gennaio per le arringhe.

Fonte: qui