9 dicembre forconi

lunedì 15 giugno 2015

La Turchia sta per collassare?

turchia-guerra-civile-erdogan
Le recenti elezioni in Turchia hanno scosso il quadro politico del paese a causa della sconfitta del partito islamico di cui è esponente il presidente della repubblica Erdogan. I risultati sono stati i seguenti: AKP (islamico-nazionalista): 40,8%; CHP (social-democratico): 25,05; MHP (nazionalista): 16,4%; HDP (curdo-socialista-ambientalista): 13%.
Essendo, quello turco, un sistema proporzionale, il partito al governo dell’AKP non riesce a governare da solo come ha fatto finora e quindi sono iniziate le trattative con gli altri partiti. Proviamo ad elencare i possibili scenari dopo questo terremoto elettorale che ha immediatamente fatto crollare la borsa e la valuta turca a causa dell’instabilità che presto si potrebbe creare nel paese:
1) GRANDE COALIZIONE AKP-CHP-MHP: una coalizione tra islamici, socialdemocratici e nazionalisti consentirebbe di creare un governo di unità nazionale con una larghissima maggioranza. Escludiamo sicuramente da questo governo i curdi, che si rifiutano categoricamente di sedersi a fianco del partito di Erdogan. Una coalizione del genere rimane però molto improbabile, dato che metterebbe fine al presidenzialismo de facto di Erdogan; i socialdemocratici hanno chiesto un premier a rotazione e i nazionalisti hanno chiesto le dimissioni di diversi esponenti corrotti del precedente governo e addirittura dello stesso Erdogan. Nel caso dovesse formarsi un governo del genere, rischierebbe comunque di essere molto fragile e instabile. PROBABILITA': MOLTO BASSA
2) COALIZIONE AKP-MHP: una coalizione tra islamici e nazionalisti è quella che i media pensano essere la più probabile, ma anche in questo caso le trattative sono difficili, dato che i nazionalisti chiedono una stretta sulla corruzione e l’interruzione del processo di pace con la minoranza curda. Considerando l’ostilità di Erdogan verso i curdi, non è però escluso uno scenario del genere. A livello ideologico i due partiti sono abbastanza vicini anche se il leader del MHP continua a chiedere la testa del presidente. PROBABILITA': MEDIA
3) COALIZIONE AKP-CHP: una coalizione tra islamici e socialdemocratici, è quella che sta prendendo piede nelle ultime ore. I due partiti anche se in netta opposizione tra loro, dato che i socialdemocratici hanno guidato le proteste del 2013 contro il presidente e anche abbastanza distanti a livello ideologico, possono essere considerati però vicini a livello politico, considerando che entrambi sono perdenti, cioè hanno diminuito i propri consensi ed entrambi non vogliono perdere le proprie poltrone. Un governo islamico-socialista è quindi possibile e darebbe ad Erdogan anche il numero di seggi necessari per convocare un referendum per rendere la Turchia una repubblica presidenziale. PROBABILITA': MEDIO-BASSA
4) COALIZIONE CHP-MHP-HDP: una coalizione dei partiti di minoranza anti-Erdogan è stata ventilata da alcuni esponenti politici turchi, ma la probabilità che questa si realizzi e governi (avrebbe pienamente i seggi necessari), sono abbastanza scarse soprattutto a causa della distanza tra MHP E HDP sul processo di pace curdo. Distanza assolutamente incolmabile. Non è però escluso una coalizione del genere per formare un governo transitorio con obiettivi ben definiti (ad esempio lotta alla corruzione o riforma della legge elettorale). PROBABILITA': BASSA
5) GOVERNO DI MINORANZA AKP: AKP potrebbe governare con l’appoggio esterno dei nazionalisti e/o dei socialdemocratici. Ipotesi però alquanto improbabile dato che quest’ultimi non ne ricaverebbero alcun vantaggio. Si dovesse realizzare uno scenario del genere, sarebbe comunque un governo molto instabile e con margini di manovra minimi: PROBABILITA': MEDIO-BASSA
6) ELEZIONI ANTICIPATE: se entro 45 giorni dalla votazione non si sarà trovato nessun accordo, Erdogan avrebbe il diritto di indire elezioni anticipate, la cui propaganda del suo partito, punterebbe tutto sull’instabilità politica ed economica causata dal voto agli altri partiti di minoranza e al fatto che serve una riforma politica su stampo presidenziale. Non è escluso che parte dell’elettorato, impaurito dall’instabilità torni a votare AKP, considerando che è l’unico partito il cui incremento dei consensi garantisca possibilità di governo, anche se colmare 10 punti percentuali non è affatto facile. PROBABILITA': MEDIO-ALTA
7) DERIVA AUTORITARIA: Erdogan potrebbe sfruttare un’eventuale strategia della tensione nel Kurdistan turco per mettere fuorilegge l’HDP oppure simulare un colpo di stato per attuare misure di emergenza, per assumere poteri speciali e di fatto aprire la strada ad una dittatura con l’appoggio dei deputati dell’AKP e indire un referendum per assumere più poteri. Oppure potrebbe indire nuove elezioni e mettere fuorilegge o  ostacolare ampiamente il partito curdo, oppure attuare pesanti brogli elettorali e assicurare la maggioranza all’AKP. PROBABILITA: ?
A nostro avviso questi sono i possibili scenari che potrebbero realizzarsi in Turchia. Se si dovessero realizzare lo scenario 1, 3, 4 la situazione potrebbe, almeno per un breve periodo, stabilizzarsi e causare un forte ridimensionamento del potere di Erdogan.
Invece nel caso si realizzasse lo scenario 2 o il 5 con appoggio esterno del MHP, il processo di pace curdo potrebbe essere interrotto e il Kurdistan turco potrebbe iniziare a ribellarsi, considerando che già allo stato attuale, la tensione sta fortemente aumentando a causa di attentati e della presenza degli uomini dello Stato Islamico che, secondo l’HDP, avrebbero attuato già diversi attacchi dinamitardi contro sedi del partito. Considerando la presenza di un milione e mezzo di profughi siriani in Turchia, di cui la maggior parte nel Kurdistan, considerando che il Kurdistan turco confina con il Kurdistan siriano e iracheno, dove i curdi sono armati, indipendenti e vincitori delle ultime battaglie contro l’ISIS, è praticamente ovvio pensare che se la situazione in Turchia si destabilizzasse a sfavore dei curdi turchi, questi potrebbero ribellarsi in massa con l’appoggio militare delle altre formazione curde siriane e irachene che ricordiamo essere state pesantemente armate proprio dall’Occidente. Una situazione del genere, porterebbe velocemente al tracollo economico della Turchia ed alla guerra civile.
Inoltre, è da considerare, che sia in questo, sia nel caso degli scenari 6 o 7, oltre alle rivolte dei curdi potrebbero esserci le rivolte dell’opposizione socialdemocratica che potrebbe tornare in piazza come nel 2013, contro un governo autoritario che ha portato il paese alla guerra civile. A questo proposito, a nostro avviso, la Turchia rischia di diventare una nuova Siria, divisa in più parti.geografia elezioni turchia 2015
La cartina mostra come potrebbe facilmente dividersi il paese in caso di conflitto: le zone occidentali e costiere, economicamente più avanzate e più influenzate dal turismo ed etnicamente più di origine greca e slava, sono tutte governate dai socialdemocratici filo-europei. La parte centrale del paese, etnicamente turca, è saldamente nella mani del partito islamico mentre la parte orientale, dove risiedono le minoranze curde, armene e arabe è adesso nella mani del partito della Primavera Curda, cioè l’HDP. A nostro avviso, quindi, la Turchia, in caso di destabilizzazione e guerra civile potrebbe dividersi in tre zone principali: TURCHIA EUROPEA (Instabul, regione Marmara ed Egeo); TURCHIA CENTRALE ( Ankara, Anatolia Centrale, Turchia Mediterranea e Regione del Mar Nero); KURDISTAN (Anatolia Orientale e parte dell’Anatolia SudOrientale).
Concludiamo dicendo che, considerando la situazione nel suo complesso, cioè Presidente propenso ad una deriva autoritaria e diplomaticamente isolato, instabilità politica, rallentamento economico, enorme massa di profughi all’interno del territorio, recenti rivolte antigovernative, presenza di regione separatista confinante con zone militarmente armate e alleate, ci sono tutte le condizioni per un collasso politico e sociale del paese. In questo contesto è, a nostro avviso, sicuro l’arrivo di uomini dell’ISIS sul suolo turco, sfruttando un’eventuale guerra civile e considerando che lo Stato Islamico confina direttamente con l’Anatolia SudOrientale dove c’è una forte presenza curda ma insieme a turchi, turcomanni e arabi. Quindi, sempre in caso di insurrezione del Kurdistan Turco, questa sarà sicuramente un’area di conflitto dove potrebbe facilmente insinuarsi l’ISIS e conquistare territorio, in funzione anticurda. L’area di azione dell’ISIS in Turchia, in caso di collasso del paese, è quella cerchiata nella seguente cartina:MAPPA ISIS TURCHIAL’enorme area di instabilità mediorientale, in caso di collasso della Turchia, potrebbe incrementare in maniera esponenziale coinvolgendo l’Iran (dato che esiste un Kurdistan iraniano), ma anche i paesi vicini alla Turchia come Armenia, Azerbaigian, Turkmenistan e Cipro. E a tutto questo, si aggiunge che a nord della Turchia c’è la Grecia, il cui fallimento potrebbe essere imminente, dove esiste una forte minoranza islamica e un forte partito neonazista e che a sua volta confina con l’islamica Albania che confina con la Macedonia che è stata recentemente colpita da attacchi armati da parte di guerriglieri islamici kosovaro-albanesi. Come vedete, la Turchia è un tassello importante, la sua caduta potrebbe essere una bomba atomica di instabilità e allargare la Guerra Civile Globale che ormai coinvolge Libia, Iraq, Siria, Yemen, Arabia Saudita, Libano, Ucraina, Somalia e Nigeria senza considerare i paesi che sono intervenuti in questi conflitti direttamente e indirettamente.
Fonte: qui

GRECIA: ACROPOLIS NOW!


Tutto si può dire della coppia Tsipras e Varoufakis, ma non che non abbiano il fegato, stanno continuando a tenere pigiato l’acceleratore, in questo appassionante e drammatico “chicken game”.
Probabilmente è solo una questione di cravatte, Angelina era abituata a prendere le marionette greche come Samaras & Company per il colletto …
” La Grecia spaventa l’europa. Per la Germania ormai l’uscita del Paese dall’euro non è più una possibilità così remota. A dirlo questa volta è stato il ministro dell’economia e vice cancelliere Sigmar Gabriel “L’ombra di una uscita della Grecia dall’Euro sta diventando sempre più visibile” ha detto alla Bild sottolineando che “gli esperti greci della teoria dei giochi stanno giocando d’azzardo, mettendo in pericolo il futuro del loro paese e dell’Europa”, ma “i lavoratori e le famiglie tedesche non pagheranno per le esagerate promesse elettorali fatte da un governo mezzo comunista”.
Mezzo comunista? E che cavolo è allora la socialdemocrazia della SPD di Gabriel se non mezzo comunismo. Chi glielo dice che sino alla metà del 1800 socialismo e comunismo erano considerati termini intercambiabili?
Inoltre a chi Gabriel suggerisce che sta finendo la pazienza?
A proposito non è vero che Matteo Renzi da tempo non sia più presente ai vertici strategici sulla Grecia e sulla Russia, insieme alla Merkel e al fantasma di Hollande, il suo quadro appare in ogni foto…
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E’ ingiusto, lui è sempre presente!
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Scherzi a parte, questo non è un post serio, non c’è nulla da prendere sul serio nel neuro Europa.
La Grecia è morta grazie a ricette fallimentari e non ha nessuna intenzione di farsi anche sotterrare. O l’Europa fa un passo indietro o come dice Mike Shedlock, sarà default e quindi…
a) default
b) 330 miliardi evaporano dai bilanci pubblici dell’Europa gonfiando debiti e deficit.
c) la Grecia apre alla Russia
d) la Grecia minaccia di ritirare la concessione della base Nato a Creta
d) la Russia costruisce il nuovo gasdotto attraverso la Grecia in cambio di aiuti e finanziamenti
f) Avvia nuove riforme “sostenibili” e dimostra che fuori dall’euro c’è vita, con tanti saluti in ordine a Portogallo, Spagna, Italia, Germania e Europa.
Oggi …”fly to quality” per tutti, offre la Grecia!
Fonte: qui

MILANO - Stazione Centrale? No, Centro smistamento immigrati

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“Abbiamo trovato una soluzione ponte”. Lo ha detto il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca.
Secondo quanto spiegato fino a mercoledì ci saranno a disposizione 2 locali commerciali attualmente vuoti all’interno della stazione con la funzione di ‘smistamento’. Da mercoledì sarà tutto trasferito a un locale attiguo alla stazione.
Tronca, al termine di una riunione iniziata alle 10.30 di stamattina, ha spiegato che “c’è voluto tempo” perche’ “abbiamo individuato una soluzione estremamente utile e decorosa”, cioè l’utilizzo di due strutture commerciali nella stazione “che possono ospitare degnamente queste persone, dove possono sedersi, essere registrate e accolte in termini di esigenze, poi, di alloggiamento notturno”. Anche questa, come il mezzanino in precedenza, è “una soluzione di risulta – ha detto il prefetto – ma è più funzionale e più finalizzata ai successivi passaggi di definizione a Milano di strutture di accoglienza”. I locali saranno disponibili “fino alle ore 24 di mercoledi’ sera”.
Successivamente l’assessore del Comune di Milano, Marco Granelli, ha spiegato che la funzione di “primissima accoglienza” e smistamento sarà svolta nei locali vicino “via Tonale, sotto la stazione, dell’ex Sos di Fondazione Exodus”, in attesa della messa a posto “entro qualche settimana” dell’ex dopolavoro ferroviario.

Fonte: qui

CACCIA RUSSO SFIORA LE NAVI NATO SUL BALTICO: SALE LA TENSIONE TRA OBAMA E PUTIN

WAR GAMES NELL’EUROPA DELL’EST 

LA STRATEGIA DEGLI STATI UNITI PER DISPIEGARE MEZZI E UOMINI IN LETTONIA, ESTONIA E LITUANIA

Il ricognitore di Mosca ha sfiorato l’11 giugno scorso il ponte di 4 navi che si esercitavano nel Mar Baltico - Dibattito in corso tra il ministro della difesa americano Carter, più intervista del suo predecessore Hagel, e Obama che preferirebbe affidarsi alle pressioni economiche e all’isolamento diplomatico, anziché spostare il confronto sul terreno militare.... 

Massimo Gaggi per il “Corriere della Sera”

MAR BALTICO RUSSIA NATOMAR BALTICO RUSSIA NATO
«L’accento sta passando dalla parola rassicurazione a un’altra espressione: deterrenza». Così alla vigilia del G7 della settimana scorsa, alcune voci dell’Amministrazione Obama spiegavano il moltiplicarsi delle ipotesi di segnali militari da inviare al Cremlino sotto forma di nuovi dispiegamenti di forze Nato in Europa. Si era parlato anche di missili nucleari a medio raggio.

Probabilmente non torneremo all’era dei «Pershing» schierati in Germania e dei «Cruise» americani a Sigonella, mentre è probabile che il rafforzamento della Nato nell’Est europeo, soprattutto nel Baltico e in Polonia, passi anche per il trasferimento in questi Paesi di consistenti stock di armamenti pesanti americani: carri armati e mezzi blindati per un totale di 1.200 veicoli. Mezzi sufficienti ad armare una brigata di cinquemila uomini che verrebbero parcheggiati in depositi sorvegliati da guardie private locali, non da militari Usa.

ESTONIA ESERCITAZIONE NATOESTONIA ESERCITAZIONE NATO
Una risposta, questa, all’offensiva dei filorussi nel Donbass ucraino che va avanti nonostante gli accordi di Minsk. Pesano anche le nuove provocazioni militari: dopo gli «incontri ravvicinati» in volo tra caccia inglesi e bombardieri russi, il ricognitore di Mosca che l’11 giugno scorso ha sfiorato il ponte di quattro navi — una americana, una tedesca, una inglese e una francese — che si esercitavano nel Mar Baltico.

L’indiscrezione del Pentagono sull’invio di armamenti nell’Europa orientale, pubblicata sabato dal New York Times , ha trovato ieri sostanziali conferme, pur nell’assenza di note ufficiali. Sicuramente è in corso un dibattito tra il nuovo ministro della Difesa americano Ashton Carter, più interventista del suo predecessore, Chuck Hagel, e la Casa Bianca dove Barack Obama, pur impegnato a seguire la linea della fermezza contro Putin per l’Ucraina, preferisce affidarsi alle pressioni economiche e all’isolamento diplomatico, anziché spostare il confronto sul terreno militare.

barack obama con la birraBARACK OBAMA CON LA BIRRA
La Casa Bianca ha rinunciato a inviare armi al governo ucraino perché, a differenza del repubblicano John McCain, non pensa che «la Russia sia solo una grande pompa di benzina» e perché Obama si è convinto che in questo modo finirebbe solo per alimentare una pericolosa escalation. Peraltro anche trasferendo carri armati e blindati Usa in Europa per la prima volta dalla Guerra fredda, il presidente rischierebbe di innescare una reazione a catena: non si tratterebbe di armi per conflitti in corso, ma di equipaggiamenti da immagazzinare e da usare solo in caso di una nuova aggressione dei russi.

PUTIN OBAMAPUTIN OBAMA
Un dispiegamento di forze tutto sommato molto limitato rispetto al dispositivo bellico di Mosca, senza creare per ora basi permanenti Usa nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, come deciso fin dai tempi dell’adesione di queste nazioni alla Nato dopo il crollo dell’Urss.

Per adesso si parla di armare una compagnia di 150 uomini in ciascuno dei tre Paesi baltici, Lettonia, Estonia e Lituania, e di immagazzinare equipaggiamenti per uno o più battaglioni di 750 soldati da dislocare in Polonia, Bulgaria, Romania e, forse, Ungheria. Poca roba rispetto alle divisioni corazzate del Cremlino, ma abbastanza per indicare che gli Stati Uniti si stanno impegnando direttamente in questa regione: un deterrente significativo, sperano gli strateghi americani.

BARACK OBAMA E VLADIMIR PUTINBARACK OBAMA E VLADIMIR PUTIN
Per questo, nonostante qualche dubbio, la Casa Bianca non ha accantonato la proposta del Pentagono e, anzi, ha fatto trapelare che l’ha presa molto sul serio. L’invio dei mezzi corazzati deve essere approvato tanto dal Pentagono quanto da Barack Obama: le due amministrazioni sono orientate a decidere prima del vertice dei ministri degli Esteri dei Paesi della Nato che si riunirà a Bruxelles il 24 e 25 giugno.

Una discussione che in quella sede potrebbe essere non facile visto che alcuni Paesi dell’Alleanza, soprattutto quelli mediterranei come Francia e Italia, suggeriscono prudenza a fronte delle garanzie militari chieste dalla Polonia e dai baltici.

Fonte: qui

INPS SPROFONDO ROSSO – LE PREVISIONI DELL’ISTITUTO PARLANO DI BILANCI IN DEFICIT PER 6,8 MILIARDI NEL 2015 E 7 NEL 2018

INPS ISTITUTO NAZIONALE DI PREVIDENZA SOCIALE jpegNEL 2023 IL PATRIMONIO NETTO SARÀ NEGATIVO PER 56,5 MILIARDI (FACCIAMO LA FINE DELLA GRECIA)

A pesare sono i deficit crescenti delle gestioni dei dipendenti pubblici, i fondi speciali (elettrici, trasporti, telefonici), i dirigenti d’azienda, gli artigiani e i coltivatori diretti. Deficit che non riescono a essere compensati dagli attivi delle gestioni “prestazioni temporanee”, dei parasubordinati e dei dipendenti privati…
Enrico Marro per il “Corriere della Sera”

Bisognerà che l’economia davvero riprenda a crescere, se vogliamo che il bilancio dell’Inps non peggiori di anno in anno, scaricando i suoi deficit sui conti dello Stato. Deficit crescenti — più di 12 miliardi di euro quello previsto per il 2023 — che asciugheranno l’attuale attivo patrimoniale (18,5 miliardi di euro nel 2014) trasformandolo rapidamente in un passivo, che salirà fino a 56 miliardi e mezzo, sempre nel 2023.

TITO BOERITITO BOERI
E questo nonostante l’Inps poggi su un sistema di vasi comunicanti dove le pensioni delle gestioni in rosso (dipendenti pubblici, fondi speciali, artigiani, dirigenti d’azienda, coltivatori) vengono pagate con gli attivi degli altri fondi: dipendenti privati, parasubordinati, «prestazioni temporanee» (cioè i contributi versati per cassa integrazione, assegni familiari, malattia e maternità). Non basta insomma la solidarietà intercategoriale, propria del sistema pubblico, a sanare gli squilibri delle categorie colpite da sfavorevoli rapporti tra lavoratori e pensionati e da contributi insufficienti a pagare prestazioni erogate con regole troppo generose. 

Questo il quadro esaminato martedì scorso dal Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’istituto che gestisce le pensioni. È contenuto nella relazione della commissione economico-finanziaria sulla «Verifica tecnico-attuariale» per il 2014-2023 trasmessa dal direttore generale il 24 marzo allo stesso Civ. Si tratta in pratica del bilancio di medio periodo predisposto dal servizio statistico-attuariale dell’Inps sulla base delle norme vigenti «al 31 ottobre 2014».
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La proiezione, che lo stesso Civ trasmetterà ai ministeri vigilanti e alle commissioni parlamentari competenti, abbraccia un arco di dieci anni. Per il 2014-2018 è elaborata sul quadro macro della nota di aggiornamento del Def 2014, il Documento di economia e finanza, approvata lo scorso 30 settembre; per il quinquennio 2019-2023 sulle previsioni della Ragioneria generale dello Stato.

Va precisato che, per il primo periodo (2014-2018), il nuovo Def 2015, approvato il 10 aprile scorso, prevede un andamento dell’economia più favorevole rispetto a quello utilizzato dall’Inps, il che potrebbe migliorare un pochino i saldi del documento esaminato dal Civ. Per il secondo periodo (2019-2023), invece, il quadro immaginato dalla Ragioneria appare roseo. Prevede infatti, in media d’anno, una crescita del Pil reale del 2%, un tasso d’inflazione del 2%, un aumento dell’occupazione superiore all’1%. 
PENSIONIPENSIONI

Fatte queste premesse, e pur volendosi augurare un risultato meno negativo di quanto stimato otto mesi fa dal servizio statistico-attuariale dell’Inps, la sostanza non cambia: i conti della previdenza sono destinati a peggiorare. Pesano, in particolare, i deficit crescenti di alcune gestioni: dipendenti pubblici (ex Inpdap), fondi speciali (elettrici, trasporti, telefonici), dirigenti d’azienda (ex Inpdai), artigiani, coltivatori diretti. Deficit che non riescono ad essere compensati dagli attivi delle altre gestioni: «prestazioni temporanee», parasubordinati , dipendenti privati.

Fatte le somme, il deficit complessivo, che secondo il bilancio preventivo 2015 sarà di 6,8 miliardi, salirà, secondo le proiezioni del bilancio tecnico-attuariale, da circa 7 miliardi nel 2018 a 12,4 nel 2023. E il patrimonio netto, a causa del sommarsi dei deficit annuali, sarà nel 2023 in rosso per 56,5 miliardi. 

Le differenze tra i fondi sono impressionanti. La gestione dei dipendenti pubblici (ex Inpdap) vedrà crescere il deficit di esercizio dai 5 miliardi attuali a 20,4 miliardi nel 2023 e il passivo patrimoniale da quasi 7 miliardi a 112,8. Il fondo artigiani subirà un peggioramento del passivo dagli oltre 5 miliardi del 2015 ai 7,6 miliardi del 2023 e il patrimonio netto, già in rosso di quasi 50 miliardi, toccherà -108 miliardi del 2023.

PENSIONEPENSIONE
Il deficit della gestione ex Inpdai si manterrà fra i 4 e i 5 miliardi per tutto il decennio e quindi il disavanzo patrimoniale salirà a 71 miliardi nel 2023, anche perché si tratta, come per gli elettrici e i telefonici, di un fondo a esaurimento, dove i nuovi lavoratori vengono iscritti al fondo dipendenti privati. Negativo anche l’andamento dei coltivatori diretti: 4-4,5 miliardi all’anno di deficit e patrimonio netto a -120 miliardi nel 2023. Male i fondi speciali, che già oggi hanno rilevanti disavanzi patrimoniali: saliranno a 47 miliardi per gli elettrici a 26 per i trasporti, a 18 per i telefonici. 
INPS PENSIONIINPS PENSIONI

Questi risultati negativi vengono bilanciati solo in parte da quelli positivi di altre gestioni. Prima fra tutte il fondo «prestazioni temporanee», che ha sempre chiuso in forte attivo, tanto da vantare un patrimonio netto superiore a 180 miliardi. Con la crisi e il forte aumento della spesa per ammortizzatori il risultato d’esercizio è sceso drasticamente ma è ancora positivo (850 milioni nel 2014). E anche in futuro sarà questo fondo a compensare le gestioni in rosso, insieme ad altri due fondi in attivo per tutto il decennio: quello dei parasubordinati e quello dei dipendenti privati (al netto dei fondi speciali).

 Nel 2023 il risultato d’esercizio previsto per le «prestazioni temporanee» è positivo per 3,8 miliardi, di 15,6 miliardi per i dipendenti privati e di 11 per i parasubordinati. E gli attivi patrimoniali saranno rispettivamente di 193, di 74 e di 181 miliardi. Ma ciò non basterà, appunto. E pensare che il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha detto in Parlamento che nello stato patrimoniale ci sono 94 miliardi di euro di contributi non riscossi. Anche qui, accumulati anno dopo anno. 

Fonte: qui 

ZITTI ZITTI, GLI USA BOMBARDANO LA LIBIA


UN RAID AEREO AMERICANO CONTRO I LEADER DI AL QAEDA POTREBBE AVER UCCISO MOKHTAR BELMOKHTAR DETTO “L’INTOCCABILE” GRAN CAPO JIHADISTA DEL NORDAFRICA

Mokhtar è stato coinvolto in rapimenti, attacchi, traffici d’ogni tipo ed ha organizzato, nel 2013, la famosa presa d’ostaggi all’impianto di In Amenas, in Algeria

Figura leggendaria e temuta, contrabbandiere e jihadista, l’estremista si è conquistato un ruolo nella regione trovando alleati ma anche rivali tra gli stessi emiri dei mujaheddin…
Guido Olimpio per il “Corriere della Sera”

MOKHTAR BELMOKHTARMOKHTAR BELMOKHTAR
La Libia come arena per le operazioni speciali americane. Aerei statunitensi hanno condotto un raid nella notte di sabato nella zona di Ajdabyia colpendo un edificio dove era in corso una riunione di estremisti. Secondo fonti libiche nell’attacco potrebbe essere stato ucciso Mokhtar Belmkothar, detto «l’intoccabile» ma anche «Marlboro» e «il Guercio», esponente di primo piano qaedista.

Washington per ora è prudente: ufficiali hanno confermato alla rete Abc che il bersaglio era proprio il terrorista, ma non ci sono dati certi sull’esito dell’operazione. «Sono in corso valutazioni dell’intelligence», è stata la spiegazione.

MOKHTAR BELMOKHTARMOKHTAR BELMOKHTAR
Non appena si è diffusa la notizia del bombardamento, dalla Libia sono rimbalzate molte versioni, difficili da verificare. Il governo di Tobruk — riconosciuto dagli occidentali — ha annunciato la morte di Belmokhtar. Altre indiscrezioni hanno invece ipotizzato che il target sia stato il vertice della formazione Ansar al Sharia. Poi si è fatto il nome di Sufian bin Qumu, un dirigente islamista collegato all’assassinio dell’ambasciatore americano Chris Stevens a Bengasi.

MOKHTAR BELMOKHTARMOKHTAR BELMOKHTAR
Se fosse confermata la fine violenta di Belmokhtar sarebbe senza dubbio un evento importante, suscettibile di conseguenze più ampie. Mokhtar, leader del movimento Morabitun, è stato coinvolto in rapimenti, attacchi, traffici d’ogni tipo ed ha organizzato, nel 2013, la famosa presa d’ostaggi all’impianto di In Amenas, in Algeria. Figura leggendaria e temuta, contrabbandiere e jihadista, l’estremista si è conquistato un ruolo (e uno spazio) nella regione trovando alleati ma anche rivali tra gli stessi emiri dei mujaheddin, irritati dalla sua autonomia.

MOKHTAR BELMOKHTAR
MOKHTAR BELMOKHTAR
Inoltre, dopo la cacciata di Gheddafi, ha creato basi anche in Libia dove si rifornito di armi e reclute. Ricercato da molti paesi, è diventato un most wanted per gli Usa che hanno messo sulla sua testa una taglia di 5 milioni di dollari. Un particolare che insieme ai ripetuti annunci di morte (poi sempre smentiti) ne hanno aumentato il peso nell’arena jihadista. Di recente si è anche ipotizzato di un suo atto di fedeltà all’Isis ma la svolta è stata in seguito negata.

L’altro aspetto dell’incursione riguarda la strategia della Casa Bianca. Anche se Obama ha sempre cercato di tenersi a distanza dalla crisi libica, ritenendo che fosse un dossier europeo, si è riservato il diritto d’azione. Lo dimostrano due episodi. Il 5 ottobre 2013 un commando della Delta Force ha catturato a Tripoli l’esponente qaedista Abu Anas al Libi. Scenario ripetuto nel giugno del 2014 con il colpo di mano che ha portato all’arresto, sempre in Libia, di Abu Khattala, accusato di essere coinvolto nell’omicidio Stevens. Due elementi poi trasferiti in territorio statunitense per essere processati.

A questi blitz spettacolari è ora seguito l’intervento dei caccia. Con un’anteprima passata quasi sotto silenzio e da noi raccontata su Corriere.it . Il 28 maggio quattro caccia F15 americani, accompagnati da cinque aerocisterna, sono decollati da una base in Gran Bretagna ed hanno condotto una misteriosa missione sui cieli della Libia. Tutto nel riserbo più assoluto. Anche in quell’occasione hanno sganciato bombe e missili?

Fonte: qui

GRECIA, UN PASSO AVANTI VERSO IL BARATRO - IL NEGOZIATO È FALLITO

TSIPRAS E I CREDITORI SONO DIVISI DAI TAGLI A PENSIONI E STIPENDI 

GIOVEDÌ È IL GIORNO DEL GIUDIZIO: SENZA UN ACCORDO AD ATENE SALTA LA BARACCA E PER NOI E' LA FINE

Giovedì rischia dunque di essere il giorno del giudizio, l’ultimo per approvare l’estensione del piano di salvataggio decisa il 20 febbraio e pagare i 7,2 miliardi che servono ad Atene per non fare crac - Una fonte Ue sostiene che i greci reiterano che non avvalleranno riduzioni delle pensioni e dei salari o aumenti dei prezzi di prodotti di prima necessità…
Marco Zatterin per “la Stampa”
TSIPRAS MERKEL HOLLANDETSIPRAS MERKEL HOLLANDE

Fumata nerissima. Un altro fine settimana di trattative se n’è andato senza esito, circostanza che avvicina ulteriormente Atene al punto di non ritorno. Si sentiranno ancora con la controparte ellenica, gli sherpa del Brussels Group - il clan dei creditori del quale fanno parte Ue, Bce e Fim -, però ieri è andata male, un nuovo incontro non è convocato.

«L’ombra di un’uscita della Grecia dall’euro assume contorni sempre più nitidi», ha ammesso il vicecancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, in un editoriale per la Bild. Ha perso anche lui la pazienza e se la prende con Yanis Varoufakis, il tesoriere del governo Tsipras: «Gli esperti greci della teoria dei giochi stanno giocando d’azzardo - avverte -: così mettono in pericolo il futuro del loro Paese e dell’Europa».

tsipras merkelTSIPRAS MERKEL
Il risultato pareva scontato anche ai diretti interessati. «Non oggi», rispondeva una fonte europea nel primo pomeriggio alla domanda «ci sarà un’intesa?». Il confronto del giorno festivo è stato breve, tre quarti d’ora. Talmente corto da far pensare che si arriverà all’Eurogruppo di giovedì senza averne un altro.

«L’incontro non è andato bene - ha detto un portavoce della Commissione -: rimane un divario significativo fra i piani greci e le richieste dei creditori». Rispetto all’entità della correzione ritenuta necessaria per mantenere Atene in equilibrio manca «fra il mezzo punto e l’unità intera». Fa circa due miliardi di interventi permanenti auspicati in un anno, una cifra che diventa il simbolo del nuovo «nulla di fatto».

merkel tsiprasMERKEL TSIPRAS
Fine della storia? Un portavoce dice che il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, rimane «convinto che con più forti sforzi di riforma da parte greca, e la volontà politica di tutti, una soluzione può ancora essere raggiunta prima della fine del mese». Nei giorni scorsi si è detto che i creditori riterrebbero necessario smagrire il bilancio di Tsipras di 2 punti di Pil, dunque 4 miliardi, somma ritenuta indispensabile perché il Paese stia in piedi. Le reazioni della serata fanno pensare che si sia a metà strada. Cioè lontani.

«La loro proposta era incompleta», dice una fonte Ue. «Eravamo aperti a tagliare ancora, ma insistono su pensioni e Iva», ha risposto il negoziatore e vicepremier Dragasakis, «sempre pronto a continuare il negoziato». Da Atene erano arrivate notizie di una disponibilità di Tsipras ad avvicinarsi alle richieste dei creditori. Il quotidiano Kathimerini parlava di un’apertura su tagli a pensioni e stipendi pubblici più alti. Se è stata avanzata, non l’hanno giudicata sufficiente.

tsipras per mano con junckerTSIPRAS PER MANO CON JUNCKER
Giovedì rischia dunque di essere il giorno del giudizio, l’ultimo per approvare l’estensione del piano di salvataggio decisa il 20 febbraio e pagare i 7,2 miliardi che servono ad Atene per non fare crac. Una fonte Ue sostiene che i greci reiterano «in termini molto chiari» che non avvalleranno riduzioni delle pensioni e dei salari o aumenti, attraverso l’Iva, dei prezzi di prodotti di prima necessità, come l’elettricità. Come ama dire il ministro Varoufakis, «non sarà accettata alcuna misura che mini la crescita, perché l’esperimento è durato già abbastanza». Restano quattro giorni e ogni risultato è possibile. Anche l’addio all’euro, cioè la peggiore sconfitta dell’Europa dalla sua fondazione.

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