9 dicembre forconi

lunedì 15 giugno 2015

Giannuli: tamarri al potere, il Pd è una vergogna nazionale

«A essere impresentabile non è Vincenzo De Luca, ma il Pd».

Per Aldo Giannuli, il vincitore delle elezioni regionali in Campania «non è un incidente di percorso del Pd, un occasionale cacicco meridionale la cui presenza il partito ha dovuto subire per i capricci del popolo delle primarie». 
Se così fosse stato, «Renzi non si sarebbe speso mettendoci personalmente la faccia ed oggi non starebbe ad arrampicarsi sugli specchi per salvarlo dalla legge Severino, altre volte applicata senza sconti».
L’ex sindaco di Salerno «non è nemmeno un fenomeno locale, che tocca difendere per onor di bandiera».
De Luca «esprime l’essenza del Pd attuale», al netto delle sue controversie giudiziarie che «lo rendono simile a tanti altri amministratori del Pd a Genova, a Venezia, a Roma».

Il problema? La sua «oscena concezione della politica». 
Per Giannuli, questo “feudatario del Cilento” «dice quello che il suo gruppo dirigente pensa ma non osa dire». Chissenefrega della legge Severino? Giusto che governi chi ha vinto le elezioni, purché però «nel rispetto delle leggi».
«Sino a quando una norma c’è, si rispetta e non si aggira, magari con la compiacenza di un governo e di un Parlamento di “amichetti”», scrive Giannuli nel suo blog. 

«Ma la concezione di De Luca è quella dell’asso pigliatutto: chi vince, per fas et Renzi e De Lucanefas poco importa, governa, anzi “comanda” (come insegna il suo capo, Renzi: “un uomo solo al comando”). E’ la stessa concezione della democrazia di Berlusconi, per la quale chi vince le elezioni è “l’Unto del Signore”
Una concezione predatoria che include anche le leggi ad hoc o ad personam, lo smembramento della Costituzione, l’assalto alle alte cariche dello Stato, il diritto di saccheggio». Una concezione che «non concepisce i limiti opposti al potere dalle norme dello Stato di Diritto, dalla divisione dei poteri, dal ruolo dell’opinione pubblica. Una idea da caudillo latinoamericano»
Questa, continua Giannuli, è l’ idea del potere che ha anche Renzi, mirabilmente espressa nella sua legge elettorale, per la quale una forza politica che magari rappresenta il 12,5% dell’elettorato totale (ad esempio il 25% del 50% di quanti vanno a votare) si aggiudica il 54% dei seggi dell’unica Camera e ha un’ottima base di partenza per cambiare la Costituzione a piacimento.
E questo perché “gli italiani devono sapere dalla sera delle votazioni chi governerà”, anzi: “comanderà”, perché «il tanghero fiorentino confonde il governo con il Potere nella sua interezza: ma il governo, in uno Stato di diritto, è solo una delle articolazioni del potere, non l’unica».

In GermaniaFrancia, Inghilterra, Spagna, Austria, Olanda ci sono sistemi elettorali che non garantiscono affatto di sapere chi governerà nei 5 anni successivi, eppure quei paesi non vanno in crisi. Perché in Italia dovrebbe essere diverso? «Ma De Luca e Renzi non sono uomini da sofisticatezze intellettuali, cose che lasciano agli oziosi», loro sono uomini d’azione, non di cultura «e ci tengono a rimarcarlo in ogni occasione, facendo sfoggio del loro spirito praticone e del fastidio per ogni dibattito, soprattutto quando assuma vaghe sfumature culturali». 
E se qualcuno riesce a fare un’obiezione, la risposta non è mai nel merito: è sempre colpa di “personaggetti”, “disfattisti”, “rosiconi”, “gufi”. 

«Un Orfini e Gomezcocktail di arroganza, aggressività, cafoneria, invadenza, prevaricazione, spudoratezza. E’ il Renzi’s tamarro style che ormai non appartiene solo a lui ma è la cifra di una intera classe politica».
Da Orfini, che zittisce Gomez sullo scandalo di Mafia Capitale, a Ernesto Carbone che la sera della disfatta alle regionali tenta di imporsi sul concorrente vendoliano: «Al povero senatore Stefàno di Sel, che è pugliese ed obiettava che in Puglia nelle civiche c’era proprio di tutto, Carbone rispondeva “Tu pensa a Sel che in Puglia è andata male”. Appunto: perfetto Renzi’s Tamarro Style». 
Questo stile, conclude Giannuli, è la spia di una concezione autoritaria della democrazia. «Il fatto è che i renziani sono antropologicamente estranei alla civiltà delle buone maniere che, guarda caso, quantomeno storicamente, è la premessa di quella della democrazia
E allora, venite ancora a dirmi che ad essere impresentabile è il solo De Luca? 
Impresentabile è il Pd in quanto tale. 
E ho una domanda agli ex militanti del Pci, ancora numerosi, nonostante tutto, nelle file del Pd: ma come fate a non vergognarvi di stare in una cloaca del genere?».

Fonte: qui

NELL'INDUSTRIA NON C'E' RIPRESA

Pochi giorni fa l'Istat ha comunicato i dati sulla produzione industriale nel mese di aprile. 



Scrive l'Istat
In aprile 2015 l'indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito dello 0,3% rispetto a marzo. Nella media del trimestre febbraio-aprile 2015 la produzione è aumentata dello 0,5% rispetto al trimestre precedente. Corretto per gli effetti di calendario, in aprile 2015 l'indice è aumentato in termini tendenziali dello 0,1% (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 20 di aprile 2014). Nella media dei primi quattro mesi dell'anno la produzione è diminuita dello 0,1% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedenteL'indice destagionalizzato presenta variazioni congiunturali positive nei raggruppamenti dei beni intermedi e dei beni strumentali (entrambi +0,1%); diminuiscono invece l'energia (-1,3%) e i beni di consumo (-1,2%). In termini tendenziali gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano, in aprile 2015, un solo aumento nel comparto dei beni strumentali (+3,0%); segnano invece diminuzioni i beni intermedi (-1,7%), i beni di consumo (-1,2%) e, in misura più lieve, l'energia (-0,1%). Per quanto riguarda i settori di attività economica, in aprile 2015 i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della fabbricazione di mezzi di trasporto (+17,1%), della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+16,8%) e della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+9,1%). Le diminuzioni maggiori si registrano nei settori delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-6,2%), della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-5,1%) e delle industrie alimentari, bevande e tabacco (-2,8%).
Quindi il contributo più grande è stato offerto dalla fabbricazione di mezzi di trasporto (+17,1% tendenziale) e dalla fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+16.8%), mentre ristagnano quasi tutti gli altri settori. Insomma, per i settori trainanti  (soprattutto quello della fabbricazioni di mezzi di trasporto) è verosimile pensare che nel prossimo futuro potrebbero stabilizzarsi,  riducendo così il contributo offerto allo "slancio" della produzione industriale.

I dati giunti dal settore dell'industria non sono affatto confortanti, soprattutto se si pensa che si inseriscono in un contesto estremamente favorevole dato dalle variabili esogene che stanno "stimolando" la crescita  (petrolio, tassi, euro debole). Eppure l'industria italiana non riesce ad agganciare qualcosa che possa in qualche modo assomigliare ad una ripresa. Cosa che, a dire il vero, non sorprenderà i lettori di questo blog.

Allungando l'orizzonte temporale e confrontando i dati della produzioni industriale italiana con quella di altri Paesi (fino a Marzo 2015), emerge lo spaccato offerto dal grafico che segue



In termini di produzione industriale, dei paesi considerati, solo Stati Uniti e Germania si sono riportati sopra i livelli precedenti la crisi del 2008/2009; mentre  tutti gli altri paesi sono abbondantemente al di sotto.

Tuttavia, rispetto ai minimi,  si può osservare il debole miglioramento delle Francia e quello un po' più vigoroso della Spagna.

Per l'Italia, invece,  è calma piatta.

Fonte: qui

Benvenuti nella ripresa Usa: mense dei poveri piene e inflazione



Benvenuti nella strepitosa ripresa americana! La “banche del cibo” Usa, infatti, stanno terminando le scorte, con il 37% dei gestori che ha ammesso come sia costretto a mandare via bisognosi perché incapace di offrire loro generi di conforto. Solo a New York si tratta di 2,6 milioni di persone (in parte occasionali), mentre circa 1,4 milioni di cittadini della Grande Mela dipende interamente dalle food pantries per poter mangiare, stando a dati della Food Bank of New York City. E stando a quanto rivelato da PressTv, non sono solo senzatetto e disoccupati a usufruire delle mense gratuite, visto che molti visitatori sono cittadini con un impiego che però guadagnano troppo poco per poter portare in tavola del cibo senza un aiuto. Michale Berg, direttore di un’organizzazione che gestisce tre mense a New York, ha dichiarato all’Associated Press che la domanda di cibo nella città è aumentata del 20% all’anno dall’inizio della crisi. E l’aumento maggiore si è registrato a partire dal 2013, quando il Congresso ha tagliato i fondi a disposizione del Supplemental Nutrition Assistance Program, portando la media per persona a 18 dollari al mese! In compenso, Wall Street è ai massimi e Barack Obama è stato premio Nobel per la Pace.

E il 40% di chi beneficiava di tale sussidio – noto come “food stamp” – ora è dovuto ricorrere ai servizi alimentari di emergenza, ovvero le mense, stando a un articolo del New York Times. In compenso, l’inflazione sale negli Usa e proprio il comparto alimentare sta subendo gli incrementi maggiori. Nella patria delle bistecche alte tre dite e degli hamburger, infatti, sempre meno americani possono permettersi il lusso della carne, visto che stando a dati del Bereau of Labor Statistics, dopo un 2014 che ha visto il prezzo di manzo e vitello salire del 24%, nel maggio di quest’anno l’indice del prezzo Beef&Veal è arrivato al massimo record di 260.8, su del 12,3% annualizzato e del 30% a due anni, come ci mostra il grafico.

E a confermare che l’inflazione nel carrello della spesa reale degli americani c’è (cosa farà la Fed? Una bella revisione al ribasso del dato?), ci pensano le aziende produttrici non solo di alimentari ma anche di altri genere di primo consumo, come ad esempio i prodotti per l’igiene personale. Insomma, la corporate America sta cercando di nascondere l’inflazione galoppante creata dalla Fed con cinque anni di stampa ininterrotta (ma che non si deve né sapere, né tantomeno dire) con il più vecchio dei trucchi: mettere meno prodotto nelle confezioni, alzando in qualche caso anche il prezzo. La pratica ha anche un nome, “weight out”, nel gergo aziendale, mentre in caso di cause legali si parla di “slack fill”: è il caso della McCormick&Co, la quale già da inizio anno ha cominciato a mettere il 25% in meno di pepe nero nella sue confezioni, di fatto però vendendole allo stesso prezzo di sempre.



E questo vale anche per le patatine nel sacchetto o per i cereali della prima colazione, mentre nel caso dei rotoli di carta igienica “alleggeriti” si parla di “de-sheeting”. Ma, come vi dicevo, non solo cibo, visto che i giganti Procter&Gamble e Unilever a settembre scorso hanno subito altrettante class-actions per il loro modo un po’ distratto di riempiere le confezioni di deodoranti Old Spice e Axe, come ci mostra questa fotografia.


Che dite, tutti sintomi di un Paese che scoppia di salute economica, non vi pare? Questo altro grafico, ci mostra poi come l’inflazione non stia pesando solo per affitti e cibo ma anche sul prezzo dei carburanti, alla faccia del “taglio fiscale” che il risparmio sulla bolletta energetica doveva garantire ai consumatori americani grazie al calo del prezzo del petrolio.


In compenso, i salari stanno crescendo, infatti la Fed continua a sbandierare questo dato come uno spauracchio hawkish per il rialzo dei tassi. Proprio sicuri? Quest’ultimo grafico parrebbe dire il contrario,



visto che a fronte di un dato UMich di giugno rispetto al sentiment dei consumatori in crescita da 90.7 a 94.6, le aspettative legate ai redditi sono le più alte dal 2008 ma anche le più divergenti di sempre dalla realtà macro e dai tendenziali di crescita. Capito da dove arriva tutta la speranza dell’indice UMich, da un mondo in cui la gente – per disperazione – arriva a credere anche agli unicorni. Ma qualcuno, invece, sembra aver mangiato la foglia. E’ di sabato, infatti, la notizia che lo Stato del Texas ha emanato una legge che impone il rimpatrio di un miliardo di dollari di oro depositato presso la Fed di New York per essere stoccato in un caveau in loco, con tanto di articolo correlato al Bill che vieta la confisca forzata dello stesso da parte delle autorità federali. Della serie, della Fed e delle Banche centrali in genere, non si fida più nessuno. 

Viva gli Usa della ripresa, viva il compagno Obama!

Fonte: qui

Il Piano B

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Nel delineare una “nuova storia” sulle cause che condussero alla caduta dell’Impero romano(d’Occidente), lo storico britannico Peter Heather liquida la questione dei profughi con poche parole, più che sufficienti ad esaurire la faccenda:

Peter Heather  «Quello degli immigrati non era affatto un problema nuovo per l’impero, che spesso lasciava entrare gli stranieri: un flusso pressoché costante di individui in cerca di fortuna, e di tanto in tanto migrazioni anche più consistenti. In latino c’è un termine specifico per indicare l’accoglienza dei migranti: “receptio”. Un’iscrizione del I secolo d.C. registra il fatto che il governatore di Nerone trasportò in Tracia 100.000 persone provenienti da “oltre il Danubio” (transidanuviani).
TetrarchiNel 300 d.C. gli imperatori della tetrarchia riallocarono entro i confini dell’impero decine di migliaia di Carpi provenienti dalla Dacia, disperdendoli in varie comunità del Danubio, dall’Ungheria al Mar Nero.
Tra i due episodi si erano verificati innumerevoli flussi analoghi; mentre è difficile sostenere che il trattamento riservato fosse sempre e dovunque lo stesso, è possibile enucleare alcuni schemi ricorrenti. Se tra l’impero ed i richiedenti asilo i rapporti erano buoni e se la migrazione avveniva per mutuo accordo, alcuni dei giovani maschi immigrati venivano arruolati nell’esercito e il resto della popolazione veniva sparpagliata in tutta la superficie dell’impero, impiegato in agricoltura e di lì in poi assoggettato alle tasse come tutti gli altri. […] Se invece i rapporti non erano idilliaci…. le condizioni erano più dure.
[…] C’è poi un altro denominatore comune a tutti i casi documentati di immigrati cui fu concesso di stabilirsi entro i confini dell’impero. Gli imperatori non lasciavano mai entrare i migranti così, sulla parola, ma si assicuravano di poterne controllare militarmente le mosse…. confidando che le forze romane in loco avrebbero potuto sedare eventuali disordini

Rome soldierPeter Heather
La caduta dell’impero
romano. Una nuova storia
Garzanti (Milano, 2006)

Quando per una serie di sfortunate circostanze ed impressionanti errori di valutazione ciò non fu più possibile, l’Impero si avvitò nell’ennesima crisi dalla quale però non fu più in grado di riprendersi, fino alla sua inesorabile caduta.

Comitatenses

Ora, paragonare l’impaludata gilda mercantileche si fa chiamare pomposamente “Unione europea” ai fasti ed alle miserie dello scomparso Impero Romano sarebbe quantomeno fuori luogo e costituirebbe una pacchiana forzatura storica, se non fosse che questo costituisce a tutt’oggi l’unico precedente di un’Europa unita sotto un apparato amministrativo complesso, con regole uniformate ed una moneta comune. Dal confronto, escludiamo volutamente l’Europa carolingia, col suo “sacro romano impero” che consisteva più che altro in un regno proprietario, inteso come patrimonio di famiglia e basato sul vassallaggio feudale, rozzamente intagliato sulle rovine del precedente latino.
BurgundiIn entrambe i casi, niente a che vedere con l’attuale sommatoria di 28 egoismi nazionali, raggrumati alla peggio in una tecnoburocrazia monetarista, che sostanzialmente funziona come un’immensa agenzia di recupero crediti a garanzia dei suoi fondi salva-banche, per l’indebitamento statale tramite la cessione delle insolvenze in una gigantesca operazione dicash-pooling, con un unico beneficiario: laGermania. Oggi come ieri è la ‘nazione’ über alles, per un’Europa strutturata ad immagine e garanzia degli interessi tedeschi, con un modello commerciale di riferimento prevalente che non va oltre l’esperienza della Lega Anseatica coi suoi richiami neo-mercantilisti.
hanza-mapSu quale poi sia lo spirito che sottende una simile filosofia, alla base di un ordine strutturato soprattutto a livello economico, nelle sue Considerazioni di un impolitico uno scrittore come Thomas Mann tirava in ballo direttamente il russo Dostoevskij per spiegare la peculiarità tedesca:

Considerazioni di un impolitico«Quello che Dostoevskij chiama il “radicalismo cosmopolitico” è quell’indirizzo spirituale che ha per mèta finale la società della civiltà democratica, la république sociale, démocratique et universelle; empire of human civilization. È davvero un’idea illusoria dei nostri nemici? Comunque, illusoria o no: non possono essere che nemici della Germania quelli che vagheggiano una siffatta “idea illusoria”, perché una cosa è certa: che in una fusione delle democrazie nazionali in una democrazia europea e mondiale non rimarrebbe più nulla della sostanza tedesca. La democrazia mondiale, l’impero della civilizzazazione, la “società dell’umanità”, potrebbe avere un carattere piuttosto latino o anglo-sassone, nel quale lo spirito tedesco finirebbe coi diluire e sparire, verrebbe estirpato, non esisterebbe più.
E la Germania? E i tedeschi? Dostoevskij dice: “L’aspetto caratteristico, essenziale di questo popolo grande, orgoglioso e singolare, è consistito sempre, fin dal primo momento in cui fece la sua apparizione nel mondo della storia, nel fatto che mai, né nei suoi destini, né nei suoi principi, ha accettato di unificarsi con l’estremo mondo occidentale, cioè con tutti gli eredi dell’antico patrimonio romano. Contro quel mondo lo spirito tedesco ha protestato per tutto il corso degli ultimi duemila anni e, anche se non ha pronunciato il proprio verbo non ha formulato in contorni precisi il suo ideale, che sostituisse positivamente l’antica idea romana da lui stesso distrutta, tuttavia, credo – dice Dostoevskij (e questo è un punto poderoso della sua trattazione, ci si accorge d’un tratto con chi abbiamo a che fare: col primo psicologo della letteratura universale) – in cuor suo quello spirito è stato sempre convinto che prima o poi avrebbe saputo pronunciare questo nuovo verbo e guidare con quello l’umanità”.
T.Mann […] Era dunque ugualmente chiaro a tutti fin dal primo momento, penso io, che le radici spirituali di questa guerra che ha tutti i titoli possibili per chiamarsi “guerra tedesca”, affondano nel “protestantesimo” organico e storico della Germania; era chiaro che questa guerra rappresenta in sostanza una nuova esplosione, la più grandiosa forse e molti credono l’ultima, dell’antichissima lotta dei tedeschi contro lo spirito dell’occidente, ed anche della lotta dello spirito romano contro la pervicace Germania

Thomas Mann
Considerazioni di un impolitico
Adelphi, 1997.

Fanteria tedesca in Alsazia (1914)Smaltiti gli effluvi della grande sbornia nazionalista che portarono la Germania alla catastrofe della grande guerra, Thomas Mann ebbe a sperimentare personalmente su qualifondamenti spirituali poggiasse l’eccezionalità germanica nella supremazia diquesto popolo tanto introverso, questo popolo della metafisica, della pedagogia, la cui animanon ha un orientamento politico, bensì morale, giacché “democrazia vuol dire predominio della politica”

10 Maggio 1933 - Rogo dei libri a Berlino«La democrazia e la politica stessa sono estranee e venefiche al carattere tedesco….. Io mi dichiaro profondamente convinto che il popolo tedesco non potrà mai amare la democrazia politica per il semplice motivo che non può amare la politica stessa, e che il tanto deprecato “Stato dell’autorità costituita” è e rimane la forma di Stato che più gli è adeguata e congeniale, quella che in fondo lui stesso si è scelta.
[…] Lo spirito non è politica: per un tedesco non c’è bisogno di appartenere al cattivo secolo diciannovesimo per fare di questo “non è” questione di vita o di morte. La differenza fra spirito e politica implica quella fra cultura e civilizzazione, fra anima e società, fra libertà e diritto di voto, fra arte e letteratura; ora la “germanicità” è cultura, anima, libertà, arte, e non civilizzazione, società, diritto di voto, letteratura.
[…] I pregi della nazione e dell’arte tedesca sono di carattere preminentemente etico, in contrasto con l’intellettualismo della civilizzazione occidentale

G.Hackert - Goethe a Roma visita il ColosseoNon per niente, per molti spiriti magni di teutonica schiatta, uno dei massimi approcci culturali al mondo latino era la contemplazione romantica delle rovine di un mondo che, in fondo e loro malgrado, avevano pur contribuito a distruggere, finanto che non hanno deciso poi di riplasmare l’Europa in nome dell’ordine, dell’obbedienza, della propedeutica del dovere nel culto dell’autorità che è sempre pedagogica anche nella coercizione più estrema (rieducare i popoli alle virtù tedesche) nella sua“antipoliticità”.


Invece, a livello mediterraneo, dell’antica dimensione imperiale resta più che altro la pletora ciarliera degli aspiranti ‘cesari’. E al massimo si tratta di Romoli Augustoli, che si avvicendano sui loro effimeri troni di cartapesta, gigioneggiando nei teatrini di una politica indegna, con tutta la prosaicità ridanciana della loro fanfaronaggine parolaia.

renzi

Ascoltare i cinguettii del principino rignanese che pigola qualcosa a proposito di “accoglienza europea” e “redistribuzione delle quote”, dopo aver strombazzato urbi et orbi gli eccezionali successi epocali della sempre più evanescenteFederica Mogherini, e bofonchia l’esistenza di un “Piano B” per affrontare l’emergenzaimmigrazione, supportato com’è da quell’altro monumento all’inutile che è il suo degno compare Angelino Alfano agli Interni, restituisce tutto il senso della farsa ad un Paese sempre più allo sbando. Nell’assoluta latitanza delle fantomatiche istituzioni europee, che esistono unicamente per tirar di conto, nella sua ritrovata “sovranità nazionale” l’Italietta decisionista del Bambino Matteo sta scoprendo a sue spese che l’immigrazione, se gestita male (o meglio: se non gestita affatto), ben lungi dall’essere una “risorsa”, può essere un problema (e anche dei più scabbiosi); che le strutture locali non sono assolutamente attrezzate per gestire l’ondata migratoria; che bastano appena 100 profughi afghani per mandare in tilt città come Udine; che una simile massa di indigenti e disperati da importazione rischia davvero di portare al collasso col loro peso le già precarie strutture sanitarie e di pubblica assistenza, rischiando di innescare una reazione incontrollabile in una sorta di dumpingsociale tutto al ribasso. Che non ha davvero senso andare a raccogliere fin sotto la costa libica migliaia di migranti, che poi non si sa assolutamente come gestire ed integrare. E che certo questo non costituisce un deterrente all’esodo di massa che anzi ne risulta incentivato nella certezza del trasbordo, mettendo in mare qualsiasi cosa galleggi fino ad un miglio dalla costa africana. E che è un bene che la totalità dei migranti, nonostante le condizioni bestiali a cui sono costretti, sia finora costituita da persone assolutamente pacifiche e inermi.

Italian Prime Minister Matteo Renzi during the meeting with French Ambassador in Italy, Catherine Colonna (not seen), at Farnese Palace in Rome, Italy, 07 January 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Suo malgrado, il Bimbetto rignanese ed i suoi accoliti stanno scoprendo che nel resto dell’Europa, stremato dalla lunga recessione e con milioni di disoccupati da riallocare e sistemi di assistenza sociale drammaticamente a corto di fondi, una simile “risorsa” nessuno la vuole e trovano comodissimo utilizzare le propaggini meridionali del continente (Grecia ed Italia) come immensi recinti per bloccare il transito di indesiderati. Ne si può pretendere che i singoli paesi si facciano carico di un problema che il governo italiano non sa assolutamente affrontare, nella schizofrenica confusione che ne contraddistingue le iniziative.
Il Piccolo Principe sta cominciando a capire che sarà proprio la questione migratoria a segnare la fine del suo effimero potere: non lo scempio costituzionale in atto, con l’abuso della decretazione d’urgenza e la concentrazione dei poteri; non la farsa dei contratti a monetarizzazione crescente spacciati per nuova occupazione; non l’impoverimento progressivo dei ceti medio-bassi della società italiana; non lo smantellamento della scuola pubblica; non la pioggia di scandali e ruberie a non finire, che rischiano di far sembrare il PSI craxiano un partito di reprobi… bensì proprio l’assoluta inadeguatezza, nel gestire una delle questioni più antiche del mondo come l’immigrazione, rischia di travolgere questo abborracciato bulletto di provincia, sull’onda lunga delle paure degli italiani e la solleticazione dei loro peggiori istinti, che se portati all’esasperazione non conducono mai a niente di buono…

Fonte: qui

La Turchia sta per collassare?

turchia-guerra-civile-erdogan
Le recenti elezioni in Turchia hanno scosso il quadro politico del paese a causa della sconfitta del partito islamico di cui è esponente il presidente della repubblica Erdogan. I risultati sono stati i seguenti: AKP (islamico-nazionalista): 40,8%; CHP (social-democratico): 25,05; MHP (nazionalista): 16,4%; HDP (curdo-socialista-ambientalista): 13%.
Essendo, quello turco, un sistema proporzionale, il partito al governo dell’AKP non riesce a governare da solo come ha fatto finora e quindi sono iniziate le trattative con gli altri partiti. Proviamo ad elencare i possibili scenari dopo questo terremoto elettorale che ha immediatamente fatto crollare la borsa e la valuta turca a causa dell’instabilità che presto si potrebbe creare nel paese:
1) GRANDE COALIZIONE AKP-CHP-MHP: una coalizione tra islamici, socialdemocratici e nazionalisti consentirebbe di creare un governo di unità nazionale con una larghissima maggioranza. Escludiamo sicuramente da questo governo i curdi, che si rifiutano categoricamente di sedersi a fianco del partito di Erdogan. Una coalizione del genere rimane però molto improbabile, dato che metterebbe fine al presidenzialismo de facto di Erdogan; i socialdemocratici hanno chiesto un premier a rotazione e i nazionalisti hanno chiesto le dimissioni di diversi esponenti corrotti del precedente governo e addirittura dello stesso Erdogan. Nel caso dovesse formarsi un governo del genere, rischierebbe comunque di essere molto fragile e instabile. PROBABILITA': MOLTO BASSA
2) COALIZIONE AKP-MHP: una coalizione tra islamici e nazionalisti è quella che i media pensano essere la più probabile, ma anche in questo caso le trattative sono difficili, dato che i nazionalisti chiedono una stretta sulla corruzione e l’interruzione del processo di pace con la minoranza curda. Considerando l’ostilità di Erdogan verso i curdi, non è però escluso uno scenario del genere. A livello ideologico i due partiti sono abbastanza vicini anche se il leader del MHP continua a chiedere la testa del presidente. PROBABILITA': MEDIA
3) COALIZIONE AKP-CHP: una coalizione tra islamici e socialdemocratici, è quella che sta prendendo piede nelle ultime ore. I due partiti anche se in netta opposizione tra loro, dato che i socialdemocratici hanno guidato le proteste del 2013 contro il presidente e anche abbastanza distanti a livello ideologico, possono essere considerati però vicini a livello politico, considerando che entrambi sono perdenti, cioè hanno diminuito i propri consensi ed entrambi non vogliono perdere le proprie poltrone. Un governo islamico-socialista è quindi possibile e darebbe ad Erdogan anche il numero di seggi necessari per convocare un referendum per rendere la Turchia una repubblica presidenziale. PROBABILITA': MEDIO-BASSA
4) COALIZIONE CHP-MHP-HDP: una coalizione dei partiti di minoranza anti-Erdogan è stata ventilata da alcuni esponenti politici turchi, ma la probabilità che questa si realizzi e governi (avrebbe pienamente i seggi necessari), sono abbastanza scarse soprattutto a causa della distanza tra MHP E HDP sul processo di pace curdo. Distanza assolutamente incolmabile. Non è però escluso una coalizione del genere per formare un governo transitorio con obiettivi ben definiti (ad esempio lotta alla corruzione o riforma della legge elettorale). PROBABILITA': BASSA
5) GOVERNO DI MINORANZA AKP: AKP potrebbe governare con l’appoggio esterno dei nazionalisti e/o dei socialdemocratici. Ipotesi però alquanto improbabile dato che quest’ultimi non ne ricaverebbero alcun vantaggio. Si dovesse realizzare uno scenario del genere, sarebbe comunque un governo molto instabile e con margini di manovra minimi: PROBABILITA': MEDIO-BASSA
6) ELEZIONI ANTICIPATE: se entro 45 giorni dalla votazione non si sarà trovato nessun accordo, Erdogan avrebbe il diritto di indire elezioni anticipate, la cui propaganda del suo partito, punterebbe tutto sull’instabilità politica ed economica causata dal voto agli altri partiti di minoranza e al fatto che serve una riforma politica su stampo presidenziale. Non è escluso che parte dell’elettorato, impaurito dall’instabilità torni a votare AKP, considerando che è l’unico partito il cui incremento dei consensi garantisca possibilità di governo, anche se colmare 10 punti percentuali non è affatto facile. PROBABILITA': MEDIO-ALTA
7) DERIVA AUTORITARIA: Erdogan potrebbe sfruttare un’eventuale strategia della tensione nel Kurdistan turco per mettere fuorilegge l’HDP oppure simulare un colpo di stato per attuare misure di emergenza, per assumere poteri speciali e di fatto aprire la strada ad una dittatura con l’appoggio dei deputati dell’AKP e indire un referendum per assumere più poteri. Oppure potrebbe indire nuove elezioni e mettere fuorilegge o  ostacolare ampiamente il partito curdo, oppure attuare pesanti brogli elettorali e assicurare la maggioranza all’AKP. PROBABILITA: ?
A nostro avviso questi sono i possibili scenari che potrebbero realizzarsi in Turchia. Se si dovessero realizzare lo scenario 1, 3, 4 la situazione potrebbe, almeno per un breve periodo, stabilizzarsi e causare un forte ridimensionamento del potere di Erdogan.
Invece nel caso si realizzasse lo scenario 2 o il 5 con appoggio esterno del MHP, il processo di pace curdo potrebbe essere interrotto e il Kurdistan turco potrebbe iniziare a ribellarsi, considerando che già allo stato attuale, la tensione sta fortemente aumentando a causa di attentati e della presenza degli uomini dello Stato Islamico che, secondo l’HDP, avrebbero attuato già diversi attacchi dinamitardi contro sedi del partito. Considerando la presenza di un milione e mezzo di profughi siriani in Turchia, di cui la maggior parte nel Kurdistan, considerando che il Kurdistan turco confina con il Kurdistan siriano e iracheno, dove i curdi sono armati, indipendenti e vincitori delle ultime battaglie contro l’ISIS, è praticamente ovvio pensare che se la situazione in Turchia si destabilizzasse a sfavore dei curdi turchi, questi potrebbero ribellarsi in massa con l’appoggio militare delle altre formazione curde siriane e irachene che ricordiamo essere state pesantemente armate proprio dall’Occidente. Una situazione del genere, porterebbe velocemente al tracollo economico della Turchia ed alla guerra civile.
Inoltre, è da considerare, che sia in questo, sia nel caso degli scenari 6 o 7, oltre alle rivolte dei curdi potrebbero esserci le rivolte dell’opposizione socialdemocratica che potrebbe tornare in piazza come nel 2013, contro un governo autoritario che ha portato il paese alla guerra civile. A questo proposito, a nostro avviso, la Turchia rischia di diventare una nuova Siria, divisa in più parti.geografia elezioni turchia 2015
La cartina mostra come potrebbe facilmente dividersi il paese in caso di conflitto: le zone occidentali e costiere, economicamente più avanzate e più influenzate dal turismo ed etnicamente più di origine greca e slava, sono tutte governate dai socialdemocratici filo-europei. La parte centrale del paese, etnicamente turca, è saldamente nella mani del partito islamico mentre la parte orientale, dove risiedono le minoranze curde, armene e arabe è adesso nella mani del partito della Primavera Curda, cioè l’HDP. A nostro avviso, quindi, la Turchia, in caso di destabilizzazione e guerra civile potrebbe dividersi in tre zone principali: TURCHIA EUROPEA (Instabul, regione Marmara ed Egeo); TURCHIA CENTRALE ( Ankara, Anatolia Centrale, Turchia Mediterranea e Regione del Mar Nero); KURDISTAN (Anatolia Orientale e parte dell’Anatolia SudOrientale).
Concludiamo dicendo che, considerando la situazione nel suo complesso, cioè Presidente propenso ad una deriva autoritaria e diplomaticamente isolato, instabilità politica, rallentamento economico, enorme massa di profughi all’interno del territorio, recenti rivolte antigovernative, presenza di regione separatista confinante con zone militarmente armate e alleate, ci sono tutte le condizioni per un collasso politico e sociale del paese. In questo contesto è, a nostro avviso, sicuro l’arrivo di uomini dell’ISIS sul suolo turco, sfruttando un’eventuale guerra civile e considerando che lo Stato Islamico confina direttamente con l’Anatolia SudOrientale dove c’è una forte presenza curda ma insieme a turchi, turcomanni e arabi. Quindi, sempre in caso di insurrezione del Kurdistan Turco, questa sarà sicuramente un’area di conflitto dove potrebbe facilmente insinuarsi l’ISIS e conquistare territorio, in funzione anticurda. L’area di azione dell’ISIS in Turchia, in caso di collasso del paese, è quella cerchiata nella seguente cartina:MAPPA ISIS TURCHIAL’enorme area di instabilità mediorientale, in caso di collasso della Turchia, potrebbe incrementare in maniera esponenziale coinvolgendo l’Iran (dato che esiste un Kurdistan iraniano), ma anche i paesi vicini alla Turchia come Armenia, Azerbaigian, Turkmenistan e Cipro. E a tutto questo, si aggiunge che a nord della Turchia c’è la Grecia, il cui fallimento potrebbe essere imminente, dove esiste una forte minoranza islamica e un forte partito neonazista e che a sua volta confina con l’islamica Albania che confina con la Macedonia che è stata recentemente colpita da attacchi armati da parte di guerriglieri islamici kosovaro-albanesi. Come vedete, la Turchia è un tassello importante, la sua caduta potrebbe essere una bomba atomica di instabilità e allargare la Guerra Civile Globale che ormai coinvolge Libia, Iraq, Siria, Yemen, Arabia Saudita, Libano, Ucraina, Somalia e Nigeria senza considerare i paesi che sono intervenuti in questi conflitti direttamente e indirettamente.
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GRECIA: ACROPOLIS NOW!


Tutto si può dire della coppia Tsipras e Varoufakis, ma non che non abbiano il fegato, stanno continuando a tenere pigiato l’acceleratore, in questo appassionante e drammatico “chicken game”.
Probabilmente è solo una questione di cravatte, Angelina era abituata a prendere le marionette greche come Samaras & Company per il colletto …
” La Grecia spaventa l’europa. Per la Germania ormai l’uscita del Paese dall’euro non è più una possibilità così remota. A dirlo questa volta è stato il ministro dell’economia e vice cancelliere Sigmar Gabriel “L’ombra di una uscita della Grecia dall’Euro sta diventando sempre più visibile” ha detto alla Bild sottolineando che “gli esperti greci della teoria dei giochi stanno giocando d’azzardo, mettendo in pericolo il futuro del loro paese e dell’Europa”, ma “i lavoratori e le famiglie tedesche non pagheranno per le esagerate promesse elettorali fatte da un governo mezzo comunista”.
Mezzo comunista? E che cavolo è allora la socialdemocrazia della SPD di Gabriel se non mezzo comunismo. Chi glielo dice che sino alla metà del 1800 socialismo e comunismo erano considerati termini intercambiabili?
Inoltre a chi Gabriel suggerisce che sta finendo la pazienza?
A proposito non è vero che Matteo Renzi da tempo non sia più presente ai vertici strategici sulla Grecia e sulla Russia, insieme alla Merkel e al fantasma di Hollande, il suo quadro appare in ogni foto…
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E’ ingiusto, lui è sempre presente!
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Scherzi a parte, questo non è un post serio, non c’è nulla da prendere sul serio nel neuro Europa.
La Grecia è morta grazie a ricette fallimentari e non ha nessuna intenzione di farsi anche sotterrare. O l’Europa fa un passo indietro o come dice Mike Shedlock, sarà default e quindi…
a) default
b) 330 miliardi evaporano dai bilanci pubblici dell’Europa gonfiando debiti e deficit.
c) la Grecia apre alla Russia
d) la Grecia minaccia di ritirare la concessione della base Nato a Creta
d) la Russia costruisce il nuovo gasdotto attraverso la Grecia in cambio di aiuti e finanziamenti
f) Avvia nuove riforme “sostenibili” e dimostra che fuori dall’euro c’è vita, con tanti saluti in ordine a Portogallo, Spagna, Italia, Germania e Europa.
Oggi …”fly to quality” per tutti, offre la Grecia!
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MILANO - Stazione Centrale? No, Centro smistamento immigrati

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Abbiamo trovato una soluzione ponte”. Lo ha detto il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca.
Secondo quanto spiegato fino a mercoledì ci saranno a disposizione 2 locali commerciali attualmente vuoti all’interno della stazione con la funzione di ‘smistamento’. Da mercoledì sarà tutto trasferito a un locale attiguo alla stazione.
Tronca, al termine di una riunione iniziata alle 10.30 di stamattina, ha spiegato che “c’è voluto tempo” perche’ “abbiamo individuato una soluzione estremamente utile e decorosa”, cioè l’utilizzo di due strutture commerciali nella stazione “che possono ospitare degnamente queste persone, dove possono sedersi, essere registrate e accolte in termini di esigenze, poi, di alloggiamento notturno”. Anche questa, come il mezzanino in precedenza, è “una soluzione di risulta – ha detto il prefetto – ma è più funzionale e più finalizzata ai successivi passaggi di definizione a Milano di strutture di accoglienza”. I locali saranno disponibili “fino alle ore 24 di mercoledi’ sera”.
Successivamente l’assessore del Comune di Milano, Marco Granelli, ha spiegato che la funzione di “primissima accoglienza” e smistamento sarà svolta nei locali vicino “via Tonale, sotto la stazione, dell’ex Sos di Fondazione Exodus”, in attesa della messa a posto “entro qualche settimana” dell’ex dopolavoro ferroviario.

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